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Igor Maj? Il problema non è il Blackout game, siamo noi

14 Settembre Set 2018 0928 14 settembre 2018
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Simone Feder, coordinatore dell'Area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, interviene sul tragico caso del ragazzo di Milano. «Queste tragedie sono da guardare come sintomo di un disagio che risiede altrove. Cui si somma la latitanza di noi adulti»

Igor Maj, milanese di 14 anni, era un giovanissimo scalatore che ha trovato la morte per sfidare un gioco sul web che si chiama Blackout Game. Il suo corpo è stato rinvenuto nel primo pomeriggio di giovedì scorso nella cameretta dell’appartamento, in zona viale Corsica a Milano, che condivideva coi genitori e i due fratellini: una corda da montagna agganciata al letto a castello lo ha soffocato. Che consiste nel soffocarsi da soli per perdere i sensi e sperimentare le stesse sensazioni che si provano quando si sta morendo o l’euforia di quando ci si trova senza ossigeno a 7mila metri di quota. Naturalmente è fortissimo il dolore della famiglia che ha voluto lanciare un appello scrivendo a I Ragni di Lecco, il greuppo Cai di cui partecipava Igor. «Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, qualunque stronzata venga loro in mente di fare devono trovare in voi una sponda, una guida che li aiuti a capire».

Dai genitori di Igor "Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono SEMPRE parlare con voi,...

Geplaatst door I Ragni di Lecco - Arrampicata Alpinism Climbing op Woensdag 12 september 2018

Ma come può capitare una cosa del genere. Dopo il Blue Whale adesso il Blackout Game, perché i giovani sono sempre più attirati da queste lotterie mortali? Ne abbiamo parlato con Simone Feder, coordinatore dell'Area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.


Simone Feder

Che idea si è fatto della vicenda di Igor Maj?
I fatti tragici dei giovani ci interpellano e ci inducono a serie riflessioni. Le loro trasgressioni estreme che spesso ricercano, sono da guardare come sintomo di un disagio che risiede altrove nell’inaridimento della loro vita interiore e nella desertificazione della loro vita emozionale. Per loro la soddisfazione della e nella normalità non esiste.

Il movente sarebbe quindi la ricerca di senso?
Ciò che conta è riempire, non importa con che cosa, mandare giù pur di colmare un vuoto

E come si fa ad aiutarli?
Ce lo chiediamo di continuo. Come aiutarli a darsi dei limiti in questo loro modo di vivere? Come aiutarli se vivono travolti dall’eccesso di immaginazione, dal bisogno insaziabile di comunicazione, dalla terribile paura di rimanere soli? Il fatto è che la noia che fa da sfondo alla loro vita e alle relazioni è una noia strana, che si contorna di attivismo e di incapacità di contenere le emozioni. Ricercano in modo esasperato sensazioni forti, impulsi all’agire e al fare, ricercano qualsiasi modo pur di far parlare di sé. E allora, vi è in loro un estremo bisogno di sfidare qualsiasi cosa, anche la propria vita, pur di attraversare quel vuoto di quella normalità infelice che vivono.

E questa è una quotidiantià sempre più frequente per voi operatori?
Oggi attorno a noi ci sono sempre più giovani che stanno male e non sanno più come comunicarlo e manifestarlo, lanciano continui messaggi in bottiglia ma nessuno li raccoglie

Chi dovrebbe raccoglierli?
Noi adulti. Invece latitiamo. Genitori, insegnanti, professionisti dell'educazioni, sacerdoti. Serve un grande patto educativo. Oggi, lo dicono tutti i questionari che somministriamo loro nelle scuole, quello che cercano i ragazzi sono le figure adulte. Ma non le trovano più. Tutto questo non è colpa del Blackout Game, o dell'ultima trovata del momento. È colpa nostra, che non riusciamo ad essere maestri e ad accompagnare i nostri figli.

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