Reddito di cittadinanza

I 700 euro? Il rischio è che finiscano nell’azzardo

26 Settembre Set 2018 1624 26 settembre 2018

Intervista a Luigino Bruni, economista. «È quello che emerge da simulazioni che abbiamo fatto. Per disperazione si mettono i soldi nel gioco. Per questo è ingenuo pensare che i flussi di denaro servano a combattere la povertà, tanto meno ad abolirla»

  • ...
Luigino Bruni
  • ...

Intervista a Luigino Bruni, economista. «È quello che emerge da simulazioni che abbiamo fatto. Per disperazione si mettono i soldi nel gioco. Per questo è ingenuo pensare che i flussi di denaro servano a combattere la povertà, tanto meno ad abolirla»

«“Aboliremo la povertà”, ha detto Di Maio ieri, e forse lo pensa». Lo ha scritto Luigino Bruni in un tweet, con il quale replicava ad una battuta del vicepremier pentastellato. Nei marasmi della legge di Stabilità, Di Maio aveva usato quella formula per rivendicare la bontà del reddito di cittadinanza.

Professore, al di là della dichiarazione un po' tronfia, cosa c’è di male nel voler abolire la povertà?

Per carità, niente di male. Ma il problema è che si sta sbagliando completamente strada se si vuole davvero puntare a quell’obiettivo. Se Di Maio avesse letto Yunus e Amartya Sen capirebbe che per combattere la povertà non servono flussi di denaro ma investimenti in capitale sociale. Oggi si è poveri non per mancanza di soldi ma per deficit di capitale immateriale, cioè le conoscenze, le abilità, le competenze, la capacità di relazione, le esperienze. È la mancanza di questi asset che rende poveri: un problema di stock non di flussi.

Anche il non poter mangiare a sufficienza è un fattore di povertà...

Certamente. Ma con il reddito di cittadinanza avremo dei poveri che potranno comperare il pane. Ma che restano imprigionati nella condizione di povertà. È una bella intenzione, ma macchiata di ingenuità. Da simulazione che abbiamo fatto la previsione è che una metà dei soldi finiranno nell’azzardo, perché purtroppo ci si attacca all’azzardo nella vana speranza di un cambio vita.

La misura però prevede anche un rafforzamento dei centri per l’impiego. Come la vede?

È un’altra prospettiva illusoria. I centri per l’impiego fanno matching tra offerta e domanda, lavorando sulla qualificazione della domanda. L’illusione è pensare che i centri per l’impiego, una volta resi efficienti, creino lavoro. Il lavoro lo creano le imprese. E se non sono in grado di crearlo, va affrontato quel problema. Tanto più che il problema riguarda proprio quelle zone del Paese che saranno destinatarie dei maggiori flussi del reddito di cittadinanza. Sarebbe molto più produttivo creare un terreno perché le imprese possano crescere e creare occupazione. E c’è poi un altro fattore che mi preoccupa.

Quale?

Ancora una volta si punta a stabilire un rapporto diretto tra il cittadino e lo Stato. Ma senza reti intermedie che costruiscano un tessuto di relazioni, alla fine il destinatario del reddito di cittadinanza si troverà prigioniero della propria solitudine sociale. Bisognerebbe che si rinnovasse quella dinamica che negli anni 90 portò tante nuove organizzazioni a rispondere a nuovi bisogni, con lo stato che si fece trovare pronto a riconoscerne le funzioni. Senza l’intelligenza di quelle reti non si capisce neppure che il reddito può avere senso per persona di 50 anni estromessa dal mondo del lavoro, ma non per un giovane, che ha bisogno di misure sussidiarie al lavoro e non sostitutive del lavoro.

Contenuti correlati