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Povertà

Reddito di cittadinanza o REI? «Serve una misura per tutti i poveri, comunque la si voglia chiamare»

28 Settembre Set 2018 1319 28 settembre 2018
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Nella notte il ministro Di Maio ha annunciato che ci saranno 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, per una platea 6,5 milioni di persone. Proprio ieri l'Alleanza contro la Povertà aveva chiesto al Governo di andare avanti con il miglioramento del REI, senza riformare la riforma. Intervista a Cristiano Gori, ideatore e coordinatore scientifico dell'Alleanza

«Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l'Italia! Abbiamo portato a casa la Manovra del Popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà grazie al Reddito di Cittadinanza, per il quale ci sono 10 miliardi, e rilancia il mercato del lavoro anche attraverso la riforma dei centri per l’impiego. Restituiamo finalmente un futuro a 6 milioni e mezzo di persone che fino ad oggi hanno vissuto in condizione di povertà e che fino ad oggi sono stati sempre completamente ignorati»: così nella notte il ministro Luigi Di Maio ha annunciato le novità approvate dal Consiglio dei Ministri di ieri sera, nell’ambito della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2018. Un aggiornamento che fra l’altro sterilizza gli aumenti dell’Iva, introduce il reddito di cittadinanza con la contestuale riforma e potenziamento dei Centri per l’impiego; introduce la pensione di cittadinanza; introduce modalità di pensionamento anticipato per favorire l’assunzione di lavoratori giovani (superamento della legge Fornero): il tutto con un deficit al 2,4% per i prossimi tre anni.

Ma fermiamoci al reddito di cittadinanza. Dicendo che 10 miliardi in un anno per la povertà in Italia non si erano mai visti. Ma anche, per chiarezza, che 10 miliardi diviso 6,5 milioni di persone fa in media 128 euro al mese per ciascuno, anzi meno perché dentro i 10 miliardi ci sono anche le risorse per potenziare i Centri per l'impiego. Proprio ieri l’Alleanza contro la Povertà - il raggruppamento dei soggetti sociali attivi sul fronte della povertà assoluta che dalla fine del 2013 lavora insieme per contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche sul tema nel nostro Paese – aveva presentato le proprie richieste al Governo in vista della Legge di Bilancio, chiedendo «una giusta risposta per chiunque viva la povertà assoluta», in un convegno a cui ha partecipato anche la senatrice Nunzia Catalfo (M5S). Detto altrimenti, «partire dal REI per realizzare una riforma che metta in campo un intervento con le caratteristiche del REIS, comunque lo si voglia chiamare». Sigle a parte, significa partire dall’attuale Reddito di Inclusione (che raggiunge all’incirca 2,5 milioni di persone in povertà assoluta sui 5 milioni che vivono in questa condizione nel nostro Paese e lo fa con un contributo economico ancora troppo basso) per arrivare a una misura che raggiunga tutti i poveri (5 milioni) con un contributo economico più rilevante (l’importo medio mensile deve salire dagli attuali 206 euro a 396 euro, che significa ad esempio per un singolo passare da 150 a 316 euro e per una famiglia di 4 persone passare da 263 euro a 454 euro). Una misura che per l'Alleanza richiede una dotazione a regime di 8,5 miliardi di euro annui. Il “paletto” posto dall’Alleanza contro la Povertà, nella fluidità della situazione di queste ore e nel susseguirsi delle dichiarazioni di queste ultime settimane, è questo.

Cristiano Gori è l’ideatore e il coordinatore scientifico dell’Alleanza. Qual è la sua reazione alle dichiarazioni del vice-premier Di Maio sull’introduzione del reddito di cittadinanza nello stesso giorno in cui voi avevate chiesto sostanzialmente di non smantellare il Rei ma di rafforzarlo?
La nostra richiesta è quella di passare dal REI-Reddito di inclusione al REIS-Reddito di inclusione sociale, che è la battaglia che portiamo avanti dal 2013. Dire REIS significa una misura che raggiunga tutti i poveri, che lo faccia con un contributo economico adeguato e che metta i territori nelle condizioni di realizzare i percorsi di inclusione sociale e lavorativa migliori possibili. Questo è il tema, non il nome della misura. L’obiettivo dell’Alleanza è arrivare a una misura come il REIS, quale ne sia il nome. Una giusta risposta per tutti i poveri. La situazione in queste ore è ancora troppo in movimento per dare un giudizio, ma dal punto di vista finanziario quello che chiediamo è che in questa legge di bilancio, che ha un orizzonte di tre anni, vengano assicurati in maniera definitiva i fondi per dare una risposta a tutti i poveri assoluti. Questo è il nostro punto fermo.

Di Maio ha parlato di una platea di 6,5 milioni di persone, che in sostanza è una via di mezzo tra i 5 milioni che in Italia sono in povertà assoluta e la stima di 9,4/10 milioni di persone che comprende sia quanti sono in povertà assoluta sia quanti rischiano di cadervi, cioè che si trovano in una condizione di grave disagio ma non sono ancora poveri.
Il dibattito sul reddito di cittadinanza rischia di essere segnato da fraintendimenti legati al fatto che il reddito di cittadinanza è sia una misura di contrasto alla povertà assoluta sia di contrasto alle condizioni di grave disagio che però non sono la povertà assolta. Molti fraintendimenti nascano dalla sovrapposizione di questi due target. L’Alleanza ha come scopo la lotta alla povertà assoluta, non perché le altri situazioni non ci interessino ma perché riteniamo che questi siano due target differenti e che le politiche per chi è già in povertà assoluta devono essere diverse da quelle per chi rischia di cadervi. Mentre per i poveri assoluti, ad esempio, assegnare la funzione di gestione dell’accesso e di governance complessiva della misura ai centri per l’impiego è sbagliato, questa opzione è da considerare per chi è in povertà relativa, che è molto più facilmente occupabile. Il dibattito sul reddito di cittadinanza dovrebbe esplicitare meglio il fatto che è un progetto rivolto a un’ampia fascia di popolazione, dentro cui ci sono fasce differenti e per cui è importante pensare interventi diversi. Noi riteniamo che il potenziamento dei percorsi di inclusione lavorativa sia un obiettivo primario: bisogna quindi porre i Centri per l’impiego nelle condizioni migliori per perseguirla. Svolgere la funzione di coordinamento invece assorbirebbe ai Centri una grande mole di risorse ed energie, inevitabilmente distolte da questo obiettivo.

Questa è una delle perplessità sul reddito di cittadinanza, il fatto di imperniare la misura di contrasto alla povertà sui centri per l’impiego. Una perplessità con due motivazioni, la prima che la povertà è multidimensionale e infatti sempre più spesso riguarda anche chi lavora sempre (cosa impensabile pochi anni fa), la seconda perché anche rafforzandoli, come da sempre dice il Movimento 5 Stelle, l’onere della parte burocratica di governance della misura asssorbirebbe tempo ed energie, “distogliendoli” dal core del loro lavoro, che è dedicarsi al lavoro? Cosa già abbastanza complicata…
Noi chiediamo che ci sia un rafforzamento dei Centri per l’impiego. Il loro compito per la povertà però non è la governance della misura ma la costruzione dei percorsi di inclusione lavorativa. Governarce e accesso sono un compito dei Comuni, i servizi sociali comunali pur con le loro difficoltà sono più strutturati per questo e si occupano tradizionalmente di queste funzioni di coordinamento. Tra l’altro nel breve periodo, in attesa che il rafforzamento previso produca risultati, passare l’accesso e la governance ai Centri per l’impiego francamente metterebbe a rischio la possibilità stessa di erogare la misura.

Ieri avete avnzato una proposta non solo di contenuti ma anche di metodo: cos’è il “tagliando partecipato”?
Uno dei problemi tradizionali è che si disegnano le riforme senza valorizzare l’esperienza e conoscenza di chi poi attua gli interventi a livello locale. Chiediamo il Governo coinvolga i Comuni e le Regioni, il Terzo settore, le parti sociali, le associazioni, gli attori pubblici per capre come migliorare la misura. Il documento dell’Alleanza dà delle indicazioni “macro”, condivise da tutti gli esperti, ma poi c’è un sapere concreto nei territori, di chi è chiamato a mettere in pratica queste misure, che non si può perdere. Riformare le politiche senza valorizzare il sapere concreto di chi le mette in atto sarebbe un errore. Evidentemente questo “tagliando partecipato” dovrebbe essere fatto prima di assumere decisioni definitive.

Foto tratta dal profilo facebook di Luigi Di Maio. In allegato, il documento presentato ieri dall'Allenza contro la Povertà

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