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9 italiani su 10 cercano un’azienda socialmente responsabile

5 Ottobre Ott 2018 1110 05 ottobre 2018
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Il 57% ritiene importante, quando cerca lavoro, che un’impresa partecipi a iniziative filantropiche. A fronte del forte interesse dei lavoratori solo il 50% dei datori di lavoro valorizza diversity e inclusione e solo il 29% incoraggia i dipendenti a fare volontariato al di fuori dell’orario lavorativo. I dati del Randstad Workmonitor dedicato alla Csr e al lavoro volontario

La stragrande maggioranza degli italiani vorrebbe lavorare in aziende socialmente responsabili. Ma solo il 50% dei datori di lavoro valorizza diversity e inclusione. A dirlo l’ultima edizione del Randstad Workmonitor (indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad che viene condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori tra i 18 e i 67 anni per ogni nazione e che lavorano per almeno 24 ore percependo un compenso economico).
Sono ben l’87% dei lavoratori italiani a dichiarare che vorrebbe lavorare soltanto in un’azienda con un solido programma di responsabilità sociale d’impresa, primi in Europa e diversi punti sopra agli altri Paesi, come Germania (75%), Francia (78%), Regno Unito (79%) e Spagna (77%). Quasi sei su dieci (57%), inoltre, ritengono importante, quando cercano un impiego, che l’impresa per la quale si stanno candidando partecipi a iniziative filantropiche. Una sensibilità che si riflette anche nella propensione al volontariato, praticato attivamente da circa un italiano su tre, mentre il 75% afferma che lo farebbe se l’azienda in cui lavora concedesse dei permessi retribuiti.

A fronte di questo interesse dei dipendenti, soltanto un’impresa su due valorizza l’inclusione e la diversity e solo il 29% incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al volontariato al di fuori dell’orario d’ufficio. Ancora minoritaria la percentuale di aziende che concede permessi di lavoro retribuiti ai dipendenti per queste attività: poco più di una su quattro (26%) lascia che sia il dipendente a scegliere la causa benefica o l’organizzazione a cui aderire, mentre in meno di un caso su cinque (18%) se ne occupa l’impresa.

L’indagine, inoltre rivela una diffusa attenzione degli italiani all’inclusione e al volontariato, oltre che alle politiche sociali delle imprese in cui lavorano o vorrebbero lavorare, che però appaiono tutt’altro che allineate a questa sensibilità.
«Dalla ricerca emerge un forte divario di attenzione e sensibilità all’inclusione fra i lavoratori, che addirittura la pongono come prerequisito per la scelta di un datore di lavoro, e le imprese, che soltanto nel 50% dei casi hanno una politica che valorizza diversity e inclusione», commenta Marco Ceresa, Ad Randstad Italia. «La presenza di un programma di responsabilità sociale di impresa ben strutturato è un elemento che rende fortemente attrattive le aziende, eppure fra i principali Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna) soltanto la Francia si mostra più in ritardo di noi su questo fronte (43%), segno che le imprese italiane devono investire maggiormente in efficaci piani di CSR per aumentare la loro capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato».

Gli italiani quindi sono fra i lavoratori più attenti ai piani di responsabilità sociale d’impresa delle aziende in cui lavorano o vorrebbero lavorare: sono quasi nove su dieci (87%, +9% rispetto alla media globale e +11% sulla media europea). Più della metà, inoltre, ritiene importante, quando cerca lavoro, che l’azienda partecipi ad attività caritatevoli o filantropiche (57%, -1% rispetto alla media globale e +6% sulla media europea).

Per quanto riguarda le imprese, invece, il quadro che emerge dal sondaggio presenta luci e ombre. L’aspetto positivo è che ben due terzi del campione (66%) dichiarano che il proprio datore di lavoro si impegna affinché i propri dipendenti riflettano la diversity presente nel mercato del lavoro locale e nazionale, con una lieve differenza di percezione fra generi (63% degli uomini e 68% delle donne) e un po’ più marcata fra lavoratori giovani e dipendenti senior (71% e 60%). Oltre metà delle aziende, inoltre, sostiene attivamente almeno una buona causa (56%, in linea con la media globale e +4% rispetto alla media europea). Soltanto il 50%, però, segue una politica di sostegno all’inclusione e alla diversity in azienda, un buon risultato fra i Paesi europei (+7% sulla media) e appena un punto sotto alla media globale, ma segnato da forti differenze di percezione se si scompone il campione per genere (lo dichiara il 48% degli uomini contro il 55% delle donne) e ancora di più per fascia di età (67% degli under 45, solo il 23% dei 45-67enni).

Quasi tre italiani su quattro affermano che è importante dare un contributo alla società attraverso il lavoro volontario (74%), un risultato superiore a quello di tutti i paesi europei (+15% sulla media continentale) e ben nove punti sopra alla media globale (65%), con una forbice abbastanza ridotta sia fra uomini e donne (71% vs 77%), che si allarga fra giovani e senior (69% vs 80%). Nonostante la forte adesione al lavoro volontario, però, lo pratica attivamente poco più un lavoratore su tre (35%, +1% sulla media globale e +6% su quella europea), con punte del 39% fra gli uomini (contro il 27% delle lavoratrici) e del 38% fra gli over 45 (contro il 33% dei più giovani). Un divario che si spiega soprattutto con la mancanza di tempo: il 75% dei dipendenti, infatti, dichiara che si dedicherebbe al volontariato se il proprio datore di lavoro concedesse dei permessi retribuiti (+2% rispetto alla media globale e +5% sulla media del continente), senza significative differenze di genere o di età.

L’imprenditoria non sembra ancora pronta a rispondere efficacemente a questa spinta da parte della forza lavoro. Soltanto il 29% delle imprese italiane incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al lavoro sociale non retribuito al di fuori dell’orario d’ufficio (+1% rispetto alla media globale e +6% sulla media europea). A sorpresa, sono i lavoratori più anziani il segmento che si sente più stimolato in questa direzione (38%), mentre la percentuale scende vistosamente fra i giovani (24%). Ancora meno, infine, il campione che dichiara che il proprio datore di lavoro concede permessi retribuiti per dedicarsi ad attività sociali scelte dal dipendente (26%) o dall’azienda stessa (18).
Siamo di fronte a numeri non del tutto disprezzabili, ma ancora distanti dal modello di riferimento più positivo, rappresentato dalla Danimarca. Nel paese scandinavo il 43% degli intervistati svolge attività di volontariato al di fuori dell’orario lavorativo, il 70% delle aziende sostiene una buona causa, il 48% offre permessi retribuiti ai lavoratori per attività di volontariato scelte dai dipendenti ed il 43% li offre per attività scelte dall’azienda stessa.

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