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Formazione

Rifugiati: con la blockchain arriva il riconoscimento dei titoli di studio

5 Ottobre Ott 2018 1029 05 ottobre 2018
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Lo European Qualifications Passport for Refugees, presentato ieri al Miur, utilizza la tecnologia blockchain per creare certificare i titoli di studio e le competenze anche di chi non ha pezzi di carta in mano. Sono 237 gli attestati già rilasciati. Il viceministro Fioramonti: «In Italia il dibattito si fossilizza sul “problema” dell’immigrazione e sui rifugiati come minaccia. Invece in gran parte del mondo la capacità di investire sul capitale umano è ciò che fa la differenza tra un’economia che funziona e una che non funziona»

Bakary Culibaly detto “Bubba” è iscritto ad architettura all’Università di Alghero, sta facendo un master in urbanistica ed ha appena iniziato il suo Erasmus a Barcellona. È in Italia dal 2015, viene dal Mali, è un rifugiato. Si era già laureato nel suo paese, ma non ha con sé la documentazione del suo percorso di studi. «Dovete capire che spostarsi e scappare sono due termini differenti: se uno si sposta è preparato e porta con sé tutto ciò che vuole, ma se uno scappa l’unica cosa che porta con sé è la sua competenza. Noi rifugiati abbiamo questa difficoltà. Ringrazio l’Italia perché mi sta aiutando a realizzare la mia utopia. Noi scappiamo e quando partiamo non sappiamo dove arriveremo, molti di noi non hanno nemmeno una famiglia che può mandarci i documenti qua. Per questo è importante la possibilità di una ricostruzione lineare del nostro percorso didattico e anche identitario», racconta Bubba. «Io nel 2015 sono arrivato in Italia senza niente, sono finito ad Alghero, ho incontrato le persone giuste: a una festa di compleanno una professoressa dell’Università di Sassari mi ha fatto la più classiche delle domande occidentali, “Che cosa vuole fare nella vita?”, è una domande a cui per noi è difficile rispondere, scappi, arrivi in un luogo che non ti aspettavi, la realtà che immaginavi era diversa… e uno ti chiede “cosa vuoi fare?”. La mia risposta è stata “fare un master”, ma pensavo fosse un sogno irrealizzabile». Quella professoressa invece viene a sapere che l’Italia è uno dei Paesi leader nella sperimentazione dello European Qualifications Passport for Refugees, un progetto che utilizza la tecnologia blockchain per creare un “portafoglio” dei titoli di studio e delle competenze, certificandole ufficialmente, anche per chi non ha pezzi di carta in mano. Il progetto è partito due anni fa in Italia, Regno Unito e Norvegia ed è stato presentato ieri al MIUR dal viceministro Lorenzo Fioramonti, con l’hashtag #blockchain4people. I numeri? Piccoli per ora me forse neanche tanto: il direttore del Cimea (Centro di Informazione sulla Mobilità e le Equivalenze Accademiche) Luca Lantero, ha parlato di 85 attestati rilasciati dopo valutazione senza produzione di documenti nel 2016, di 89 nel 2017 e di 63 già rilasciati nel 2018, «attestati con cui le persone sono andate all’università e si sono iscritte, riprendendo i loro percorsi di studio». Nel 2018 «abbiamo ricevuto 150 richieste ma poiché la metodologia è sì simpatetica alla situazione dei rifugiati ma alo stesso tempo oggettiva, non tutti hanno i titoli per fare l’università, quindi abbiamo rifiutato una parte di domande».

Spostarsi e scappare sono due cose differenti. Noi scappiamo e quando partiamo non sappiamo dove arriveremo, molti di noi non hanno nemmeno una famiglia che può mandarci i documenti. Per questo è importante la possibilità di una ricostruzione lineare del nostro percorso

Bakary Culibaly, rifugiato

«La solidarietà e la fiducia dei cittadini è importante», sottolinea Bubba. «Ho fatto il questionario, sono domande molto molto precise, sui professori, i libri dei corsi... compilarlo mi ha rassicurato, mi sono sentito sicuro delle mie competenze e mi sono detto “loro capiranno che io non ho i documenti ma le competenze per andare all’università sì”». «Per i rifugiati si “inventano” tanti strumenti di integrazione ma si trascura il più importante, l’istruzione. Questo è un percorso di integrazione per i tanti di noi che sono già laureati, per portarli dentro la società in modo dignitoso, rispettoso, per dirci “dimostra che sei in grado di…”», ha ribadito un altro rifugiato dell’Eritrea, in collegamento dalla Sicilia, in Italia da sette anni.

Nel Trattato di Lisbona all'articolo 7 viene detto che ogni Paese firmatario deve trovare soluzioni per riconoscere o valutare i titoli di studio di rifugiati o richiedenti protezione anche in assenza di documentazione e certificazione. Se l’obiettivo è chiaro - ricostruire e certificare il percorso formativo dei rifugiati, permettendo così a queste persone di far valere la loro formazione e le loro competenze senza soccombere ai problemi burocratici e di riconoscimento dei titoli e delle competenze – la domanda è: com’è possibile? Il punto di partenza del passport è un’intervista. Quest’anno interviste sono state fatte a Cagliari e Sassari, a breve ci saranno a Torino e Milano e poi nel Centro Sud o forse nel Nord Est: la valutazione dei titoli di studio dei rifugiati comincia così. «La metodologia si basa sempre su qualcosa di oggettivo: prima erano i documenti adesso sono le dichiarazioni del rifugiato e le sue competenze. Valutiamo sempre qualcosa», ha spiegato Luca Lantero, direttore del CIMEA. Si parte da «un questionario molto complesso, in cui il rifugiato deve ricostruire il suo background scolastico e universitario, non solo domande teoriche ma anche pratiche. Io ho provato a farlo, non mi ricordo tutti i nomi dei miei prof e tutti libri di testo ma ci sono elementi molto chiari, dettagliati, noi abbiamo contatti con tutti i Paesi, capiamo immediatamente se quella persona ha veramente frequentato o meno. Si tratta di valutare in maniera chiara, trasparente e automatica, per avere un riconoscimento immediato delle qualifiche. Noi vogliamo, come strategia di Paese, attrarre studenti di qualità».

La metodologia si basa sempre su qualcosa di oggettivo: prima erano i documenti adesso sono le dichiarazioni del rifugiato e le sue competenze. Valutiamo sempre qualcosa. Noi vogliamo, come strategia di Paese, attrarre studenti di qualità

Luca Lantero, direttore CIMEA

La particolarità della tecnologia blockchain è che tutte le informazioni che il possessore del portafoglio inserisce a proposito di titoli e competenze possono solo essere certificate ma mai più modificate o eliminate. Questo facilita e velocizza il processo di riconoscimento dei titoli di studio semplificando la distribuzione sicura di certificazioni verificate. «Questo è fondamentale per evitare frodi e titoli fasulli. Se qualcuno mette un titolo falso, quello sarà riconosciuto per sempre come falso. Il dato è immutabile, non vero: la verità del dato viene dalla certificazione»: un punto importate, tant’è che la medesima tecnologia l’Italia la sta utilizzando per contrastare il fenomeno della contraffazione dei documenti (lo stesso Lantero ha detto che oggi si aggirano al 3% dei documenti accademici presentati nel nostro Paese, non nell’ambito del progetto per i rifugiati) e informare gli altri paesi quando si riceve un titolo falso, per evitare che tali titoli entrino nei sistemi della formazione dei nostri paesi. La tecnologia blockchain applicata al riconoscimento dei titoli di studio è già confluita – rifugiati a parte - nel portafoglio “diplome” che sarà operativo da gennaio 2019, come servizio gratuito per tutti gli studenti e per tutte le istituzioni della formazione superiore, che potranno caricare le proprie qualifiche, acquisite o rilasciate, utilizzando la tecnologia blockchain.

Oggi arrivano in Italia tantissime persone che hanno grandi capacità e conoscenze, spesso sottoutilizzate. In gran parte del mondo la capacità di investire sul capitale umano è ciò che fa la differenza tra un’economia che funziona e un’economia che non funziona.

Lorenzo Fioramonti, viceministro

Il senso di tutto ciò? L’ha indicato bene il viceministro Lorenzo Fioramonti: «Chi viene come rifugiato spesso ha competenze significative ma in Italia il dibattito si fossilizza sul “problema” dell’immigrazione e sui rifugiati come se fossero una minaccia. Io invece la ritengo non solo una sfida ma anche una grande possibilità di crescita e di sviluppo intelligente del nostro paese. I giornali non ne parlano ma oggi arrivano in Italia tantissime persone che hanno grandi capacità e conoscenze, spesso sottoutilizzate e in gran parte del mondo la capacità di investire sul capitale umano è ciò che fa la differenza tra un’economia che funziona e un’economia che non funziona. Quindi noi abbiamo non solo l’obbligo morale ma anche il dovere di avere la capacità intellettiva e innovativa di utilizzare al meglio le competenze che vengono nel nostro Paese. […] Rendere il sistema più intelligente mette lo studente nelle condizioni di non doversi portare appresso la sua storia. Permette di ottimizzare le capacità di chi viene in questo Paese con la voglia di fare bene e di chi da questo Paese va altrove con la medesima voglia di fare bene».

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