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Famiglia

3.200 coppie in attesa di adottare: vero, però...

12 Settembre Set 2019 0622 12 settembre 2019
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"Care coppie, non fatevi spaventare dai numeri": è il messaggio di Marco Rossin, responsabile delle adozioni internazionali di AVSI, dopo che la CAI ha pubblicato i numeri delle procedure pendenti. «Il dato, detto così, non dà una fotografia reale della situazione, mancano le voci “adozioni in corso” e “procedure sospese”». Un terzo di quelle coppie, ad esempio, ha già un bambino abbinato e aspetta solo di andare a prenderlo...

Care coppie, non fatevi spaventare dai numeri. È un po’ questo il messaggio che Marco Rossin, dal 2015 responsabile delle adozioni internazionali di AVSI, lancia alle famiglie che stanno pensando all’adozione internazionale dopo che la Commissione Adozioni Internazionali, a fine luglio, ha pubblicato per la prima volta ente per ente e paese per paese i numeri delle procedure pendenti. Si tratta di dati che ciascun ente autorizzato, secondo le linee guida condivise dagli enti, dovrebbe pubblicare sul proprio sito: la CAI fornisce queste stesse informazioni - in forma aggregata - anche sul proprio sito istituzionale per facilitare la consultazione da parte delle aspiranti coppie adottive. Sommando i numeri della CAI si arriva a più di tremila e duecento coppie che hanno dato mandato a un ente autorizzato ma non hanno ancora concluso la loro adozione, in attesa.

«Un dato che però, detto così, non dà una fotografia reale della situazione e rischia di essere controproducente, spiazzando le famiglie che si avvicinano all’adozione. Il ragionamento che può scattare, potrebbe somigliare a questo: “con 3.200 coppie prima di noi, al ritmo di 800/1.000 adozioni all’anno, cominciando oggi questo percorso dovremo attendere almeno quattro anni”. Invece non è così», afferma Rossin.

Sul fatto che la trasparenza sia un valore e che la CAI abbia fatto bene a rendere noti i dati dei mandati già conferiti, non ci piove: «Va riconosciuto l’intento positivo della CAI e sicuramente va valorizzato. Le famiglie hanno bisogno di avere informazioni per fare una scelta consapevole, questi numeri le aiuteranno a porre a ciascun ente le giuste domande». Quello che manca, per scattare una fotografia reale, è la composizione di questo numero aggregato di coppie genericamente “in attesa”, che andrebbe scomposto quantomeno in “adozioni in corso” e in “procedure sospese”.

«Dati che AVSI pubblica ogni mese sul sito»: al 31 agosto, AVSI ha 17 adozioni concluse nel 2019, 36 coppie con un' adozionie in corso, 8 con una procedura adottiva sospesa e 33 coppie effettivamente in attesa, una bella differenza rispetto alle 55 “procedure pendenti” che la CAI a luglio indicava complessivamente nel suo documento. Secondo Rossin, almeno un terzo delle 3.200 coppie in attesa indicate dalla CAI (e la Commissione ha il dato esatto) sarebbero in realtà proprio in questa condizione di “adozioni in corso”. Solo questa precisazione farebbe scendere di parecchio la sensazione di essere, come aspiranti genitori, soltanto gli ultimi di una lunghissima fila. «La voce “adozioni in corso” comprende le famiglie che hanno già firmato la disponibilità o il consenso per un bambino specifico e sono quindi nella fase finale dell’iter adottivo, successiva all’abbinamento. Le procedure dall’abbinamento all’adozione hanno una durata diversa da Paese a Paese, possono durare anche un anno, però queste sono coppie che è un po’ improprio conteggiare come in attesa, senza precisazioni», spiega Rossin.

Un secondo dato che andrebbe precisato è quello relativo alle adozioni sospese, cioè alle procedure che per un motivo o per l’altro sono di fatto “congelate”: «coppie per motivi personali stanno ripensando la loro scelta adottiva, coppie che avevano dato mandato per un Paese che poi si è fermato ma che vogliono comunque restare su quel Paese: per noi le procedure sospese sono 8 su 55 e anche queste non sono “prima” nella “fila” rispetto a chi inizia adesso, sono percorsi diversi», spiega Rossin.

Dai dati pubblicati dalla Commissione Adozioni Internazionali emerge anche il “dove” le coppie italiane preferiscono orientare il loro desiderio di genitorialità e il rapporto che c’è, Paese per Paese, fra le coppie che hanno procedure pendenti e le adozioni concluse in quel Paese nell’anno 2018. Ci sono Paesi – ad esempio l’Ucraina, l’India, il Vietnam, la Bulgaria, che rispetto ad altri hanno molti genitori in attesa, in proporzione alle adozioni concluse. Da cosa dipende? Quali criteri orientano la scelta di una famiglia verso una direzione geografica o l’altra? «Potremmo fare una riflessione su come vengono presentati i bambini alle famiglie. Vado in quel Paese determinato perché i bambini sono mediamente più piccoli? Perché sono Paesi che hanno richieste più “abbordabili” rispetto all’iter, ad esempio al soggiorno nel Paese? I desideri delle famiglie sono legittimi, ma è anche nostra responsabilità dotare le famiglie di consapevolezza rispetto ai bisogni specifici che ogni bambino ha, indipendentemente dal fatto che siano o meno special needs, facendo un lavoro insieme rispetto alle risorse della coppia, cercando di capire fin dove si può arrivare nella loro disponibilità, nel rispetto dei loro desideri», dice Rossin.

Quello degli “special needs” è un capitolo importante delle riflessioni attorno al mondo adottivo: l’ultimo report statistico della CAI, sul 2018, documentava come 7 bambini adottati su 10 fossero, nel 2018, special needs. La definizioni in realtà è molto ampia e le situazioni che essa raccoglie sono molto variegate: il 27,4% aveva più di 7 anni, il 22,5% era un minore con fratelli e di età maggiore di sette anni, un altro 19,8% aveva fratelli o sorelle (siamo già quasi al 70% dei “minori special needs”). Traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale riguardano il restante 30%. «Etichettare un bambino come special needs però è pericoloso: il rischio è quello di pensare che l’adozione di un bambino special needs sia più complessa e che quella di un bambino non special needs sia semplice. Non è così. Richiederà maggior impegno alla famiglia un bambino sordo, che con l’impianto cocleare sentirà o un bambino con un disturbo del comportamento che però nessuno ha mai diagnosticato, viste le condizioni di povertà estrema in cui il bambino vive?», riflette Rossin. «Questo apre anche il tema della nostra capacità di dare un minimo di sicurezza alle famiglie sulla condizione sanitaria del bambino che vanno ad adottare, perché non è giusto dire “vada come vada”: se il bambino ha 10 anni è possibile avere una valutazione di un certo tipo, se il bambino ha un anno capire la situazione reale è più difficile. Dieci anni fa la definizione di special needs aveva senso, perché indicava delle situazioni particolari, ma oggi tutti i bambini hanno la necessità di uno sguardo specifico e questo è possibile laddove l’Ente abbia da un lato consapevolezza e forte presenza nel Paese, dall’altro personale adeguato e dedicato in Italia per poter guardare ogni bambino come tale, nella sua totalità, piuttosto che come un numero».

Photo by Ben White on Unsplash

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