Vita Inchieste

Io, Marcello, tossico a 11 anni, da Palermo a S.Patrignano

10 Agosto Ago 2022 0809 10 agosto 2022

Poteva finire male per lui, inghiottito a soli 11 anni nella spirale della droga, a Ballarò. Invece, per Marcello Patricola, l'apertura delle porte di San Patrignano ha voluto dire avere una seconda opportunità. Considerato ancora oggi il più giovane ospite della comunità di Coriano, ha deciso di fare qualcosa anche per gli altri creando nel laboratorio dell'Aias i deliziosi biscotti "Dolce Buonaspina". La pandemia, però, lo ha fermato, ma vuole riprendere da dove si è fermato

  • ...
Marcello Patricola E I Ragazzi Dell'aias
  • ...

Poteva finire male per lui, inghiottito a soli 11 anni nella spirale della droga, a Ballarò. Invece, per Marcello Patricola, l'apertura delle porte di San Patrignano ha voluto dire avere una seconda opportunità. Considerato ancora oggi il più giovane ospite della comunità di Coriano, ha deciso di fare qualcosa anche per gli altri creando nel laboratorio dell'Aias i deliziosi biscotti "Dolce Buonaspina". La pandemia, però, lo ha fermato, ma vuole riprendere da dove si è fermato

«Ancora oggi detengo il record del più giovane ospite di San Patrignano. Ci sono entrato a 13 anni e devo dire grazie a Vincenzo Muccioli perché mi ha salvato».

Aveva circa 11 anni Marcello Patricola quando ha conosciuto l’eroina, prima il classico tiro, poi il buco.

«Eravamo bambini molto liberi – racconta Marcello Patricola, pescando nei ricordi – anche perché mia madre era sordomuta e non riusciva a stare dietro a me e a mia sorella che allora aveva 4 anni. Ovviamente si fidava, non poteva mai pensare che un bambino di 10 anni potesse ritrovarsi coinvolto in storie di droga. Il contesto era Ballarò e, allora come oggi, era un serbatoio di disagio. Tornavo a casa tardi o rimanevo a dormire da qualche amico. Magari lei pensava che bevessi qualche birra, ma niente di più. Ho cominciato anche a fare qualche furtarello per procurarmi i soldi ma, quando mi fermarono, mia madre scoprì tutto. Anche perché, seppure non punibile per l’età, dovevo andare a firmare ogni giorno».

Quando, infatti, la madre capisce, scatta la richiesta di aiuto al Tribunale per i Minorenni di Palermo e, dopo due anni di uso e abuso di droga, con un decreto Marcello arriva a San Patrignano.

«Diciamo che l’ho amata subito – racconta - nonostante tutti dessero addosso a Vincenzo Muccioli. A parte il fatto che allora San Patrignano era forse l’unica comunità in Italia, i metodi che adottava Vincenzo erano pensati per salvare la vita a tutti noi. Erano gli anni ’80 e si moriva molto facilmente per overdose. Anche la famosa Cayenna, Muccioli la pensò perché capitava che qualcuno scappava dalla comunità dopo che si era “ripulito”. Cedevano alla tentazione di farsi ed ecco l’overdose. Era quasi giornaliero aprire il giornale e sapere che ne avevano trovato uno sul ciglio della strada, così Vincenzo decise che ci voleva un deterrente, ma solo per salvare i ragazzi. Metodi sicuramente coercitivi, ma che funzionarono. Per mesi rimanevi dentro questa stanza dove c’era solo un materasso, un secchio e un sacchetto che svuotavi l’unica volta del giorno in cui ti facevano uscire. Poi tornavo dentro. L’attività principale era mangiare, così alla fine uscivi con non so quanti chili in più».

I primi 11 mesi trascorrono benissimo, poi un giorno Muccioli riporta Marcello a Palermo per una conferenza nella quale avrebbe parlato di lui e del successo ottenuto con ragazzi molto giovani.

«Lui, poi, in quel periodo aveva bisogno di consenso politico, era successo il caso di Roberto Maranzano, l'ex agente di commercio palermitano massacrato nella macelleria di San Patrignano nel 1989 e "depositato" in una discarica in Campania avvolto in una coperta, ma a me interessava poco. Il problema fu che rividi la mia famiglia e mi venne voglia di tornare. Comprensibile, ero pur sempre un bambino. Così, una volta rientrato in comunità, scappai. Sul treno, un ragazzo cominciò a fissarmi, mi aveva riconosciuto. “Ma tu non sei Marcellino? Io mi chiamo Carlo”. E io: “Non mi chiamo Marcello, ho litigato con un amico e stavo tornando a casa”. Quando mi disse che aveva preso un permesso da San Vittore, pensai che mi potessi fidare. La fregatura, però, fu che mi propose della roba, il diavolo tentatore. Non accettai ma, quando scesi dal treno, la polizia mi fermò e mi riportò indietro. Vincenzo mi chiese perché fossi scappato, glielo spiegai e gli dissi che poteva dare il mio posto a qualcuno più bisognoso di me perche avevo detto di no ed ero guarito. Mi fecero capire che rifiutare una volta non vuol dire niente e che sarei stato in pericolo per tutta la vita. Questo lo dico a tutti i ragazzi che ho incontrato negli anni».

Marcello oggi ha 48 anni, è sposato e ha un figlio di 12 anni. L’esperienza personale con la droga e quella fatta a San Patrignano gli hanno consentito di sviluppare una sensibilità sociale che comunque gli è sempre appartenuta. Ha, però, cercato di fare di più e ha chiamato “Dolce Buonaspina”, ispirandosi al nome del carcere minorile palermitano, il Malaspina, i biscotti al profumo di cannella e arancia che produceva con ex detenuti e persone disabili nel laboratorio dell’Aias, l'Associazione Italiana per l’Assistenza agli Spastici. A un passo dalla realizzazione del sogno di aprire un punto vendita tutto suo, nel quale fare lavorare i ragazzi più fragili, è arrivata la pandemia e si è fermato tutto.

«Non ho mai abbandonato questo sogno - aggiunge in conclusione Marcello – ma ci vuole un piccolo capitale del quale in questo momento non dispongo. Vorrei tornare a insegnare i segreti della pasticceria per trasformare tutto in una seconda possibilità, un’alternativa che mette in circolo quell’energia necessaria per creare cose buone. Io questa seconda possibilità l'ho avuta e oggi posso guardare con orgoglio mio figlio».

Con il sostegno di:

Contenuti correlati