Giulio Albanese

Africana

Il risveglio dell’Africa… ma è proprio così?

16 Aprile Apr 2013 2315 16 aprile 2013
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L’Africa continua ad essere il continente delle grandi contraddizioni. Potrebbe essere un “Paradiso terrestre” eppure non sembra riuscire ad imprimere l’agognato cambiamento rispetto alle vicende neocoloniali; quelle che, ancora oggi, condizionano il vissuto dei suoi popoli. La recente crisi centrafricana e quella maliana sono sintomatiche di un malessere determinato sia dalla fragilità delle classi dirigenti, come anche dagli interessi internazionali, poco importa se di matrice salafita, cinese o francese. La questione somala rimane irrisolta: l’attentato di domenica scorsa al tribunale di Mogadiscio la dice lunga. In Nigeria, invece, la frattura tra il Nord e il Sud del Paese rappresenta un fattore di grande instabilità, indebolendo fortemente il governo di Abuja. Nel frattempo, a marzo, in Kenya è stato eletto presidente Uhuru Kenyatta. Cinquantuno anni, figlio del padre della patria Jomo Kenyatta, è un kikuyu che ha preso il potere riproponendo, col suo avversario Raila Odinga, d’etnia luo, una campagna elettorale dalla forte connotazione etnica. Inoltre, la Corte Penale Internazionale (Cpi) gli ha intimato di presentarsi il prossimo 9 luglio per rispondere di crimini contro l’umanità di cui è accusato, come presunto regista delle violenze che hanno preceduto e seguito le elezioni presidenziali del 2007. E mentre le diplomazie occidentali, in linea con i pronunciamenti della Corte dell’Aja, erano rappresentate alla sua cerimonia d’insediamento solo dai rispettivi ambasciatori, si rafforza l’influenza dei Brics (Cina in primis) che guardano all’ex colonia inglese come ad un Paese strategico per il commercio con l’Oriente. Da rilevare che quando ha giurato, il 9 aprile scorso, Kenyatta è stato applaudito da capi di Stato del calibro di Robert Mugabe (Zimbabwe) , Joseph Kabila (Repubblica Democratica del Congo), Ali Bongo (Gabon) e Yoweri Museveni (Uganda) che in materia di diritti umani non sono certo campioni. A riprova che le leadership africane continuano a rispondere a logiche oligarchiche e fortemente nepotistiche. Cosa dire, ad esempio, del presidente sudanese Omar Hassan el Beshir o dell’eritreo Isaias Afewerki? Questi signori, politicamente inossidabili, guidano le loro rispettive nazioni come veri e propri dittatori.

Sul piano strettamente economico, le previsioni, a livello continentale, del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) sono positive, grazie soprattutto ai forti investimenti del governo di Pechino e più in generale dei Paesi del cartello Brics (oltre alla Cina, esso comprende, Brasile, Russia, India e Sudafrica). “Guidata dallo slancio dei consumi privati e dagli investimenti così come dall’export - scrivono gli esperti del Fmi – l’Africa Subsahariana, sulla base della robusta crescita del 2012 proseguirà lungo il trend di espansione interrotto solo nel 2009”. Secondo il Fmi la crescita dell’area per il 2013 è stimata attorno al 5,5%. “La crescita generalizzata - prosegue il rapporto - è basata sulla crescita significativa dei continui investimenti in infrastrutture e capacità produttiva, sul sostegno dei consumi e sull’avvio di nuove capacità estrattive”. Letto così, il Fmi sembra dipingere uno scenario idilliaco, ma non è tutto oro quello che luccica. Anzitutto perché la debolezza dell’aera euro potrebbe coinvolgere i Paesi africani; inoltre la crisi dei mercati finanziari su scala planetaria, unitamente a un prevedibile calo degli investimenti dovuto alla diminuzione della domanda nei Paesi industrializzati, potrebbero far calare i prezzi delle materie prime e danneggiare così i produttori minerari. A ciò si aggiunga la crescente disparità sociale nei Paesi africani, non solo a basso reddito, ma anche in quelli emergenti come il Sudafrica. Non v’è dubbio che i processi della crescita economica vanno contestualizzati in un habitat, quello africano, dove la democrazia e il pluralismo lasciano ancora molto a desiderare. Insomma, il risveglio dell’Africa è ancora una grande ambizione che potrà realizzarsi nella misura in cui la società civile, nelle sue molteplici componenti, sarà in grado di assolvere il suo vero ruolo. Quello di essere un vero e proprio vivaio per le future classe dirigenti, protese al servizio della “Res publica”, in antitesi alle politiche dei satrapi che ancora oggi fanno il bello e il cattivo tempo.