Flaviano Zandonai

Fenomeni

I.T.A.L.I.A.: fine della transizione

22 Luglio Lug 2015 0625 22 luglio 2015
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Da AILATI a I.T.A.L.I.A. Può sembrare solo un gioco di parole, ma in realtà non è così. Perché il rapporto della fondazione Symbola che individua e analizza le qualità competitive del nuovo "made in Italy" trasformando Italia in un acronimo (Industria, Turismo, Agroalimentare, Localismo e sussidiarietà, Innovazione, Arte e cultura), contribuisce a chiudere una lunga e difficile fase di transizione e ad aprire una prospettiva di futuro. Un futuro magari ancora incerto, ma alimentato dal bene più scarso in questa fase: la capacità di visione. A inaugurare la transizione era stato - ormai cinque anni fa - il padiglione Italia della Biennale architettura che provocatoriamente si intitolava AILATI. Italia scritto al contrario non solo per mera denuncia della marginalità crescente nei processi di globalizzazione e cosmopolitismo, ma per rappresentare una pletora di progetti di innovazione allora allo stato embrionale però con le credenziali giuste per assumere la leadership di un nuovo modello di sviluppo che poteva scaturire dalla trasformazione sistemica in atto. Le cose cominciano ad essere messe al loro nuovo posto. Il brand infatti è sempre quello, ma la declinazione dell'acrononimo è ben diversa. È interessante notare soprattutto che gran parte delle progettualità del vecchio padiglione Italia oggi sono raccolte alla lettera L. del rapporto Symbola, alla voce "localismo e sussidiarietà" curata da Aiccon. Non è un dato banale, anzi è una novità dirompente perché quelle iniziative erano in gran parte nonprofit e d'impresa sociale, alle prese con problemi quali rigenerare gli spazi pubblici, proporre nuovi modelli di abitabilità, attivare le comunità locali, ecc. Oggi quelli che erano solo "riflessi dal futuro" trainano nientepopodimeno che la dimensione locale ovvero il principale driver di sviluppo del Paese. Non lo fanno da sole ovviamente, ma contaminandosi con le economie forti dell'industria, dell'artigianato, dell'agricoltura, oltre che interfacciarsi con le principali innovazioni tecnologiche (in attesa di quelle finanziarie). Tutto questo peraltro è avvenuto in un contesto di politica "sfascista" come si diceva qualche anno fa. Una politica che ha fallito su una riforma chiave - quella del localismo federalista - mettendo quindi in ulteriore difficoltà tutti quei soggetti vecchi e nuovi che nella valorizzazione degli asset locali - materiali e immateriali - hanno individuato la loro mission e definito il loro modello economico. Eppure nonostante questo, nonostante una sussidiarietà verticale ormai a pezzi, dove nella filiera dei poteri pubblici non si capisce più chi fa che cosa alimentando così inefficienza e deficit di legalità, quella orizzontale (o forse meglio circolare) ha continuato ad operare spesso sulle gambe del nonprofit produttivo (cooperativo soprattutto) ben analizzato nel rapporto anche in chiave di impatto sull'economia pubblica come voce di investimento e non di redistribuzione come voce di spesa. Proprio alla luce di questi dati ci sarebbe una seconda chance per il policy maker, ovvero la riforma dell'impresa sociale, ma purtroppo il condizionale è d'obbligo leggendo su Vita le cronache di questi giorni. Cronache che restituiscono, a prima vista, un quadro di incertezza legato a questioni tecniche dovute a ingorghi istituzionali. Ma in realtà traspare, anche nel testo della legge delega, il solito problema, ovvero la carenza di visione che impedisce di traguardare l'impresa sociale oltre le nicchie dei settori di attività, dei modelli giuridici e pure di quelli compartimentali - il terzo settore - che magari ne preservano l'origine ma che oggi non consentono il pieno dispiegarsi di potenzialità non di là da venire ma in buona parte già in azione. Per questo il rapporto I.T.A.L.I.A è una buona lettura per alimentare un autentico percorso di riforma e non solo di riordino. Alla lettera L. ma non solo.