Luca De Poli

Money Mind

ESG & Finanza S.p.A.

11 Gennaio Gen 2022 0900 11 gennaio 2022
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Tassonomia! Anche l’acronimo ESG deve confrontarsi con tutte le possibili combinazioni e classificazioni che portano all’esclusione o meno di questo o quell’altro. Ma chi decide chi è dentro e chi è fuori quando si parla di ESG?

Una scelta può valere miliardi, incidere nel PIL, nell’occupazione e, in generale, nell’economia di una Nazione.

Per esempio, il nucleare rientra in una logica ESG? Risposta: l’incontro di boxe nel definire il concetto di energia pulita si sta ancora disputando mentre i cartelloni di Greta & C. si moltiplicano e il clima (non) può aspettare. Dando qualche numero, il cosiddetto “climate disasters” nel 2020 ha causato solo negli USA “billion dollars” di danni, billion, per chi non è pratico, si traduce in miliardi di euro.

Con ESG mettiamo dentro, come in una borsa di Mary Poppins, tutto: Ambiente (Environmental), Sociale (Social) e Governance delle Imprese. Se questa definizione l’attacchiamo alla finanza, si conia un nuovo termine, entrato nel linguaggio comune, anche se troppo spesso preda di un make up di marketing: finanza sostenibile.

Chiediamo a Marco, un gestore che in Lussemburgo manovra circa 2 miliardi di masse col bollino della “finanza sostenibile”, cosa pensa che una quota di titoli, circa il 5%, sia responsabile del 75% delle emissioni globali. Ci risponde che si sta troppo enfatizzando la prima lettera di ESG, l’ambiente. Se viene deciso, per esempio a livello globale, che tutte le Oil Company devono essere penalizzate dagli indici, dai fondi pensione, etc..., succede che queste aziende non investiranno più in conversione, spingendo verso l’alto il prezzo del petrolio, con, di conseguenza, ripercussioni sulla fascia più debole della popolazione. Per questo il commitment sul tema del clima deve essere governativo e non delegato in primis alla finanza. Quest’ultima deve concentrarsi sugli altri due pilastri, Social & Governance, con un “engagement” rivolto a quelle aziende che hanno ritardi nella mappatura della filiera della sostenibilità, che non sanno dimostrare come e se viene impiegato il lavoro minorile, ricordando, per esempio, che il (mega) business delle energie rinnovabili, utilizza dei minerali che il più delle volte vengono estratti in realtà dove c’è poca visibilità e/o assenza di monitoraggio (SudAmerica, Asia, Africa…). Concludendo, Marco ribadisce che il più grande player deve rimanere lo Stato e non la Finanza: se entro il 2050 vogliamo essere carbon neutral, gli investimenti devono essere importanti (pari a circa 150 triliardi di dollari), traducibili in due volte il PIL mondiale, a voi le riflessioni…

Contattiamo anche il Prof Stefano Caselli, Vice Rector for International Affairs dell’Università Bocconi. Gli chiediamo se ESG & Finanza rappresenti un ossimoro, una trovata di marketing o qualcosa di più serio che sta cambiando le abitudini degli investitori. Ci risponde che poteva esserlo in passato, ora non più in quanto la sigla ESG fa da contenitore di cose molto diverse che sono maturate nel tempo. Un esempio è il tema della “diversity” (parità di genere) all’interno della Governance. Ora è arrivato il “momentum”, giusto per usare terminologia tanto cara al mondo degli investimenti, dove la finanza si rende conto del potere che ha, dedicando più capitali nelle realtà ESG, coinvolgendo e valorizzando le diversità. È palese che nel giro di pochi anni, le aziende che renderanno di più, saranno quelle maggiormente rispettose delle “tre lettere”. Come seconda domanda chiediamo se c’è differenza quando parliamo di ESG in Europa o nel Nord America. Ci risponde che non c’è un posto per eccellenza: è una sfida globale presente in contesti diversi. Sicuramente l’Europa è un contesto evoluto, specialmente per la sua profonda e radicata tradizione di civiltà. L’Europa ha le radici più profonde, inutile nasconderlo. Il Recovery Plan sta spingendo in maniera decisiva verso questi progetti, farà accadere le cose e nuove attrattività per il capitale d’investimento.

Ma dubbi rimangono, pensando, in particolare, che in Italia il mondo del quotato è rappresentato solo da poche centinaia di realtà. Per questo abbiamo voluto incontrare anche la dottoressa Anna Gervasoni, Direttrice dell’Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, alla quale chiediamo come può un investitore sensibile alla sostenibilità essere tutelato quando investe nei mercati privati. La sua risposta: “Non esiste una tutela specifica. Nei fatti molte analisi e ricerche, svolte anche a livello internazionale, hanno dimostrato che gli investimenti sostenibili performano almeno uguale, se non meglio e questo vale sia per i public market che per i private market. L’unica garanzia, se così si può chiamare, è che nel mercato del private equity e venture capital i fondi investitori sono azionisti attivi e partecipi alla governance e quindi hanno tutte le leve necessarie per spingere nella giusta direzione, sia in chiave di sostenibilità che di performance.

Ma allora se dovessimo saperne di più su ESG & Finanza, dobbiamo rivolgerci al nostro Consulente Finanziario? E lui, obiettivamente, è preparato? Chiediamolo alla professoressa Maria Debora Braga, Professore Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso la Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi.

“È difficile dare una risposta netta! La mia esperienza suggerisce che, indubbiamente, ci sono società che hanno dato prova di voler rendere più robusto il bagaglio di conoscenze e competenze dei propri consulenti finanziari sulle tematiche di finanza sostenibile e di investimenti sostenibili e, difatti, è stata loro l’iniziativa di inserire i propri consulenti in appositi percorsi formativi. Al contempo, non posso fare a meno di osservare che vi sono reti di banche e società finanziarie che, pur avendo promosso un’offerta di prodotti sostenibili, non sembrano, ad oggi, aver convintamente intrapreso un percorso formativo per le proprie risorse.

Dovendo azzardare delle percentuali approssimative, forse direi, per quanto direttamente sperimentato, 60% della partecipazione promossa dalle Società, 40% della partecipazione voluta autonomamente dai consulenti.”

È plausibile nutrire il timore che taluni vincoli o logiche commerciali possano “depotenziare” l’agire del consulente in tal senso, ma deve confortarci sapere che la regolamentazione europea ha già iniziato a muoversi nella direzione di porre requisiti di trasparenza (pre e post-contrattuale) e condizioni/parametri tecnici agli investimenti perché possano dirsi sostenibili.”

Insomma, la strada potrebbe essere quella giusta: l’intreccio tra ESG e Finanza è già in atto e sembrerebbe produrre effetti concreti sugli investitori e in generale sulle Comunità anche se qualcuno afferma di aver visto, parafrasando, il camioncino della raccolta differenziata rientrare alla base e mischiare il tutto…Agli organi preposti, pertanto, il dovere di alzare l’asticella del monitoraggio proprio per evitare che quanto è già in atto non si disperda nell’...ambiente!