Bernardino Casadei

Rifondazioni

Raccogliere fondi o catalizzare donazioni

15 Novembre Nov 2014 1659 15 novembre 2014
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Il mondo del privato sociale può trasformarsi in un’importante opportunità occupazionale soprattutto per le giovani generazioni. Esso è infatti particolarmente attivo in quelli che potrebbero essere i settori trainanti dell’economia soprattutto per quel che concerne la loro capacità di generare posti di lavoro: i servizi alla persona, la formazione, la cultura, la tutela dell’ambiente e del patrimonio storico. Per poter svolgere questo ruolo sono però necessarie risorse, risorse che sembra particolarmente difficile reperire in un momento di crisi e in cui alcune delle tradizionali fondi d’approvvigionamento si stanno esaurendo.

Davanti a questa situazione sono diverse le organizzazioni che pensano di coinvolgere dei fundraiser, ossia dei professionisti che abbiamo come compito quello di procurare loro denaro e che poi sia possibile pagare con una percentuale della somma raccolta. Questo approccio si scontra con due ostacoli: il fatto che l’etica professionale dei fundraiser impedirebbe loro di essere pagati a percentuale e, soprattutto, la constatazione di come questo approccio non generi i risultati sperati a meno di non essere una grande multinazionale del nonprofit che può investire importanti risorse nelle proprie attività di marketing e comunicazione.

Una via per superare questa impasse consiste nel ricordarsi che l’ente non ha bisogno di soldi, ma di risorse. Se ci si riflette apparirà evidente come le organizzazioni non profit necessitano di risorse umane, competenze, beni e servizi, strumenti, relazioni, reputazione. I soldi possono essere uno modalità per procurarsi tutto ciò, ma non sono l’unico modo e neppure sempre il migliore. Riflettere su cosa l’ente abbia realmente bisogno può permettere di trovare via alternative per procurarsi tali risorse e individuare più intense opportunità di coinvolgimento da parte dei donatori. Una cosa è donare dei soldi, un’altra donare dei beni e servizi o anche donare del denaro che verrà utilizzato per acquistare qualcosa di ben definito che ci possa coinvolgere anche emotivamente.

Definiti i bisogni è necessario dedicare tempo e risorse per individuare chi e perché è interessato o potrebbe interessarsi alla nostra attività e nel contempo valorizzare le reti di relazioni di cui ciascuno dispone. Si tratta di soggetti molto diversi: dai potenziali utenti e i loro familiari, a imprese la cui catena del valore può essere influenzata dai cambiamenti sociali che l’ente promuove, dagli enti pubblici che possono beneficiare, politicamente ed economicamente, dal lavoro delle organizzazioni del privato sociale a quei donatori che possono essere coinvolti emotivamente piuttosto che ad enti filantropici che hanno bisogno di partner per perseguire la propria missione. Fare l’analisi di tutti questi soggetti e segmentarli per capirne le specifiche motivazioni diventa un’attività fondamentale per chiunque vogliano coinvolgerli nel perseguimento delle proprie finalità.

Naturalmente ciascuno di questi soggetti potrà contribuire con modalità diverse alla vita dell’ente. Chi può mettere a disposizione soldi, chi tempo, chi beni e servizi, chi potrebbe essere disposto ad integrare le donazioni raccolte, chi può condividere le proprie relazioni o i propri canali di comunicazione. Capire le reali disponibilità e ciò che ognuno può effettivamente mobilitare con maggiore facilità diventa fondamentale per valorizzare al meglio le potenzialità di ciascuno evitando di chiedere ciò che non ci può essere dato.

Infine diventa importantissimo pensare a quali possono essere le modalità più comode ed interessanti per il donante e nel contempo individuare come aiutarlo a sfruttare al meglio i benefici collegabili al suo contributo. Si tratta di domandarsi cosa sia più opportuno chiedere: donazioni, lasciti, contributi, sconti, sponsorizzazioni, cause related marketing, trattenute sulla busta paga o acquisti e commesse in quanto, in funzione delle caratteristiche specifiche dei diversi interlocutori, ogni soluzione può essere per loro più o meno vantaggiosa e quindi offrirgli tutta l’assistenza di cui potrebbe avere bisogno.

Raccogliere, analizzare ed utilizzare queste informazioni, anche per ripensare la struttura dei propri servizi e prodotti, affinché questi tengano conto delle esigenze dei donatori e non solo degli standard imposti dalla normativa vigente piuttosto che dal mercato, non è un’operazione che può essere svolta senza dedicare tempo e competenze specifiche. Non farlo significa rinunciare a risorse fondamentali per il perseguimento della propria missione.

Tutto questo, per quanto necessario, non è però sufficiente se non sarà accompagnato da un approfondimento della propria identità. Oggi, sempre di più, le persone cercano legami identitari e forme di appartenenza. Si tratta di bisogni per soddisfare i quali gli enti del privato sociale sono nelle migliori condizioni, ma, bisogna ammetterlo, raramente valorizzano queste opportunità. Si tratta di approfondire i fondamenti stessi della propria missione e quindi comunicarli anche attraverso comportamenti, prodotti e servizi che siano coerenti con tali valori.

È attraverso queste attività, troppo spesso rinviate alle calende greche, che le organizzazioni del privato sociale potranno catalizzare le risorse di cui necessitano per erogare quei beni e servizi di cui le nostre comunità hanno un così evidente bisogno. In questo modo gli enti non profit svolgeranno un ruolo importante anche da un punto economico, diventando un’importante opportunità di occupazione, occupazione che peraltro non può essere delocalizzata, e generando quel reddito che potrà contribuire a rimettere in moto un sistema produttivo che non ha ancora trovato il carburante che lo faccia ripartire.

Infine, ed è questo l’elemento forse più importante, attraverso la loro capacità di inserire il dono come uno degli elementi caratterizzanti il loro processo produttivo, contribuiranno, in modo sostanziale, a rigenerare ciò che è ormai da tutti considerato il collante indispensabile di ogni comunità degna di questo nome e l’elemento imprescindibile per lo sviluppo sia del libero mercato, che delle istituzioni democratiche: la fiducia. Il dono, per sua essenza, genera fiducia. La sua promozione non può essere puramente strumentale col solo obiettivo di catalizzare le energie necessarie all’erogazione dei servizi, ma deve essere considerato un fine in sé, in quanto elemento fondamentale per ricostruire quella società veramente umana che un mondo, prigioniero del pensiero strumentale, sta distruggendo.

Se questa crisi ci darà la forza di comprendere queste evidenze e di trovare le energie per permettere alle organizzazioni dell’economia civile di fare questo salto di qualità, essa potrà trasformarsi in un’opportunità per riscoprire l’entusiasmo e la speranza di cui ciascuno di noi sente un così evidente bisogno. L’ambizione della Fondazione Comasca è proprio quello di innescare questo processo e di contribuire così alla costruzione di una comunità veramente umana perché costruita su una visione non riduttiva della persona.

Per chi lo volesse è possibile vedere il video dell'intervento svolto su questo tema in occasione del convegno promosso dalla Fondazione Comasca per presentare l'iniziativa volta a formare giovani fundraiser nel proprio territorio, a questo link: https://www.facebook.com/video.php?v=10203147892433338