Marco Dotti

Seconda Classe

Incapaci di silenzio, incapaci di rispetto

21 Aprile Apr 2015 1803 21 aprile 2015
  • ...

La società postmortale (che "laicamente" si nega ogni limite, ma intimamente si piega a ogni superstizione purché ammantata di post-trans o meglio: sub-modernità) ha azzerato il lutto, ha annacquato il tragico, ha seppellito il pudore, ma è ben disposta alla lacrima dinanzi a morti di cui non gliene frega nulla, perché nulla mai glien'è fregato di quei morti, da vivi.

C'è tutta un'economia funebre che avanza, coi suoi cortei, le sue parate, i suoi "not in my name" qua, i suoi "not in your name" là.

Non sarebbe meglio il silenzio? Non credo ci sia ipocrisia - c'è anche quella, beninteso, ma non la ritengo il tratto decisivo della nostra epoca, per come si declina ora e qui, in questa periferia del mondo che chiamiamo Europa.

Credo piuttosto nella betîse, bestialità idiota, tragicomica ma non per questo meno brutale, ovvero nel rimbambimento sistemico, inconsapevole nell'uso dei suoi mezzi.

E i fini? I fini, semplicemente, non ci sono. Una linea di continuità lega chi lacrima e chi sanguina. Lega le loro immagjni, intendo dire. Non esistono che quelle, le immagini, il brusio delle immagini - per questo, da qualche parte, chi la sapeva più lunga di me, di te, di noi lasciò scritto: "non farti alcuna immagine".

Di chi? Dell'altro (racchiuso in quel radicalmente altro che per lungo tempo abbiamo indicato con la parola Dio). Plasmiamo labbra, nasi, manipoliamo corpi.

Svendiamo la forma, ma dai corpi veri, quelli che sudano, sanguinano, puzzano, soffrono, gioiscono, faticano ci allontaniamo ben volentieri. Il corpo ci ricorda che la nostra costituzione è effimera.

Scriveva Jean Genet - che non se ne stava al premio strega e non scriveva peana su comittenza e aveva il brutto difetto si essere un franco tiratore - che è la presenza assillante delle mosche a rivelarci la brutalità del mondo che noi, tessere di un maldestro mosaico, contribuiamo a comporre.

Diceva Genet - anzi: questo lo aggiungo io, interpolandolo - che le mosche oggi se ne stanno in pubblico a sperare che qualora scendesse loro una lacrima - fosse pure l'unica lacrima sincera - questa cada proprio là, solo là dove la si può vedere, fotografare, twittare in piccoli peana di morte.

Leggo su uno schermo della metropolitana milanese - ecco l'immagine! - che l'Europa chiede a tutti di "twittare frasi di solidarietà in memoria delle vittime".

Le mosche postmoderne si appoggiano alla loro tragedia quotidiana al solo scopo di mutarla in farsa. Ma la vraie vie est ailleurs, diceva il poeta zoppo e forse pure schiavista. Già, ma dov'è il nostro altrove? In una lacrima? Nel silenzio? In un tweet?

@oilforbook