Marco Dotti

Seconda Classe

Azzardo. Finlandia: un modello per l'Italia?

21 Maggio Mag 2015 1409 21 maggio 2015
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ripubblico qui l'intervista fattami da Carlo Cefaloni e apparsa in due parti su Città Nuova ("Azzardo legale. Il modello economico finlandese", 8 maggio e "Come far inceppare il meccanismo dell'azzardo", 20 maggio 2015)

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Con Marco Dotti di Vita abbiamo un dialogo aperto che parte dalla questione dell’azzardo per andare alla scoperta di quello che emerge dal profondo della società italiana. Dotti è tornato da poco dalla Finlandia, dove si è recato per approfondire una modalità di regolare l’offerta del cosiddetto “gioco” d’azzardo alternativa rispetto a quella operante in Italia. Anche qui, come su molti campi, si tratta di abbattere quel dogma imperante sulla mancanza di alternative, spesso fondato su una concezione pessimistica dell’essere umano. 

Perchè questo interesse per la Finlandia? Non è troppo diversa da noi per essere un modello da replicare? 

L'interesse per la Finlandia è l'interesse per un modello, per una policy se così la vogliamo chiamare, non integralmente affogata dalla politics. Intendo dire: in Finlandia, sul tema dell’azzardo e del suo rapporto con Stato e società civile, possiamo osservare de visu che cosa significhi una strategia di lungo termine. In Italia, il dibattito biecamente politica affoga ogni visione strategica in questioni di mera tattica o in un decisionismo di facciata che lasciano il tempo che trovano.

C'è poi un interesse critico. Critico nei confronti di alcune retoriche. La prima: riemerge carsicamente l'idea che "si debba finanziare il welfare" con i proventi dell'azzardo e, superficialmente, alcuni analisti citano il caso-Finlandia.

Andare a fondo su questo presunto paradiso in terra risponde alla necessità di smontare la finta opposizione (che solo nel pollaio italiano ha presa) tra opzioni proibizioniste e antiproibizioniste. Una strategia di lungo termine prevede che vi siano regole. Quindi, se parliamo di regole, a me interessava verificare come, in un Paese come la Finlandia, che ha slot machine dislocate in ogni dove, dai supermarket alle tabaccherie, si sia regolato il fenomeno.

In Finlandia le slot sono ovunque, come ho detto, ma i privati non ci sono (se non nell'enclave delle isole Aland – che è un po’ come la nostra città di Campione d’Italia - o come partner tecnologici: ricordo che Lottomativa è partner tecnologico di Veikkaus, che gestisce lotto e bingo). La regolamentazione del gambling o azzardo legale, in Finlandia, la chiamiamo proibizionista o antiproibizionista? Io lo chiamo un modello. Attenzione, non “il” modello”, ma “un” modello. Un modello che si regge su un rigido monopolio statale, contro il quale a nulla sono valsi i ricorsi in sede europea. Il sistema finlandese regge da 80 anni e concede a tre società pubbliche la gestione di slot, lotto e ippodromi. I proventi vengono interamente usati per finanziare welfare, scuole e tutela ambientale.

Ma anche qui, stiamo attenti a una particolarità: in Italia, pur arrogandosi il “monopolio” dell’azzardo pubblico, lo Stato lo “concede” a 13 concessionari lo sfruttamento privato dello stesso. Poi, attraverso previsioni di legge – l’ultima, nella cosiddetta Legge Delega che prevede un fondo chiamato “Buone Cause” che dovrebbe essere alimentato proprio in questo modo, per una cifra annua di 200 milioni di euro! – e tentativi di introdurre una tassazione di scopo, chiede a quei privati che parte dei loro incassi o dei tributi che dovrebbero versare all’Erario vadano a finanziare in forma diretta attività di recupero, di formazione o quant’altro. Non solo il circolo italiano, molto più lungo e, mi si passi il termine, “vizioso”, è aberrante. Ma è anche un modello che non può funzionare, se non per futuri scandali e future “mafie capitali”. In Finlandia il rapporto è diretto, ma tracciabile, fino all’ultimo centesimo, per quanto riguarda gli stanziamenti che seguono un complesso e rigoroso iter di valutazione preventiva e consuntiva. È proprio la visione ad essere diversa. In Italia ogni visione affonda nella politica dell’ “umma umma”. 

Chiaramente il modello finlandese non è in toto esportabile in Italia e non sarebbe nemmeno auspicabile. Ciò detto, io credo che alcuni elementi positivi vi siano, alcune esperienze potrebbero esserci utili, anche solo come esercizio per lo sguardo. Credo infatti si debba uscire dalla nicchia dell'autoreferenzialità tutta italiana e tutta “parlamentocentrica” e si debba iniziare a comparare esperienze di policies dialogando e osservando e ponendosi delle domande. Le domande, in Finlandia e in Italia, sono le stesse. Le risposte ahinoi variano di molto. E in Italia non so nemmeno se si possano chiamare risposte (legge delega docet).

Quali sono gli aspetti positivi  del modello finlandese ? 

Su tutti la chiarezza e il fatto che, appunto, sia un modello strategico non un palliativo tattico. Andando nel concreto, direi che un punto chiave è il controllo in tre sue varianti: 1) controllo della macchina; 2) controllo del giocatore; 3) controllo dell’ambiente di gioco.

Punto uno, “controllo del giocatore”: Lo Stato vuole il machine gambling? Allora si assuma la responsabilità: a) di produrre le slot machine; b) garantire che la manutenzione è fatta da pubblici funzionari. Oggi in Italia il controllo sulle macchine da gioco avviene su un prototipo e il conseguente controllo operativo riguarda quasi esclusivamente eventuali manomissioni del collegamento della macchina al sistema di rete fiscale. Non a caso, dall’ultimo rapporto della Guardia di Finanza risulta che le macchine irregolari sequestrate nel 2014, su un totale di 390mila macchinette sparse su tutto il nostro territorio, sono state circa 1300. Questo perché? Perché il problema non sta nell’omologazione o nel collegamento alla rete, ma in un sistema di micro-manomissione che, quando avviene, avviene nella fase di manutenzione della macchina. Insomma, detto in parole povere: non posso mandare i vigili urbani a controllare sistemi di microelettronica. Al massimo, li mando per controllare il libretto, come si fa con gli ingredienti delle brioches nei bar. Io importerei questo dalla Finlandia: tu, Stato, vuoi continuare a far questo? Allora affida la manutenzione delle macchine solo a pubblici ufficiali e vediamo, poi, che cosa succede.

Ci sono poi gli aspetti del controllo del giocatore – tetti massimi di spesa mensili, dopo di che ogni macchina del Paese si blocca, essendo possibile giocare solo con moneta elettronica o carte di credito o debito – e dell’ambiente e del gestore dell’ambiente, bar o supermarket, che è dotato di un dispositivo a distanza che può spegnere le macchine se nota una violazione o la presenza di un minore accanto a una di esse. In caso contrario, le pene sono severissime. Sia chiaro: questo modello ha le sue distorsioni e, se chiedi la mia posizione personale, io sono per l’uscita dal sistema dell’azzardo legale. Ma per uscire bisogna inceppare la macchina, trovare il classico granello di sabbia che blocca il meccanismo: la manutenzione a opera di pubblici ufficiali, debitamente formati, è un primo granello. Non quello decisivo, ma un primo granello in questa lunga opera decostruttiva conducendo assieme.

Quali altri Paesi europei sono interessanti da seguire come regolamentazione dell'offerta di azzardo?

Andrebbe studiata la Norvegia - a cui ho dedicato una breve analisi: soprattutto ora che, se stiamo alle parole del sottosegretario Baretta, in Italia si vorrebbero dismettere le slot passando a tipologie di macchinette più controllate. Studiare la regolamentazione significa però ricostruire e comprendere a pieno ragioni distorsioni posizioni e contrapposizioni di un dibattito. La Norvegia è una case history.

Come facciamo In Italia a rimettere il dentrificio che è uscito da tubetto? Le multinazionali non potranno mai lasciare il settore se non con la forza….

Il problema è che dentro quel tubetto c’è ancora tanto, tantissimo dentifricio che vuole uscire. Sulle multinazionali direi che ci sono e non ci sono. Fanno sentire il proprio peso, magari pagando altrove le tasse, ma non mi pare si siano assunte ancora l’onere che, in qualche modo, vista la latitanza statale, spetterebbe loro, di proporre modelli sensati che vadano oltre il finanziamento a pioggia per qualche campagna del “gioco responsabile”. Lo scandalo, casomai, è che che tra i 13 concessionari di Stato ci sono Srl unipersonali. Insomma, società che, come dice un vecchio proverbio indiano, si sobbarcano il privilegio dell’elefante, muovendo miliardi di euro, ma hanno la struttura di un topolino. Ti pare possibile? Le multinazionali del settore sono fragili e potenti al tempo stesso. Se l’opinione pubblica accresce la propria attenzione e la propria sensibili e comincia a operare quello che Leonardo Becchetti chiama il voto della scelta, credo che non possano non vacillare. Globale e locale sono talmente avvinti, per queste multinazionali, che un minimo danno reputazionale in uno sperduto paesino della Lombardia o della Toscana, rischia di avere ripercussioni a New York o altrove. Il problema sono quelli che non hanno danni reputazionali, non avendo alcuna reputazione da difendere.

L'affidamento al terzo settore non è pericoloso considerando i casi recenti di infiltrazione malavitosa? E poi con la possibile entrata delle multinazionali tramite fondazioni benefiche nel capitale delle imprese sociali, come  previsto nella riforma Renzi, non c'è il rischio di una presenza indiretta delle società di profitto? Non sarebbe più coerente una gestione pubblica disincentivante tramite una partecipazione popolare di cittadinanza?

Più che pericoloso. È devastante. Come ho detto prima, qui si sta creando il parastato futuro, insomma la futura “Mafia capitale”, che sarà diffusa, capillare, sistemica e quindi nemmeno percepita come disvalore. È un problema immenso, ma che dobbiamo smontare pezzo per pezzo con le armi della critica. Io credo che lo Stato debba essere chiaro: serve una exit strategy, una strategia di uscita. Uscire dal sistema dell’azzardo diffuso, industriale, di massa è necessario ora più che mai. 

L’affidamento al terzo settore mi pare una tattica, ma non per una via di uscita. È una tattica di “invischiamento”. Se tutti, in una direzione o nell’altra, trarranno vantaggio materiale o simbolico (fosse pure attraverso “buone cause”) da questo disastro non se ne uscirà mai, perché nella nostra “visione” a determinare scelte, orientamenti, atteggiamenti e persino autoassoluzioni sarà quel “profitto” che tu giustamente temi.

Il caso dell’azzardo ci insegna molte cose, su questo. E l’ingresso del profitto in settori che per definizione dovrebbero essere senza profitto, mi fa venire in mente una vecchia massima che gli antropologi un tempo mandavano a memoria: “esistono cose che possono essere vendute e vanno vendute; esistono cose che possono essere donate, ed è giusto donarle; ma ci sono cose che non vanno né vendute, né donate: vanno custodite”. Siamo entrati in una spirale: svendiamo ciò che andrebbe venduto, vendiamo ciò che andrebbe donato, devastiamo ciò che andrebbe custodito. Di questo passo, produrremmo il deserto. Per questo dobbiamo alzare lo sguardo e guardare altrove, concretamente, a certi modelli. Senza aspettare che siano altri, magari il decisore politico di turno, a proporceli come panacea. La critica è “questa cosa qua”.

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