Marco Dotti

Seconda Classe

Facciamola finita con quelli che dicono "punto"

24 Gennaio Gen 2016 1123 24 gennaio 2016
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"Punto". Uno dice una cosa, non ti lascia nemmeno il tempo di pensare e ci aggiunge "punto". Esempio: "i diritti. Punto", "le libertà. Punto" e via punteggiando. Singolare prevalenza: "punto" appare per lo più nei discorsi che si vorrebbero aperti al dialogo. Solo che quel "punto" tutto è, fuorché un invito a dialogare.

Un tempo, quando non volevano ammettere discussioni i buoni padri di famiglia - i cattivi ricorrevano alle sberle - usavano un'altra espressione: "punto e a capo". L'a capo apriva tutta un'altra scena. Il "punto senza a capo", semplicemente la chiude. I tempi e le mode sono cambiate, facciamocene l'ennesima ragione. Di sberle guai a parlarne, o ti mandano gli assistenti sociali, ma in compenso il punto guadagna terreno al pari delle slide nei convegni. Mi chiedo spesso che cosa si nasconda dentro la prevalenza del "punto" nel dibattito pubblico e privato. Sicurezza? Forza? Ostinazione?

E perché non aggiungerci il tradizionale "a capo"? Si aprirebbe almeno un altro discorso, si aggiungerebbe al draconiano "punto" la più lieve speranza di un "adesso parla tu". Invece no, il punteggiare continua. E ne consegue il monologo, o il silenzio - che poi, se non sei a teatro, è la stessa cosa. Il "punto" segue l'inerzia cinetica delle piazze. Segue il brusio del bar sport. Basta una manifestazione ripresa dal tg ed è tutto un florilegio di "punto". Il "punto" allontana la parola dalla vita e dalla sua concretezza. La riduce a sintomo. Di quale male, chissà. Ma se la parola è malata, diceva Jacques Ellul, tutto è malato.

Forse che il sogno di chi dice "punto" altro non sia che quello del condannato alla pena capitale, di rimanere aggrappato all'esistenza degli altri rovesciandogli contro " le ultime parole famose"?

Insomma, si sopravviverebbe a patto di prendere il diacritico per i capelli, sperando che la coda lunga della storia faccia il resto. Punto. Diceva Flaubert che alla parola "patibolo" conseguono sempre le ultime parole famose. Poi? Poi arriva il "punto". E non c'è a capo che tenga. Meglio i tre punti, secondo me.

Il punto, racconta d'altronde una bella poesia di Gianni Rodari, è solo un piccolo dittatore:

Un punto piccoletto, superbioso e iracondo, "Dopo di me - gridava - verrà la fine del mondo!"

Le parole protestarono: "Ma che grilli ha pel capo? Si crede un Punto-e basta, e non è che un Punto-e-a-capo".

Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso, e il mondo continuò una riga più in basso