Marco Dotti

Seconda Classe

Post-verità: la «parola dell'anno» è già da buttare

31 Dicembre Dic 2016 1635 31 dicembre 2016
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Benvenuti nell‛era della post-verità. O meglio della politica della post-verità, perché così il 24 agosto scorso titolava il New York Times, che della «parola dell'anno», in tal modo incoronata dall'Oxford dictionary, ne ha fatto una bandiera. Secondo il quotidiano americano, che le ha provate tutte contro la realtà poi sanzionata dalle elezioni di "the Donald", vivremmo oramai in the age of post-truth politics. Chi parla di post-verità, solitamente lo fa a posteriori quando i fatti non gli danno ragione.

La Brexit, immancabilmente Trump e, venendo ai casi di casa e cosa nostra, la vittoria del "no" al Referendum costituzionale del 4 dicembre oltre allo spauracchio sempre verde di Grillo sarebbero i tanti indizi che fanno una prova. Al punto che questa strana parola-baule, coniata non da Lewis Carroll ma 25 anni fa dal serbo Steve Tesich e che già nel 2011 il Nobel Paul Krugman (proprio sul Nyt ) aveva tentato di introdurre nel dibattito elettorale, si è trasforma in una profezia e, al tempo stesso, in una escatologia politica. E poiché i profeti escatologici del tempio della post-verità siedono pressoché tutti nell‛élite che pretende di avere la prima e l‛ultima parola sul mainstream - proprio mentre la forbice fra pubblica opinione rappresentata dai media e ciò che nel bene e nel male pensa davvero la gente si sta allargando sempre più - nessuno trova il coraggio o semplicemente sa mettere la testa fuori dalla bolla della semiosfera morente e riesce a mettere in dubbio che la profezia si sia già autoavverata e occorra porvi rimedio.

Angela Merkel tuona contro il web nel dibattito sul bilancio in Parlamento, Matteo Renzi nel suo discorso di addio imputa alla post-verità parte della sconfitta referendaria e, infine, ma l'elenco sarebbe legione, anche il presidente dell'Antrisust Giovanni Pitruzzella che, intervistato sul Financial Times, informa di aver pronta una proposta contro le "bufale" in rete. Una proposta che prevederebbe la costituzione di una serie di agenzie controllate dagli Stati europei e coordinata da Bruxelles che «potrebbero rilevare le bufale, imporne la rimozione e, dove necessario, sanzionare chi le ha messe in giro».

Tra il vero e il falso si insinua il verosimile e siccome - cantava Laurie Anderson - «language is a virus» è con la velocità della peste o, semplicemente, del web che queste bufale, post-verità e chi più ne ha più ne metta si starebbero diffondendo. Beninteso, nessuno nega il problema. Ma il rimedio sembra peggiore del male. E hanno ragione Beppe Grillo quando tuona parlando di censura preventiva e Roberto D'Agostino quando parlano di una palese incapacità (o è malafede?) di cogliere dinamiche e codici della comunicazione in rete. Da tempo nel mondo della controinformazione (termine desueto, ma dobbiamo riabituarci a questa nobile pratica, perché si profilano tempi cupi) si fa strada l'ipotesi che governi e autorità di vario genere intendano servirsi del problema catalogato come «post-verità» per imporre una post-libertà. Se Erdogan ha le mani libere e ci mette la faccia, qui servr un alibi e alla svelta.

Prendiamo un esempio. Julien Assange di Wikileaks viene intervistato da Stefania Maurizi per Repubblica il 23 dicembre scorso. Il giorno dopo il Guardian (che fu) riprende l'intervista in inglese, lingua in cui è stata condotta e ci aggiunge "qualcosa": un sommario apparentemente innocuo ma che orienta altrove il senso delle parole di Assange e disorienta il lettore. Il sommario diventa virale in rete. Non disorienta però Glenn Greenwald (autore con Snowden degli scoop sul controllo globale, pubblicati proprio sul Guardian) che non esita a definire il tutto un falso. Post verità? Bufala? O un assaggio del tempo che verrà? Eppure proprio i sommari, oggi, si diffondono alla velocità della luce e generano quella «post-verità» contro cui anche il quotidiano inglese sembra sempre pronto a scagliarsi. Anche se poi, alcune tra le sue firme migliori hanno scelto di fondare Off Guardian, proprio in contrasto con la scarsa aderenza ai fatti che sembrerebbe guidare la linea editoriale del quotidiano dopo la vicenda di Edward Snowden, l'ex agente della Nsa oggi in esilio in Russia. Strana questa post-verità, davvero strana.

La «post-verità» presuppone ci sia o ci sia stata una «verità». Parole troppo grosse, si sa, generano mostri. Comunque sia, il buon vecchio Kierkegaard - oscuro filosofo danese, direbbe Woody Allen - insegnava che «il "come" della verità è la verità». Quella cosa lí, in quel contesto lí, con quelle sfumature lí (il «come») fa sì che quella cosa lì sia proprio quella cosa lì, non un generico surrogato di un originale comunque assente. Ma gli alfieri della «nuova verità» (giornalisticamente mediata) decontestualizzano che è un piacere. E qui sta l'inghippo: se c‛è una post-verità in circolazione, questa è proprio la narrazione della post-verità. Ecco perché la parola dell'anno 2016 è già da buttare.