Le Donne Di Buono A Rendere
Formazione

La scoperta di Tina: dopo 40 anni di impegno si può ancora imparare

14 Maggio Mag 2022 1342 14 maggio 2022
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Napoletana doc, Tina Caputo il suo amore per la vita l'ha sempre messo a frutto dedicandosi agli altri: per oltre quattro decenni si è impegnata nelle tossicodipendenze, ma solo grazie all'incontro con la Formazione Quadri Terzo settore - Fqts ha capito che la comunità che funziona è quella aperta, nella quale ci si scambiano energie e saperi. Da allora la sua vita è del tutto cambiata

Se la si dovesse associare a qualcosa, si penserebbe subito al Vesuvio e al fuoco che arde nelle vene di ogni buon napoletano. Un fuoco, che abita nelle viscere di Napoli, che i napoletani non temono e con il quale convivono. Lo stesso ardore che ha accompagnato per tutta la vita Tina Caputo, il classico esempio di volontaria dedita totalmente agli altri, il cui percorso di vita procede sereno, sino a quando cominciano per lei delle vere e proprie montagne russe.

«Io sono principalmente Tina Caputo e oggi so bene chi sono e verso dove voglio andare - racconta lei stessa attraverso la sua biografia sociale, ripercorrendo gli anni che intercorrono dall’inizio del suo impegno in favore dei tossicodipendenti sono all’incontro con la Formazione Quadri Terzo settore - Fqts, nel quale entrerà nel 2015 cambiandole la vita -. Sono nata a Barra , quartiere di Napoli, facente parte della VI Municipalità insieme ai quartieri Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, conosciuto anche come triangolo della camorra. Come tutte le periferie delle grandi città, da sempre soffre della diffusa pratica dell'illegalità a causa della precarietà dei redditi familiari, della disoccupazione giovanile, della devianza sociale. Terza di cinque figli, mio padre faceva il “magliaro” un mestiere nato a Napoli nell’ immediato dopoguerra che lo portava a stare lontano da casa per guadagnare qualche soldo in più. Mia madre ha avuto il primo figlio a 14 anni e ha fatto la mamma a 360° con la capacità di crescere 5 figli tra il divertimento e responsabilità, senza assilli, sempre con allegria e spensieratezza. Sono stata allattata al seno da una vicina di casa che immediatamente ha provveduto alla mia sopravvivenza visto che mia madre versava in condizioni di salute precarie. Quest’ atto di solidarietà ha generato in me la voglia di dedicarmi alle problematiche degli altri e di essere attenta al mondo che ci circonda e al prendermi cura dell'altro».

Occuparsi degli altri, come altri si erano presi cura di lei. Questo ha sempre voluto fare Tina, infatti a 18 anni comincia a dedicarsi alle tossicodipendenze perché nel quartiere la dipendenza dalla droga entrava in maniera subdola nella vita della famiglie povere, creando dei nuclei familiari nuovi assuntori e delinquenti che andavano ad arricchire solo le case dei clan.

«Nel 1987 ci siamo costituiti come associazione di volontariato – prosegue il racconto – cercando una sede adatta ai nostri progetti. Abbiamo trovato un luogo di 350 metri quadrati sui Monti Tifatini, nella zona della Valle di Maddaloni, un casale dove si abbeveravano i cavalli, un posto simbolico, magico per dare acqua a chi aveva sete. Una magia ancora più grande, visto che tutto attorno c’erano tanti campi di grano. Il sogno era stato realizzato perché ben presto nasce una vera e propria comunità di recupero che oggi accoglie in tutto una novantina di ragazzi, con all’interno anche un’azienda di cablaggio di fili, una cooperativa di coltivazione e vendita di fiori, ma anche tanto altro».

Un sogno, però, dal quale pian piano Tina Caputo si sveglia.

«Nel 1990 era entrata in comunità Giuliana, una sociologa che lavorava ai servizi sociali del Comune di Torre del Greco. La sua sofferenza mi entrò nell’anima: il lavoro, la bambina che piangeva continuamente, sembrava che questa donna non avesse nessuna possibilità di fare un percorso per sé stessa. È, però, stata la prima persona che mi ha chiesto ”Perché non hai finito gli studi? ».

Una domanda alla quale Tina in quel momento non dà risposte, ma che la porta a cercare di fare uno scatto in più. Prende il diploma e si iscrive alla Facoltà di Psicologia ma non prosegue per mancanza di tempo.

«Per non allontanarmi dalla mia principale scelta, cioè “essere una volontaria” e non “fare volontariato”, nel 2007 ho iscritto la mia organizzazione nella base associativa del CSVAsso.Voce di Caserta dove ho iniziato la formazione per i bandi di perequazione sociale. La voglia di sperimentare e crescere non mi ha mai lasciata. Il mio primo progetto è stato “Non restare al buio…accendi un faro”, la cui progettazione ho dedicato a Giuliana che qualche anno prima era morta per cancro, e che con mia grande soddisfazione è stato approvato. Da allora ho operato come coordinatrice e responsabile di progetti sociali e programmi di promozione al volontariato, cittadinanza attiva e sostenibilità ambientale. Le dipendenze avevano, però, sempre la mia attenzione e con la diffusione delle nuove dinamiche sociali inerenti le dipendenze, nel 2015 ho voluto sperimentare un programma sul gioco d'azzardo patologico, progetto finanziato da “Fondazione con il sud”, che ha coinvolto 11 soggetti del volontariato e del terzo settore».

Ci vuole poco, Tina Caputo nel 2016 entra nel direttivo del CSVAsso.Vo.Ce. e viene eletta vicepresidente vicario. C’era, però, qualcosa che ancora mancava nella sua vita. È solo un caso o neanche lo è, se si crede che il destino abbia già deciso la strada che devi fare, l’incontro con FQTS.

«Il percorso è cominciato con Andrea Volterrani che mi ha letteralmente stravolto la vita. Mi ha insegnato a usare i termini giusti dandomi numerosi spunti per scrivere la mia prima biografia sociale. Io ero molto convinta di volere occuparmi di tossicodipendenza perché era quello che avevo sempre fatto ma, quando abbiamo fatto la prima ricerca-azione, mi ha assegnato all’area violenza di genere dicendomi: “Quando in comunità entrano degli uomini, le donne che li accompagnano non vengono forse da un passato di violenze o abusi a causa della dipendenza del marito? La tossicodipendenza è un problema che va anche in questa direzione”. Luciano Squillaci, poi, mi ha offerto un’altra visione del Terzo Settore, insegnandomi a non essere approssimativa».

Una messa in gioco costante quella che richiede FQTS a tutti coloro i quali vi partecipano. Per esempio, attraverso la “messa in trasparenza delle competenze”.

«Un percorso sofferto che, però, mi ha aiutato a guardare indietro, nel presente e nel futuro. Sono stata accompagnata da un'altra sociologa Francesca Codarin, il cui affiancamento mi ha aiutato molto a osservare con occhi nuovi. Non è stato facile, ho lavorato molto per disintossicarmi dal passato, che mi stava appiattendo adeguandomi a un modello di riferimento che non voleva evolversi….».

Ma in cosa ti ha aiutato ancora FQTS?

«Attraverso il percorso di animazione territoriale, per esempio, a leggere anche la comunità territoriale, ad accorgermi del disagio sin dalla sua nascita, alla base, non quando è già avvenuto. Avere la capacità di fare comunità, di creare relazioni sul territorio, fare gruppo. Mi ha aiutato anche con il lavoro portato avanti a scuola con i percorsi di alternanza-lavoro rivolti alle ragazze del Liceo Pedagogico. Sono ancora un punto di riferimento per tutte loro. Conoscere tante realtà mi ha fatto iniziare a mettere in discussione anche la mia organizzazione, la modalità con cui affrontavamo le cose. L’ho, quindi, vista come luogo chiuso, così, nel 2022, ho dato le dimissioni».

Poi, però, arriva un’esperienza che riassume tutto il senso di questo percorso di vita. È “Buono a Rendere - Emporio Solidale della Valle di Suessola”, progetto promosso dal Csv Assovoce in rete con le OdV del territorio. Un'iniziativa di co-progettazione, promossa in rete con le organizzazioni di volontariato (ODV) e altri Enti del Terzo Settore della Valle di Suessola.

«Siamo in un bene comune di proprietà dell’Asl di Caserta. Una volta era un Monte dei Pegni, quindi si lega a una particolare simbologia perché, prima, le persone venivano qui per combattere la povertà, ora vi trovano risposta attraverso una comunità resiliente che mette le persone nelle condizioni di fare rete. Un luogo dove è possibile scambiare merci e saperi senza l’utilizzo del denaro. Qui vengono le famiglie disagiate, ma non trovano alcun tipo di assistenzialismo; c'è una comunità che opera concretamente attraverso l’emporio solidale. Gestiamo i conflitti con la vicinanza delle persone. Il mercoledì puoi trovare le nonne che tengono i nipoti, accanto alle donne che si occupano della cucina solidale, mentre altre recuperano i vecchi mestieri come quello dei ricamo, dell'uncinetto, del cucito. È diventato importante per tutte. La rete ha, per tutto questo, vinto il "Premio Plef" come “Emporio solidale del 2021».

FQTS ti ha, quindi, cambiato la vita da ogni punto di vista?

«Mi ha fatto scoprire la mia vera identità, che non sapevo di avere. Prima pensavo che tutto quello che facevo non era grazie alle mie capacità. Pensavo che fosse grazie alla mia organizzazione; non riuscivo a capire che ero parte di essa. Oggi so che voglio essere una persona che fa percorsi insieme agli altri, non per gli altri, anche insieme ai soggetti disagiati. Disagiata, del resto, lo sono anche io. Prima mi sentivo Giovanna D'Arco, la missionaria che aiutava i tossicodipendenti e che li salvava. Invece oggi, prima di tutto riesco a vedere che, anche chi sceglie di vivere il disagio, di esser succube di un marito o di una persona prepotente, ha il suo perché. Invece di pretendere di dare consigli, posso e devo camminare al suo fianco, dandole una mano a scoprire insieme come farsi meno male. Gli altri mi hanno sempre aiutata e io oggi voglio, devo restituire loro l'amore che mi hanno donato. Quel latte che ho avuto da piccola aveva il sapore dell'amore...questo non l'ho mai dimenticato».