di Redazione
VITA. "Il sogno" di Antonio Montanari
21 settembre 2001
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Il sogno di un Mondo tollerante è stato ferito e non sepolto tra le macerie dell'11 settembre. Sul prossimo numero del settimanale riminese IL PONTE
Nel 1908 lo scrittore inglese Israel Zangwill coniò l'espressione "melting pot" per descrivere la società multietnica statunitense. Lo ricorda sull'ultimo "National Geographic Italia", un articolo dedicato ad un Liceo della Virginia, dove la metà dei suoi 1.400 studenti è nata in 70 Paesi diversi. Uno di loro ha dichiarato che "la migliore palestra per esercitare la tolleranza è incontrare ogni giorno persone diverse, come accade in questa scuola". Domanda: è ancora così dopo l'11 settembre, giorno primo della terza guerra mondiale, come lo hanno definito prima sommessamente (ad esempio, Lucia Annunziata, quasi redarguita da Enrico Mentana), poi con dichiarazioni ufficiali? Resta una speranza (un'illusione?) che siano oggi più di ieri quanti la pensano come quello studente della Virginia. Sarà possibile anche nei prossimi giorni allevare tenacemente un sogno, senza essere additati come pericolosi sovversivi: il sogno che a quegli studenti, ai loro fratelli più piccoli d'età, ai bambini sperduti nel mondo, l'odio omicida e il desiderio di vendetta possano non procurare altri dolori come quelli che abbiamo provato l'11 settembre? Igor Man, sulla "Stampa" ha scritto: i giornalisti che abusano nei titoli della parola guerra, «la guerra l'han vista solo al cinema". Chi come lui, da inviato, c'è passato in mezzo per 50 anni, sa che oggi è un viaggio senza ritorno, inutile sacrificio umano. George Bush, si sono chiesti i consiglieri clintoniani, "è l'uomo che parla a nome dell'America o un presidente con un vestito di due taglie più grande?". Siamo tutti nella stessa barca, e non soltanto per l'art. 5 del Trattato della Nato. "Siamo tutti Americani", hanno dichiarato anche i nostri politici dopo le stragi dell'11 settembre. Ma questo che cosa comporterà? Varrà il "taci, il nemico ti ascolta", se si ricordano gli errori della politica estera americana? Paolo Mieli, subentrato ad Indro Montanelli, nella corrispondenza con i lettori del "Corriere della Sera", ha spiegato che Osama Bin Ladèn, un tempo protetto dagli Americani nella guerra afgana contro l'Urss, non è "figlio" degli Usa. Sarà possibile coltivare qualche dubbio su questa tesi così sicura? Nelle emergenze, si tende sempre ad invocare verità ufficiali. Il sogno di un Mondo tollerante è stato ferito e non sepolto tra le macerie dell'11 settembre. I ragazzi di quel Liceo della Virginia sono anche nostri vicini di casa. Possiamo ancora crederci. Antonio Montanari
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