di Redazione
VITA. Congo, invece noi restiamo
14 novembre 2008
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Goma Parlano i cooperanti italiani che hanno scelto di restare nonostante la nuova guerra
Gli italiani sono una ventina. «Non ce ne andiamo perché qui le persone hanno bisogno di tutto». E così, in mezzo
agli scontri i bambini continuano ad andare a scuola
e le produzioni agricole si stanno riattivando. Anche se le condizioni dei campi profughi sono invivibili
E poi ci sono i 350 bambini del Centro don Bosco. C'erano già prima di questo rigurgito di guerra e ci saranno anche dopo. Ospiti fissi della struttura di accoglienza dei salesiani a Goma perché «non collocabili altrove»: che siano orfani, ammalati di Aids oppure bambini soldato, in comune hanno il fatto di non avere più una famiglia da cui tornare. I cooperanti e volontari italiani che hanno deciso di restare nella capitale di un Nord Kivu in guerra, lo hanno fatto anche per loro. Nonostante l'ordine di evacuazione, quattro dei nove volontari italiani del Vis - Volontariato internazionale per lo sviluppo non hanno alzato bandiera bianca.
Lo spettro dei bambini soldato
«Non ce la siamo sentita di lasciare i minori e le famiglie alla mercè dei soldati, governativi o delle truppe ribelli, soprattutto perché sappiamo che i bambini sarebbero immediatamente arruolati», afferma Gavin Braschi , responsabile del Vis a Goma. «La nostra non è stata una scelta emotiva», ci tiene a sottolineare. «Non siamo cow boy, ma abbiamo valutato che la nostra presenza qui funziona da deterrente: colpire un luogo dove sono presenti anche degli stranieri è più difficile perché avrebbe subito risonanza internazionale». Il Centro d'accoglienza don Bosco nell'ultima settimana di crisi è diventato un rifugio per un migliaio di persone in fuga dai combattimenti, ed è un punto di riferimento anche per i cooperanti italiani che operano a Goma, una ventina in tutto.
Oltre al Vis c'è Avsi (6 italiani più lo staff locale), Coopi (2 italiani, 2 francesi e 80 collaboratori congolesi), Medici senza frontiere (due italiani parte di uno staff internazionale di 80 persone operativo in tutto il Nord Kivu) e Aifo, che non ha espatriati ma che ha avviato e sostiene un centro di salute mentale per il trattamento di patologie neuropsichiatriche infantili che cura 750 bambini. Anche Avsi collabora da dieci anni con il Centro don Bosco di Goma. Nel Kivu l'ong si occupa soprattutto di educazione, sicurezza alimentare e aiuti ai rifugiati, sostenendo 35mila bambini che vivono nei campi profughi. Nel momento peggiore dell'ultima crisi, il 31 ottobre, il capo progetto Edoardo Tagliani ha deciso di mettere al sicuro oltre frontiera, in Ruanda, gli altri cinque cooperanti italiani dello staff. Lui invece è rimasto in Congo. «Goma confina con la città ruandese di Gisenyi», spiega, «i due centri formano quasi un complesso urbano unico attraversato dal confine: ci vuole solo mezz'ora per andare in Ruanda, ma non sappiamo fino a quando le vie di comunicazione fra i due Stati resteranno aperte». «Questa non è la nuova crisi di Goma. Questa è la stessa guerra che va avanti da 14 anni», sottolinea con decisione Tagliani. «La gente vive in guerra. Questo vuol dire che i ragazzi devono andare a scuola anche se c'è conflitto, altrimenti in tutti questi anni sarebbero cresciuti analfabeti».
L'educazione d'urgenza
In questa zona del Congo Avsi fa "educazione d'urgenza". Significa trovare strategie per cui anche in mezzo alla guerra si può continuare a studiare, anche nei campi profughi, anche nei villaggi che si trovano vicini alle linee del fronte.
«Questo conflitto ha fatto sei milioni di morti, e in Europa sembra che se ne siano accorti solo nelle ultime due settimane, perché?», si chiede Eugenio Balsini , capoprogetto di Coopi, ong presente nella Repubblica democratica del Congo fin dagli anni 70. «A Goma il black out è durato due giorni, poi le agenzie dell'Onu e le ong si sono riorganizzate per andare avanti con i programmi di assistenza». In Kivu Coopi combatte la malnutrizione. «Dalla ripresa della crisi a luglio abbiamo ricominciato a fornire aiuti alimentari nei campi profughi, e intanto cerchiamo di riattivare la produzione agricola. La gente qui si sposta continuamente: a causa dei combattimenti deve lasciare le coltivazioni, ma ritorna appena può per salvare il raccolto prima che sia saccheggiato». Negli ultimi mesi, alla guerra si è aggiunta la crisi alimentare, e si sono sentiti i contraccolpi anche di quella finanziaria internazionale: «Il Pam, per esempio, ha dovuto ridurre gli aiuti alimentari, a causa di una contrazione dei fondi che arrivano dai Paesi donatori».
L'economia di emergenza
In Kivu si è creata un'economia di emergenza che si regge anche sulla presenza delle organizzazioni umanitarie. A Goma ci sono oltre 400 ong, pressoché tutte le grandi organizzazioni internazionali da Oxfam a Care, a Save the Children, e le agenzie dell'Onu. Anche questo, secondo i cooperanti, spiega l'improvvisa attenzione di questi giorni per la guerra: «Goma è una città simbolo, il cuore pulsante dell'azione umanitaria. C'è la Monuc, la missione di peacekeeping dell'Onu. La presa di Goma sconfesserebbe in modo drastico l'operato delle Nazioni Unite, giustificherebbe la Francia che preme per intervenire, e il rischio è quello, di nuovo, del coinvolgimento nel conflitto degli altri Paesi dell'area», afferma Balsini. «Ecco perché questa volta c'è più attenzione». Nelle ultime due settimane alle 800mila persone già sfollate se ne sono aggiunte altre 300mila. Nonostante la città di Goma sia chiusa a tenaglia dalle truppe ribelli del generale Laurent Nkunda, sono stati garantiti i corridoi umanitari per portare aiuti nei campi profughi a nord della città e anche oltre la linea del fronte.
Il conflitto si allarga
L'acuirsi dei combattimenti non riguarda solo il Nord Kivu. Nel distretto dell'Ituri, fa sapere Aifo, c'è stata una ripresa della violenza dei gruppi armati, mentre nel distretto di Haut-Ue'le', nella provincia orientale, gli attacchi contro i civili e i rapimenti di bambini da parte dell'Esercito di resistenza del Signore (Lra), gruppo armato ugandese, si sono intensificati nell'ultimo anno. «Le aree in cui sono in corso gli scontri si trovano a 500 chilometri da qui, ma anche in città arrivano spesso i militari che pretendono denaro o compiono furti», dice dalla capitale dell'Ituri suor Marcela Lopez , responsabile locale del progetto di Aifo. Conclude Tagliani: «Resistiamo. Le persone qui hanno bisogno di tutto. Siamo in una vera e profonda emergenza. Ci sono migliaia di bambini che da 14 mesi vivono in condizioni disumane in improvvisati campi profughi dove manca il minimo per sopravvivere».
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