Il racconto di un operatore umanitario

«A Gaza non esiste nessuna tregua, nella Striscia manca anche l’aria»

Luca Sangalli, capo missione di Fondazione Cesvi nei Territori Palestinesi Occupati, racconta: «I palestinesi sanno che i bombardamenti a tappeto potrebbero ricominciare da un giorno all’altro, si sentono inascoltati: il mondo fa grandi piani internazionali, ma nessuno chiede a loro cosa vogliano. Nella Striscia non c'è spazio. Non c'è aria. Ci sono tende ovunque. Per le ong internazionali è diventato quasi impossibile lavorare. Ma tutto ciò di cui Gaza ha bisogno esiste già ed è stoccato nei depositi al confine; non entra per una precisa decisione politica, non per ragioni logistiche»

di Anna Spena

«La cosa che più mi ha colpito è l’immagine fisica della Striscia. Dire che è tutto distrutto è una cosa, vederlo è un’altra. Due milioni di persone si sono ritrovate concentrate nel 14% di un territorio già sovraffollato. Non c’è spazio. Non c’è aria. Ci sono tende ovunque: lungo le strade, in mezzo alle carreggiate, nei giardini, in ogni centimetro libero. È una sensazione claustrofobica, incredibile. Con la riapertura verso Nord dopo il cessate il fuoco, la pressione demografica si è leggermente allentata, ma prima era letteralmente impossibile muoversi. Non c’era spazio fisico per fare nulla, nemmeno per le attività umanitarie. E ora, con l’inverno e la pioggia, la situazione è diventata critica». La fotografia di quello che sta accadendo oggi nella Striscia di Gaza è di Luca Sangalli, capomissione di Fondazione Cesvi nei Territori Palestinesi Occupati. «I gazawi sanno che i bombardamenti a tappeto potrebbero ricominciare da un giono all’altro, si sentono inascoltati: il mondo fa grandi piani internazionali, ma nessuno chiede a loro cosa vogliano. E vogliono poter gestire la propria vita, ricostruire, e soprattutto avere la libertà di movimento. La loro richiesta è semplice: libertà di movimento, poter tornare alle proprie case per ricostruire e poter uscire dal territorio con la garanzia di poter rientrare».

Non è una tregua vera

Tra il 20 e il 21 dicembre, bombardamenti e attacchi aerei israeliani sono continuati in tutta la Striscia di Gaza. Nel governatorato di Gaza settentrionale, sono stati segnalati spari verso il campo di Jabalya, così come attacchi aerei a Beit Lahiya, a est e a ovest di Jabalya e nelle aree a est di Ash Shuja’iyya e At Tuffah. Sono stati segnalati colpi di elicotteri a est di Jabalya e due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver attraversato la “Linea Gialla”. A Gaza City, spari e bombardamenti si sono verificati nel nord-est e a est, inclusa At Tuffah, causando un morto e tre feriti palestinesi, mentre attacchi aerei hanno colpito le aree di Ash Shuja’iyya, Al Mashahra e At Tuffah, uccidendo quattro palestinesi e ferendone altri quattro. A Deir al Balah, colpi di elicotteri hanno colpito il campo di Al Maghazi a est, e sono stati segnalati colpi di armi leggere nel nord-est di Al Bureij, con continui bombardamenti ad Al Maghazi a est e ad Al Bureij a est e nord-est. Due persone sono rimaste ferite a causa dell’intensificarsi dei combattimenti nei pressi della moschea di Musadar, dove la “Linea Gialla” si sarebbe spostata verso ovest. A Khan Younis, spari e bombardamenti hanno colpito ripetutamente le aree orientali, sudorientali e meridionali, mentre attacchi aerei hanno colpito la parte orientale di Khan Younis. A Rafah, bombardamenti, attacchi aerei e il fuoco degli elicotteri sono stati segnalati nella città di Rafah e nelle aree settentrionali.

«C’è stata una diminuzione nell’intensità delle operazioni militari, specialmente per quanto riguarda i bombardamenti, ma non una cessazione completa», continua Sangalli. «Ciò che non è affatto diminuito è il controllo delle forze armate israeliane, che occupano ancora circa il 58% del territorio. All’interno di quest’area avvengono operazioni costanti, in particolare la demolizione sistematica di case ed edifici. Anche lungo la Linea Gialla, il cui confine non è ben definito, le operazioni continuano incessantemente».

Per le ong è impossibile lavorare

L’accesso agli aiuti umanitari non è migliorato. «Sebbene sia aumentato leggermente il numero di camion o pallet che entrano, non è cambiata la varietà dei beni, né la facilità d’ingresso per le organizzazioni non governative. Noi come Cesvi, riscontriamo difficoltà enormi. Spesso non riceviamo neanche l’autorizzazione alla partenza dal confine. Solo le agenzie delle Nazioni Unite riescono a far entrare materiali, ma in modo molto limitato: acqua, cibo e forniture sanitarie o igieniche di base. Le tende, ad esempio, sono tra gli articoli più richiesti e sistematicamente respinti, nonostante siano fondamentali con l’arrivo dell’inverno. Tutto ciò di cui Gaza ha bisogno esiste già ed è stoccato nei depositi al confine; non entra per una precisa decisione politica, non per ragioni logistiche. Il target dei 30mila camion è stato raggiunto con enorme ritardo rispetto alle previsioni. Ad oggi, la media giornaliera degli ingressi è imprevedibile: dipende dagli screening dell’esercito israeliano, dalle festività e dalle condizioni delle strade, ormai completamente distrutte. Lavorare come ong in questo contesto è una sfida continua. Israele impone ostacoli burocratici costanti: richieste di registrazione continue, permessi negati per lo staff internazionale e limitazioni ai movimenti dello staff locale. Migliaia di nostri kit igienico-sanitari sono bloccati in Giordania e in Egitto. Senza un sistema di regole chiaro e con cambiamenti repentini, anche la pianificazione minima delle attività di assistenza diventa estremamente complicata».

AP Photo/Abdel Kareem Hana/LaPresse

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