Nord Est della Siria, la voce dei civili

«Abbiamo visto cambiare 3 bandiere in 10 anni. Non riusciamo più ad immaginare il futuro»

Negli ultimi mesi, la Siria ha vissuto una delle più rapide e significative riconfigurazioni territoriali dalla fine della guerra contro l’Isis. Le forze governative hanno avanzato in profondità nelle regioni controllate dalle Forze Democratiche Siriane, a guida curda, riconquistando città, infrastrutture e risorse strategiche

di Asmae Dachan

Sull’Eufrate, il vento di gennaio porta l’odore del fango e del carburante bruciato. Il ponte di al-Kasrah, riconquistato dalle forze governative il 5 novembre 2025, è ancora puntellato da travi metalliche provvisorie. Gli ingegneri del Ministero dei Trasporti stimano che serviranno “almeno tre mesi e 2,4 milioni di dollari” per ripristinarlo completamente. Ma per gli abitanti della zona, il ponte è già tornato a essere un simbolo: della fine dell’autonomia curda, del ritorno dello Stato, e di un futuro che nessuno riesce ancora a immaginare. «Abbiamo visto cambiare tre bandiere in dieci anni», racconta Abu Khaled, 54 anni, pescatore. «Ora dicono che tutto tornerà come prima. Ma cosa significa “prima” per noi?».

L’operazione militare lanciata da Damasco il 22 ottobre 2025 ha coinvolto circa 7mila soldati, supportati da artiglieria e unità corazzate. In meno di due settimane, le forze governative hanno ripreso tre ponti strategici sull’Eufrate: Ponte di Tabqa, il 30 ottobre, Ponte di al Suwaydiyah, il primo novembre, e Ponte di al-Kasrah, il 5 dicembre. La perdita dei ponti ha compromesso la capacità logistica delle Forze Democratiche Siriane (Sdf), che amministravano la regione dal 2016 grazie al sostegno degli Stati Uniti. Un comandante Sdf, che preferisce non essere nominato, spiega: «Abbiamo perso i collegamenti prima ancora di perdere le città. Senza ponti, non puoi difendere il territorio».

Il ritiro statunitense da alcune basi nel 2024-2025 ha lasciato un vuoto che Damasco ha colmato rapidamente. Un analista regionale, intervistato a Erbil, afferma: «Gli Stati Uniti non hanno più una strategia chiara per il nord-est siriano. Questo ha accelerato l’avanzata governativa». La Turchia, invece, osserva con attenzione ogni movimento legato alle forze curde. Un funzionario turco ha dichiarato il 10 gennaio: «Non permetteremo che gruppi ostili alla nostra sicurezza si riorganizzino lungo il confine». Tra ottobre e dicembre, il governo ha riconquistato circa 4.800 km² di territorio, soprattutto nelle province di Raqqa e Deir ez-Zor. Il 18 dicembre 2025, le forze governative sono entrate nel campo petrolifero di al-Omar, il più grande della Siria, che sotto amministrazione curda produceva fino a 30mila barili al giorno. Due giorni dopo, il 20 dicembre, è stato riconquistato il complesso del gas di Conoco, una struttura strategica che per anni era stata protetta da truppe statunitensi. La perdita dei giacimenti ha ridotto del 60% le entrate dell’Amministrazione Autonoma curda, rendendo inevitabile un negoziato. «Il petrolio è la nostra unica ricchezza», afferma Ahmed al-Hassan, tecnico del campo di al-Omar. «Quando lo perdi, perdi tutto: stipendi, servizi, sicurezza».

Il 4 gennaio 2026, dopo settimane di trattative, è stato firmato un accordo tra Damasco e la leadership delle Sdf. L’intesa prevede: il cessate il fuoco immediato nelle province di Raqqa, Deir ez-Zor e Aleppo. Prevede, inoltre, l’integrazione di 23mila combattenti Sdf nelle Forze Armate Siriane entro giugno 2026. Il ritorno delle istituzioni statali in tutte le aree riconquistate e le garanzie culturali per l’insegnamento della lingua curda nelle scuole primarie sono tra le novità segnalate, oltre alla supervisione congiunta dei valichi sull’Eufrate per i primi sei mesi. Mazloum Abdi, comandante generale delle Sdf, ha dichiarato in un’intervista del 5 gennaio: «Non è una resa. È un compromesso per proteggere la nostra gente. Abbiamo evitato un bagno di sangue». Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, nel discorso del 5 gennaio, ha affermato: «La Siria è una sola. Chiunque viva su questa terra è parte della nostra nazione, senza eccezioni». Il 16 gennaio 2026, il presidente siriano Ahmed al‑Sharaa ha emanato il Decreto n. 13/2026, definito da Zaman al‑Wasl come «il più ampio riconoscimento ufficiale dei curdi siriani dagli anni ’60». Il testo afferma che «i cittadini curdi sono una parte essenziale e autentica del popolo siriano» e che la loro identità culturale e linguistica costituisce «una componente inseparabile dell’identità nazionale».

Ma nel nord-est della Siria, come riferiscono  fonti locali e l’Osservatorio nazionale per i diritti umani del Paese, la tregua tra forze governative e forze curdo-siriane è stata violata nelle ultime ore con le forze tribali, ausiliarie di quelle agli ordini del leader Ahmad Sharaa, che hanno tentato di sfondare le difese curde a sud e a est di Kobane (Ain Arab), cittadina al confine con la Turchia controllata dalle autorità curdo-siriane ma da giorni sotto assedio.

Nelle campagne di Raqqa, molte famiglie arabe vedono il ritorno dello Stato come una normalizzazione attesa da anni. Secondo dati locali, il 70% degli edifici della città porta ancora i segni della guerra contro l’Isis, e i servizi pubblici sono rimasti precari anche durante l’amministrazione curda. Umm Rayan, 32 anni, madre di tre figli, racconta: «Abbiamo vissuto sotto l’Isis, poi sotto le Sdf. Ora tornano i funzionari di Damasco. Noi vogliamo solo che le scuole riaprano e che ci sia elettricità».

Ma non tutti sono ottimisti. Alcuni temono rappresaglie per le collaborazioni passate con le Sdf. Un attivista locale, che chiede anonimato, dice: «La memoria qui è lunga. E la giustizia non è sempre uguale per tutti». A Qamishli e Hasakah, dove la popolazione curda è più numerosa, prevale la preoccupazione. Un insegnante di 41 anni, Farhad, spiega: «Ci dicono che la lingua curda sarà protetta. Ma abbiamo già sentito queste promesse nel 2011. La nostra paura è che, una volta integrati, perderemo tutto ciò che abbiamo costruito». Secondo stime locali, circa 1,8 milioni di persone vivono nelle aree che erano sotto amministrazione curda. Molti temono arresti, epurazioni o la chiusura delle istituzioni civili create negli ultimi dieci anni. Il futuro del nord-est dipenderà dalla capacità di Damasco di trasformare una vittoria militare in una stabilizzazione politica e dalla capacità delle comunità locali di convivere con un nuovo ordine che, per molti, sa ancora di passato.  

Il confronto tra governo siriano e leadership curda si sta giocando sempre più sul terreno della narrativa: da un lato le Sdf denunciano rischi e pressioni, dall’altro Damasco accusa la controparte di manipolare il tema del terrorismo per mantenere autonomia politica e militare. Il comunicato governativo diffuso il 19 gennaio chiarisce che, per Damasco, la gestione dei detenuti Isis e la sicurezza delle prigioni, in particolare quella di al Shaddadi, non sono solo un dossier tecnico, ma un banco di prova della legittimità dello Stato e della fine dell’autonomia curda. «Insistere nel collegare le azioni delle forze dell’ordine e il ripristino della legittimità dello Stato al rischio di attivazione di cellule terroristiche costituisce un palese tentativo di capovolgere i fatti e alimentare il conflitto, con l’obiettivo di mantenere un’autorità imposta con la forza delle armi», si legge. Va ricordato che lo scorso 10 novembre, nel corso della storica visita del presidente siriano a Washington è stato annunciato l’ingresso della Siria come novantesimo membro della Global Coalition to Defeat Isis. Gli Stati Uniti hanno quindi deciso di coordinarsi localmente con le nuove autorità di Damasco, scaricando definitivamente i curdi. 

Giovani giocano sul tetto di un veicolo blindato danneggiato appartenente alle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel luogo degli scontri con le forze governative siriane nel villaggio di al-Hol, nella provincia di Hasakeh, nel nord-est della Siria, mercoledì 21 gennaio 2026. AP Photo/Ghaith Alsayed/LaPresse

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