Riscaldamento globale
Adattamento è partecipazione. Parla la climatologa Mercogliano
Il clima è già cambiato. In Italia cresce il rischio di ondate di calore e di eventi meteorologici estremi. Adattarsi significa farsi trovare preparati, ora e nel futuro. Servono trasformazioni strutturali, nelle città e nei territori. Alla base, ci vuole il coinvolgimento dei cittadini, a partire dai più fragili e dai più piccoli. I giovani infatti saranno i più esposti al rischio climatico. Ne abbiamo parlato con Paola Mercogliano, ricercatrice del Cmcc
Alla base dell’adattamento c’è la co-progettazione. Per Paola Mercogliano, ricercatrice del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici – Cmcc, le scelte che trasformano i territori, in funzione degli impatti presenti e futuri dovuti al riscaldamento globale, devono essere condivise con la popolazione. I suoi studi si concentrano sulla valutazione del rischio legato agli eventi estremi e sulle strategie di adattamento. Convinta dell’importanza dell’educazione e della comunicazione per il coinvolgimento della cittadinanza, si impegna in progetti per la divulgazione scientifica del cambiamento climatico a tutti i livelli, rivolgendosi a ogni fascia di popolazione, bambini e anziani, tecnici e giornalisti.

Dott.ssa Mercogliano, la Conferenza Onu sul clima, la Cop30 di Belém, ha deluso molte aspettative. Sul fronte dell’adattamento, però, si è deciso di triplicare i fondi che i paesi ricchi metteranno a disposizione di quelli più vulnerabili per far fronte agli impatti del riscaldamento globale: 120 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Qual è la sua valutazione?
L’attenzione delle Cop è stata storicamente concentrata sulle azioni di mitigazione, cioè sul taglio delle emissioni di gas serra e sull’uscita dalle fonti fossili di energia. Ora anche l’adattamento è diventato un tema centrale. Gli impatti del riscaldamento globale, infatti, sono già rilevanti e costosi, soprattutto in alcune delle zone più povere del mondo, e lo saranno sempre di più. In Brasile è stato concordato un obiettivo ambizioso di finanza climatica, per adattare i territori al cambiamento presente e futuro. La Cop30, inoltre, ha reso operativo il Global goal on adaptation, il quadro globale che definisce gli indicatori per misurare rischio e vulnerabilità. Dal punto di vista scientifico, è molto rilevante, perché permette di verificare non solo come evolve il pericolo climatico ma anche se le politiche stanno funzionando e come, eventualmente, riducono danni e disuguaglianze.
Ci spiega cosa intendiamo esattamente per adattamento?
Significa prendere atto che l’aumento della temperatura media globale ha già superato 1,3°C ed è necessario adottare, da un lato, azioni trasformative, per esempio creare aree verdi nelle città, dall’altro, fare formazione, educazione, perché i territori siano preparati agli impatti del clima attuale e futuro. Tutti i settori sono coinvolti: salute, economia, agricoltura, turismo… Ci si basa sulle osservazioni scientifiche, che indicano dove ora è prioritario intervenire per ridurre gli impatti, ma anche sulle proiezioni dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici. Qui entra in gioco la mitigazione. A seconda delle politiche di contrasto alle emissioni antropiche di gas serra, l’Ipcc elabora scenari diversi. La comunità scientifica fornisce al decisore politico informazioni e dati utili a stabilire che misure attivare, tenendo conto di costi e benefici.
Le misure di adattamento quindi variano a seconda dei contesti locali.
Sì, l’evoluzione del pericolo climatico si misura in base alla vulnerabilità. Per esempio, in caso di un’ondata di calore, una piccola variazione di temperatura in un territorio già fragile, molto urbanizzato, determina un rischio rilevante. Se invece ci sono tante aree verdi, la stessa variazione ha conseguenze più lievi e intervenire non è prioritario. Si parte da queste valutazioni, per passare poi al coinvolgimento di esperti e decisori locali e individuare le scelte più importanti in quel preciso contesto. Le politiche di adattamento dimostrano che il cambiamento climatico è anche un tema sociale, economico, ha a che fare con la gestione dei territori.
Due anni fa l’Italia si è dotata di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. A che punto siamo?
Il documento fotografa il pericolo climatico attuale e la sua evoluzione, ed evidenzia come impatterà sui settori chiave come l’agricoltura, sul rischio idrogeologico, ecc. Il piano nazionale garantisce che ci sia coerenza, rappresenta un riferimento per Regioni e Comuni. Permette di elaborare strategie e prendere decisioni informate. La capacità di attrarre fondi, inoltre, dipende dalla capacità degli enti di dimostrare che una determinata azione avrà un impatto positivo, funzionale all’adattamento e alla mitigazione. Non si può continuare a trasformare un territorio ignorando gli impatti del cambiamento climatico. Da Roma a Milano, dalla Sardegna alla Campania, i territori si stanno organizzando, anche grazie ai fondi europei mirati all’adattamento.
Quali sono le difficoltà, a livello operativo?
Spesso il personale delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali non è adeguatamente formato per tenere in considerazione gli impatti dei cambiamenti climatici, perché questi aspetti non sono bene integrati nei processi decisionali. C’è bisogno anche di informare i cittadini, far capire che l’adattamento porta trasformazioni con molti benefici. Ad esempio, interventi di depavimentazione hanno effetti positivi sul tessuto urbano, ma magari i residenti preferiscono avere il parcheggio. Serve un lavoro di coinvolgimento della cittadinanza. Bisogna trovare momenti di condivisione. L’adattamento si deve fare in co-progettazione, assieme a chi abita il territorio. La scelta finale è della comunità. A Bologna si stanno facendo diverse attività di democrazia partecipata, in cui i cittadini, consapevoli e informati, possono fare proposte.

Come coinvolgere le persone più vulnerabili?
Sono i più fragili a subire di più gli impatti del riscaldamento globale, quindi è fondamentale chiedere quali difficoltà hanno, di quale trasformazione avrebbero bisogno. Sono coordinatrice di un progetto europeo, Adaptation Agora, che ha proprio l’obiettivo di coinvolgere diverse fasce di popolazione nei processi di adattamento: giornalisti, anziani, universitari, docenti, funzionari della pubblica amministrazione, ong che lavorano con i migranti… Sviluppiamo protocolli per definire le migliori modalità di coinvolgimento. Tra queste, facciamo molte riunioni sul territorio, perché niente sostituisce un incontro dal vivo. Parliamo del problema e delle soluzioni e cerchiamo di raccogliere il contributo di tutti, di definire le priorità, perché il decisore politico ne tenga conto.
Ci sono strategie per rendere partecipi del cambiamento anche i più piccoli?
Di recente, Fondazione Cariplo ha lanciato a Milano il progetto Anita, che prevede una serie di azioni mirate per bambini da zero a sei anni. Tra i temi, c’è anche quello dell’adattamento. Non ci pensiamo, ma i più giovani saranno i più esposti al rischio climatico. Le ondate di calore hanno un impatto immediato soprattutto sulla popolazione anziana e con patologie, ma anche i bambini sono esposti. Possono sviluppare problemi cognitivi, di ansia, salute mentale. Si individuano quindi iniziative child based, come ridisegnare gli edifici scolastici, tenendo conto della necessità dell’isolamento termico, della ventilazione. I parchi gioco non devono essere al sole, devono avere fontanelle. Vanno creati rifugi climatici dove portare le persone, di qualsiasi età, durante le ondate di calore. Sin da piccoli, dobbiamo tutti essere formati su cosa fare per proteggerci durante un evento estremo: su questo la scuola deve attivare percorsi specifici.
I più giovani saranno i più esposti al rischio climatico. Le ondate di calore hanno un impatto immediato sulla popolazione anziana e con patologie. Ma i bambini possono sviluppare problemi cognitivi, di ansia, salute mentale. Servono iniziative child based
Formazione e informazione sono elementi chiave dell’adattamento…
Sì, assolutamente. Ma la disinformazione spesso rallenta il nostro lavoro sui territori. Passiamo più tempo a convincere le persone della realtà del riscaldamento globale, che a elaborare soluzioni condivise.
Quali sono, in Italia, le aree più a rischio?
Le temperature aumenteranno ovunque, con il rischio soprattutto di ondate di calore e di eventi meteorologici estremi. Non possiamo escludere nessuna zona d’Italia. Il cambiamento climatico rende ancor più vulnerabile il nostro territorio, già di per sé soggetto a frane e alluvioni. Quello che fa la differenza è, come dicevo, la preparazione di un territorio: come sono costruite le case, se ci sono aree verdi, etc. Nello specifico, è attesa una decisa diminuzione delle piogge e scarsità idrica nel Sud Italia. Le aree costiere, specialmente l’alto Adriatico e la Toscana, saranno più soggette a mareggiate estreme.
In apertura, foto di Maksym Kaharlytskyi su Unsplash
Cosa fa VITA?
Da oltre 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci.