Persone
Addio a Raffaele Nogaro, il vescovo che dormiva in fabbrica e sfidava la camorra
Il presule si è spento a 92 anni. Friulano, ha vissuto dal 1982 in Campania, battendosi contro la criminalità organizzata e per i diritti degli ultimi. Il ricordo di Salvatore Cuoci, fondatore del Comitato don Peppe Diana: «È stato un sacerdote e un vescovo di frontiera. Non si è mai tirato indietro, il suo ministero ci insegna a credere che quello che facciamo possa portare a un mondo nuovo». Venerdì 9 gennaio il funerale a Caserta
Non portava i paramenti, né aveva voluto un segretario che l’assistesse nell’esercizio della sua funzione, perché aveva fatto un voto di semplicità: essere uomo tra gli uomini, senza cercare di elevarsi al di sopra degli altri tramite la sua carica. Al contrario, è stato un esempio di impegno civico, sempre in prima linea nelle battaglie contro la camorra o per il riconoscimento e la difesa dei diritti delle persone migranti o dei più deboli, dei dimenticati. Monsignor Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, è morto ieri, 6 gennaio, a 92 anni. Salvatore Cuoci, tra i fondatori del Comitato don Peppe Diana, che ha coordinato fino a poco tempo fa, lo ricorda come un uomo umile ma determinato, non disilluso ma impegnato. «Ci lascia una grande eredità», dice Cuoci a VITA. «È stato un sacerdote e un vescovo di frontiera, perché ha svolto il suo ministero in territori difficili, martirizzati e martoriati dalla criminalità organizzata. Eppure, lui non si è mai tirato indietro: sapeva sempre da che parte schierarsi e si è sempre battuto affinché i diritti degli “ultimi” venissero riconosciuto, rispettati e agiti». Una presenza e una militanza, continua Cuoci, che lo hanno reso amato in modo trasversale non solo all’interno delle comunità in cui ha vissuto, «ma in tutto il Mezzogiorno».
Nato a Gradisca di Sedegliano, in provincia di Udine, e ordinato presbitero nel 1958, ha esercitato tutto il suo ministero episcopale in Campania – «la mia terra», come diceva lui -, prima nella diocesi di Sessa Aurunca, dove si era insediato nel 1982, e poi in quella di Caserta, dal 1990 al 2009, quando ha lasciato l’incarico per sopraggiunti limiti di età. In entrambe le diocesi, dice Cuoci, «ha saldato il cielo con la terra. Non ha mai lesinato un intervento: non si limitava a gridare la pace, ma si impegnava a costruirla quotidianamente insieme agli altri». Dormendo assieme agli operai che occupavano le fabbriche per difendere il proprio posto di lavoro, sposando la causa dei cittadini di Sessa Aurunca che si battevano per avere un ospedale, aprendo diverse case accoglienza per i migranti – un impegno, quello in favore di questi ultimi, perseguito anche nella veste di membro della Commissione Ecclesiale per le Migrazioni della Conferenza episcopale italiana – e favorendo iniziative come Casa Rut a Caserta, la struttura delle suore Orsoline nata per accogliere donne costrette alla vita di strada.
Essere «in prima linea», «non lesinare un intervento», significa, inevitabilmente, esporsi, con coraggio. Nogaro lo ha fatto contro la politica, inerte o compiacente nei suoi interventi a favore di quei territori, e non ha «lesinato» strali anche alle primissime personalità dello Stato. Nel 2001, per esempio, ha criticato duramente l’approvazione dell’intervento militare italiano in Afghanistan, rimproverando i cattolici favorevoli: una presa di posizione forte, che gli ha dato il via a un violento botta e risposta con Francesco Cossiga, allora già presidente emerito della Repubblica. Oppure due anni più tardi, quando all’indomani dell’attentato alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, in Iraq, costato la vita a 17 militari e due civili, Nogaro ha invitato a evitare la retorica dell’eroismo, bollando poi la replica polemica dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu come una «ignobile strumentalizzazione».
L’impegno per la pace è stata una delle cifre del magistero spirituale e civile di Nogaro. «Cossiga lo incalzava su questo tema, ma lui non arretrò di fronte alla polemica», ricorda Cuoci. «Disse che quando si è a favore della pace e contro la guerra bisogna sempre trovare il modo di agire per restare uomini di pace. Una pace non sperata, ma che si costruisce giorno per giorno, che parte da ciascuno di noi. E lui aveva questa capacità di farsi ascoltare, di lasciare il segno nelle persone, anche perché non si limitava ai messaggi, ma ha trasmesso dei comportamenti. Per esempio, la Marcia della pace che si tiene ogni anno a Caserta l’ha inventata lui».
Soprattutto, però, Nogaro è stato in prima linea contro la camorra. Il giornalista e scrittore Roberto Saviano lo ha ricordato con un post su Instagram: «Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza. Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita».
Con don Peppe Diana, il sacerdote ammazzato dalla camorra nel 1994 per il suo impegno antimafia, Nogaro ha tenuto convegni e realizzato iniziative. Dopo l’assassinio di Diana – che Nogaro ha definito «la resurrezione delle nostre terre», come ha scritto in un libretto pubblicato a caldo e come ha ricordato nel 2014 al Festival dell’impegno civile “Le terre di don Peppe Diana” – è stato tra coloro che lo hanno difeso dalle calunnie e dalle insinuazioni, testimoniando al processo e trasformando la sua morte in un appello a un impegno concreto da parte di Stato e società invece che lasciare che diventasse un anniversario sterile. «È stato lui a battersi fin dall’inizio perché la Chiesa lo riconoscesse come martire», sottolinea ancora Cuoci. Nogaro lo aveva ribadito sempre nel suo intervento al Festival del 2014: «Non mi interessa San Peppino, ma mi interessa la santità del popolo, perché don Peppino poteva anche essere un prete indisciplinato, ma pregava. Pregava allo stesso modo in cui oggi prega Papa Francesco e se la chiesa non lo canonizza, allora vuol dire che lo canonizziamo noi».
Per le comunità in cui ha vissuto, per i territori che ha abitato, Nogaro «è stato un faro di speranza», afferma Cuoci. Oggi, di fronte a un mondo che sembra correre verso una nuova fase di guerre e tensioni internazionali, Nogaro «sarebbe dispiaciuto ma non vinto, amareggiato ma non abbattuto, anzi. Ci direbbe di non arrendersi, di cercare e costruire la pace. Ci direbbe che nonostante tutto sembra crollarci addosso, nelle crepe dei muri che crollano c’è sempre un lampo di pace e di giustizia che noi dobbiamo saper cogliere e coltivare». Il suo, conclude Cuoci, è un lascito etico: «Non arrendersi mai, ma credere sempre che quello che facciamo possa portare a un mondo nuovo. È un messaggio che ci riguarda tutti, nel nostro agire quotidiano, un invito a guardare al futuro con fiducia e avendo salde radici nella giustizia e nella pace».
Le esequie di monsignor Raffaele Nogaro saranno venerdì 9 gennaio nella cattedrale di Caserta alle ore 10.
Credit foto LaPresse
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