Politica

Adesione all’Unione europea: le pagelle di Bruxelles

Da 12 anni le porte dell'Unione europea sono chiuse. L'ultimo allargamento risale ormai al luglio del 2013 con l'ingresso della Croazia. Ogni anno c'è il rito della pubblicazione delle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori dei candidati nel percorso di avvicinamento all'Ue. Marta Kos, la commissaria all'allargamento, ha presentato le conclusioni. Ci sono promossi, rimandati e bocciati. Montenegro ed Albania in pole position, Ucraina e Moldavia avanzano, Bosnia, Serbia e Kosovo sono rimandati, Turchia e Georgia bocciati

di Paolo Bergamaschi

Da 12 anni le porte dell’Unione europea sono chiuse. L’ultimo allargamento risale ormai al luglio del 2013 con l’ingresso della Croazia che ha portato temporaneamente il numero dei Paesi Membri a 28 salvo tornare, poi, a 27 nel 2020 con l’uscita della Gran Bretagna. Eppure il numero dei pretendenti nel frattempo è cresciuto. Ai sei Paesi dei Balcani occidentali e alla Turchia, in lista di attesa da più di vent’anni, tre anni fa si sono aggiunte Georgia, Moldavia e Ucraina.

Dal punto di vista procedurale spetta alla Commissione europea  il compito di valutare l’idoneità dei Paesi che hanno presentato la domanda di adesione all’Unione. Ogni anno, in autunno, in pompa magna si consuma il rito della pubblicazione, con conferenza stampa, delle relazioni sullo stato di avanzamento dei lavori dei candidati nel percorso di avvicinamento all’Ue. Il processo di adesione è estremamente complicato. I tecnocrati di Bruxelles analizzano minuziosamente gli sviluppi degli interessati a tutti i livelli, politico, economico, sociale, normativo, alla luce della legislazione e degli standard europei denunciando i ritardi, sottolineando le mancanze ma allo stesso tempo evidenziando i progressi. 

La scorsa settimana Marta Kos, la commissaria all’allargamento, ha presentato le conclusioni come farebbe il preside di una scuola che alla fine degli esami distribuisce le pagelle agli alunni. E come avviene alla fine di ogni anno scolastico ci sono promossi, rimandati e bocciati. Se tutto fila liscio nel 2030 la famiglia europea potrà contare su quattro nuovi membri. “28 nel 28” è lo slogan coniato nei corridoi delle istituzioni europee per indicare che l’ingresso del Montenegro nel 2028 potrebbe riportare il numero dei Paesi Membri a 28 cui potrebbe seguire lo slogan “29 nel 29” per quanto riguarda l’Albania. Montenegro e Albania sono i capofila del gruppo dei Paesi candidati, quelli che potrebbero tirare la volata agli altri nel caso non subentrino ulteriori ostacoli. 

Per Podgorica i negoziati di adesione sono iniziati nel 2012; nel corso di tredici anni ci sono stati alti e bassi ma il 2026 potrebbe davvero essere il momento della verità per la piccola ex repubblica jugoslava con la chiusura di tutti e 35 i capitoli negoziali e la preparazione successiva del trattato di adesione. Tirana, invece, ha bruciato le tappe: in poco più di due anni è riuscita ad aprire buona parte dei capitoli contando di terminare i negoziati entro la fine del 2028 (con l’Italia che spinge per accorciare ulteriormente i tempi). La storia insegna, tuttavia, che il cammino verso l’Ue spesso è rallentato da imprevisti che a volte sono vere e proprie imboscate. 

Tra i promossi, secondo la Commissione europea, ci sono anche la Moldavia e l’Ucraina, ma mentre per la prima la strada per Bruxelles sembra spianata per la seconda persiste il muro invalicabile dell’Ungheria. Sono quasi 150 i voti che i 27 Paesi Membri dell’Ue devono esprimere durante il processo di adesione dei candidati; per ciascuno di questi vale la regola dell’unanimità. Il caso più emblematico e paradossale è senz’altro quello della Macedonia del Nord che dal 2005, anno in cui ha ottenuto lo status di candidato, aspetta in anticamera senza avere ancora aperto i negoziati a causa prima del veto della Grecia, per la disputa sul nome e sulla storia, e oggi di quello della Bulgaria per la questione del riconoscimento della sua minoranza da parte di Skopje. 

Altro caso spinoso è quello della Bosnia-Erzegovina che nella primavera dello scorso anno ha avuto dal Consiglio il semaforo verde per l’apertura dei negoziati subordinato, però, al soddisfacimento di alcune riforme che il governo di Sarajevo non è stato ancora in grado di adottare. Trent’anni fa gli accordi di Dayton hanno partorito un’architettura istituzionale profondamente spaccata in gabbie etniche che impedisce, di fatto, il funzionamento normale dello stato, un rebus di difficile soluzione. Del gruppo dei rimandati, per ragioni diverse, fanno parte anche la Serbia e il Kosovo. Su quest’ultimo, peraltro, pende il mancato riconoscimento dello stato da parte di cinque Paesi Membri che impedisce ogni avanzamento diplomatico. 

Turchia e Georgia, infine, formano il gruppo dei bocciati per i preoccupanti passi indietro in materia di libertà fondamentali e stato di diritto. Dopo anni di colpevole negligenza l’aggressione russa all’Ucraina ha improvvisamente cambiato lo scenario spingendo Bruxelles a ritenere l’allargamento un investimento geostrategico. Se questo, tuttavia, non va di pari passo con l’adozione di riforme interne, a partire da quella del voto all’unanimità, si rischia di inceppare ulteriormente il meccanismo decisionale delle istituzioni europee. È indispensabile, quindi, aprire i cantieri sia sul piano esterno che su quello interno. Cercasi ingegneri lungimiranti.       

In apertura Marta Kos/AP Photo/Virginia Mayo/LaPresse                                   

17 centesimi al giorno sono troppi?

Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.