Famiglia

Camera, primo sì al registro nazionale delle famiglie affidatarie

Via libera della Camera al disegno di legge Nordio-Roccella in materia di tutela dei minori in affidamento: il testo passa al Senato. Prevede l'istituzione di due registri nazionali, quello delle famiglie affidatarie, delle comunità di tipo familiare e degli istituti di assistenza pubblici e privati e quello dei minori collocati fuori dalla famiglia d'origine. I primi commenti del Tavolo Nazionale Affido, di Cnca, Anfaa e Coordinamento Care

di Daria Capitani

Con 131 voti favorevoli, nessun voto contrario, opposizioni astenute, il disegno di legge Nordio-Roccella in materia di “tutela dei minori in affidamento” ha ottenuto il via libera alla Camera in soli due giorni. Il testo è stato già trasmesso al Senato con il numero AS1694, ma non ancora assegnato.

Il ddl, che molto aveva fatto discutere (a partire dal titolo) nei giorni immediatamente successivi alla sua presentazione in Consiglio dei Ministri, si pone l’obiettivo di «ridurre i casi di prolungata permanenza negli istituti e di affidamento sine die di minori allontanati dalla famiglia d’origine». Il dossier degli uffici della Camera che accompagna il provvedimento in Aula, pochi giorni fa, sottolinea l’introduzione di «un efficace e tempestivo monitoraggio del fenomeno, garantendo il rispetto delle procedure già previste a tutela del minore».

Proprio sul tema del monitoraggio si erano concentrati molti dei timori delle organizzazioni che, nonostante da anni chiedessero dati più attuali per poter impostare al meglio le politiche di sostegno dell’affido, avevano evidenziato i rischi di quella che da più parti era stata definita «una schedatura» (a marzo 2024 ne ha scritto Sara De Carli qui). Si tratta dell’introduzione (confermata) di due registri nazionali, quello delle famiglie affidatarie, delle comunità di tipo familiare e degli istituti di assistenza pubblici e privati che sarà attivato presso il Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri, e uno dei minori collocati fuori dalla famiglia d’origine, istituito in ciascun tribunale per i minorenni e ciascun tribunale ordinario.

Le reazioni del Tavolo Nazionale Affido

Dopo il parare positivo della Camera, alla luce anche delle modifiche fatte nel passaggio nelle Commissioni, qual’è la posizione di chi di affido si occupa ogni giorno? La risposta è complessa, così come il tema, che vive l’esigenza forte di un rilancio. Lo spiega Valter Martini, segretario del Tavolo Nazionale Affido e membro della Comunità Papa Giovanni XXIII: «Da un po’ di tempo ci troviamo a segnalare un calo ancora forte delle famiglie disponibili all’accoglienza. Quello che ci aspettavamo, e ci aspettiamo ancora, è una maggiore attenzione all’affido familiare: qualcosa è contenuto nel Piano Infanzia appena presentato, è una via buona però che va accompagnata nell’attuazione». E aggiunge che sul ddl Roccella-Nordio, «il Tavolo che rappresento è composto da 19 associazioni che hanno punti di vista diversi, esprimere una sintesi non è semplice, ma in generale non sentivamo l’esigenza di un intervento legislativo. Eppure, questo ddl ha avuto molto più risonanza del Piano Infanzia».

Servono collocamenti che non siano sempre tardo riparativi ma i più tempestivi possibile, cura dell’affidamento consensuale e dei supporti preventivi alle famiglie d’origine e l’abbandono di slogan che non hanno fatto bene alle famiglie affidatarie

Valter Martini, segretario Tavolo Nazionale Affido

Sul documento, Martini sgombra subito il campo: «Non diamo un giudizio negativo su tutto il ddl». Però pone l’accento sull’introduzione dei nuovi strumenti di monitoraggio: «Ben vengano i registri e l’osservatorio se possono essere utili, ma ci sono due elementi che non abbiamo gradito. Il primo è l’uso del termine “registro”, lo riteniamo inappropriato perché lo associamo al controllo e a un certo pregiudizio nei confronti delle famiglie affidatarie. Può sembrare un dettaglio insignificante ma per noi è un peso, andava sostituito. Il secondo è l’esistenza di un sistema di indagine e raccolta dei dati sui minori collocati fuori famiglia: c’è già, va perfezionato, per noi è indifferente se a gestirlo è il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali o il Dipartimento per le politiche della famiglia, ma crediamo ne basti uno, purché sia ben fatto. Desta preoccupazione la sovrapposizione delle competenze e delle funzioni attribuite alle regioni, agli enti locali e alle autorità giudiziarie con quelle già esistenti».

Lo stesso vale per l’introduzione di un Osservatorio nazionale sugli istituti di assistenza pubblici e privati, comunque denominati, sulle comunità di tipo familiare, e sulle famiglie affidatarie: «La legge 104 del 4 luglio 2024 ha previsto un tavolo di lavoro presso il Ministero del lavoro e politiche sociali con competenze analoghe».

Infine, la parola “istituto”, «che per la legge è stata superata entro il 31 dicembre 2006: a nostro avviso si sarebbe dovuta usare l’espressione “servizi residenziali”, la stessa adottata nelle Linee nazionali sull’accoglienza familiare».

Scelte lessicali riviste, ma non basta

Frida Tonizzo, presidente dell’Associazione nazionale Famiglie adottive e affidatarie (Anfaa), è un fiume in piena: «Per le informazioni che abbiamo a disposizione in questo momento, con modifiche che definirei marginali rispetto al testo originale, purtroppo le osservazioni che abbiamo presentato in audizione a gennaio reggono ancora tutte, a partire dalle scelte lessicali». Per l’Anfaa non si tratta di un dettaglio: «Il titolo Disposizioni in materia di tutela dei minori in affidamento è fuorviante perché non sono i minori già in affido familiare che devono essere tutelati, ma quelli che si trovano in condizioni familiari compromesse. Avevamo chiesto di cambiarlo, è rimasto lo stesso». E aggiunge: «Nell’articolo in cui si prevede l’introduzione dei registri, si parla di “istituti”, un termine superato che abbiamo più volte chiesto di non riesumare». La formula è stata corretta in “istituti di assistenza pubblici e privati, comunque denominati”: «Non ci basta».

Il nodo vero è far funzionare quello che c’è. Per farlo, servono più operatori, preparati, e finanziamenti adeguati

Frida Tonizzo, presidente Anfaa

Un’altra sottolineatura riguarda «il diritto del minore a una famiglia – affermato dalla legge 184/1983 – che non è sempre solo quella di origine», c’è il tema dei finanziamenti («questo ddl ha una copertura economica irrisoria, gli stanziamenti per l’attuazione delle disposizioni previste sono inadeguati») e quello che Tonizzo definisce «un grosso errore: la scelta di mettere sullo stesso piano, come se fossero la stessa cosa, gli affidamenti e gli inserimenti in comunità. Vale la pena ricordare chi sono gli affidatari: non sono fornitori o prestatori d’opera, sono volontari, famiglie che si mettono a disposizione delle istituzioni e sono già soggette a una verifica. Ogni sei mesi  i servizi relazionano al tribunale per i minorenni sull’andamento dell’affidamento familiare ed esiste già una rilevazione effettuata dalle singole regioni che, in base alla normativa nazionale hanno le competenze in merito: queste rilevazioni regionali confluiscono nel sistema nazionale, che può essere migliorato, ma non ha senso crearne un altro. L’impegno richiesto ai tribunali di rendicontare i provvedimenti assunti è poi incomprensibile e difficilmente realizzabile, vista la carenza cronica di giudici».

Migliorare la vita delle famiglie affidatarie e dei bambini

«Quello che ci aspettiamo dal ddl è un lavoro che porti a migliorare la vita delle famiglie affidatarie e dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze che hanno bisogno dell’affido», esordisce Anna Guerrieri, presidente del Coordinamento Care, la più grande rete di associazioni familiari impegnate nell’affido e nell’adozione. «In questo istante in Italia inizia a sentirsi una carenza di disponibilità all’affido. Negli anni passati l’affido è stato investito da una narrazione negativa ed è decisamente arrivato il tempo che le istituzioni e la società civile capovolgano questa narrazione e la trasformino in una voce compiutamente positiva. È il primo impegno che ci aspettiamo. E poi c’è tutto un lavoro da fare a favore delle famiglie nella fase in cui si creano le possibilità dell’affido e nel post affido».

Quello che ci aspettiamo dal ddl è un lavoro che porti a migliorare la vita delle famiglie affidatarie e dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze che hanno bisogno dell’affido

Anna Guerrieri, presidente del Coordinamento Care

L’Osservatorio e i registri possono essere una strada? «Per far funzionare l’affido, servono servizi forti che sappiano fare dei progetti importanti sui bambini in sinergia con le famiglie che li accolgono e con le associazioni. Deve essere una progettualità condivisa, una modalità che sia omogenea e coerente in tutto il Paese, mentre troppo spesso le prassi sono ancora differenti. Monitorare per prendersi cura è una cosa positiva, ma potremo fare un bilancio soltanto quando conosceremo le modalità di funzionamento. Nell’ambito dell’adozione per esempio abbiamo l’esperienza sulla Banca Dati Nazionale che è stata istituita nel 2001 e non è stata mai realizzata compiutamente. È una grave carenza, perché i dati sono in capo a ogni singolo tribunale e manca un monitoraggio preciso della situazione a livello nazionale che garantirebbe una maggiore efficacia negli abbinamenti. Per questo dico che prima di commentare dobbiamo vedere l’attuazione e l’efficacia». E conclude: «Noi, enti del Terzo settore, dobbiamo essere interlocutori forti delle istituzioni perché tutto questo funzioni al meglio, e funzioni a favore dell’affido».

Evitare un’inutile duplicazione di dati e luoghi

La posizione di Liviana Marelli, responsabile minori del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca), non è molto distante da quella espressa in audizione alla Commissione Giustizia qualche mese fa. «Non mi risulta ci siano state modifiche sostanziali rispetto al testo iniziale», spiega. «C’è la necessità di avere dati aggiornati e omogenei sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un obiettivo condiviso e più volte riproposto su cui però occorre sottolineare, per evitare anche inutili ridondanze e spreco di risorse, l’opportunità di valorizzare quanto da tempo avviato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, con l’obiettivo di arrivare a individuare un unico sistema di rilevazione nazionale che garantisca la raccolta omogenea dei dati in tutte le regioni e in tempi certi. Quale utilizzo dovrà essere fatto di questo registro? Quale competenza ha la Provincia in tale ambito dato che la responsabilità in materia di tutela dei minori è in capo alla regione e all’ente locale? Come evitare una inutile duplicazione di dati, luoghi e “registri”?».

Nel ddl 1866 risulta evidente il pregiudizio negativo nei confronti del sistema di accoglienza (affido e comunità) che deve essere controllato, visto con sospetto piuttosto che sostenuto e valorizzato. C’è invece una necessità urgente di politiche attive a sostegno del sistema di accoglienza, attraverso una diversa e positiva narrazione dell’affido familiare e dell’accoglienza residenziale

Liviana Marelli, responsabile minori Cnca

Secondo il Cnca, il testo del ddl 1866 rischia di riproporre ancora una volta «una narrazione negativa dell’affido familiare e del sistema di accoglienza in genere, laddove insiste nella riproposizione di misure di controllo: il registro di cui sopra e l’osservatorio. Risulta evidente il pregiudizio negativo nei confronti del sistema di accoglienza (affido e comunità) che deve essere controllato, visto con sospetto piuttosto che sostenuto e valorizzato».

Ripartire dal concetto di rete

Di che cosa avrebbe bisogno allora l’ecosistema dell’affido? «Le nostre famiglie accolgono bambini in ogni momento dell’anno, del giorno e della notte, a volte in urgenza, e sono a disposizione in un Paese in cui non c’è nulla di omogeneo. È davvero urgente che in tutte le regioni vengano recepite, incorporate e attuate le Linee di indirizzo nazionali per l’affidamento familiare, documento che contiene tutte le indicazioni di buon senso necessarie. Servono politiche che trasformino la disponibilità delle famiglie in possibilità concrete: è così che l’affido può diventare un bene condiviso, non un percorso solitario», risponde Guerrieri.

Per Liviana Marelli «c’è una necessità urgente di politiche attive a sostegno del sistema di accoglienza (affido familiare e comunità di tipo familiare) attraverso la garanzia in tutte le regioni della definizione e dell’attuazione di Lep per gli interventi e i servizi sociali, educativi e psicologici, l’impegno a una diversa e positiva narrazione dell’affido familiare e del sistema di accoglienza residenziale, l’investimento di risorse e la ratifica in tutte le regioni delle linee di indirizzo nazionale per l’affidamento familiare e accoglienza residenziale».

Il nodo vero, aggiunge Tonizzo, è «far funzionare quello che c’è. Per farlo, servono più operatori, preparati, e finanziamenti adeguati. Non abbiamo bisogno poi di nuovi osservatori, ma di investire per la promozione e il rilancio degli affidamenti come proposto anche dal Tavolo Nazionale Affidi».

Martini guarda alle necessità del presente per immaginare una prospettiva per il futuro: «Collocamenti che non siano sempre tardo riparativi ma i più tempestivi possibile, cura dell’affidamento consensuale e dei supporti preventivi alle famiglie d’origine e l’abbandono di slogan che non hanno fatto bene alle famiglie affidatarie», spiega. «Le parole possono fare danni e intaccare la fiducia, ma la fiducia serve per dare linfa al futuro». Da quale parola si può ripartire? «Dal concetto di rete, e dal riconoscere che l’affido funziona grazie a tutti gli attori coinvolti, se manca anche soltanto un tassello crolla tutto».

La Ministra della Famiglia e delle Pari opportunità Roccella al convegno Per una Primavera Demografica della fondazione Magna Carta, 27 marzo 2023 (Foto Cecilia Fabiano/LaPresse)

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