Partecipazione
Agli italiani la politica interessa, ma le fragilità socio-economiche spingono l’astensione
L’ultima fotografia scattata dai Report Fragilitalia analizza i dati relativi al rapporto tra partecipazione e voto con un focus sui referendum. L’elaborazione è dell’Area Studi Legacoop con Ipsos. Il presidente Gamberini: «Quando due terzi del Paese legano la propria insoddisfazione alle politiche economiche e fiscali, e quasi la metà dichiara che la propria condizione economica incide sulla scelta di non votare significa che la questione sociale torna ad essere centrale nel rapporto tra cittadini e democrazia»
di Redazione
Lo hanno definito un “paradosso democratico”. È quello che attraversa l’Italia dove da un lato, una larga maggioranza continua aeessere interessata alla politica e a riconoscere nelle elezioni e nei referendum strumenti fondamentali della partecipazione; dall’altro, cresce la distanza concreta dalle urne, alimentata da sfiducia, disillusione e fragilità socio-economiche.
È questo il “paradosso” che emerge nella fotografia scattata dai Report FragilItalia che analizzano il rapporto degli italiani con la politica e con il voto, elaborati da Area Studi Legacoop e Ipsos, in base ai risultati di un sondaggio condotto su un campione rappresentativo della popolazione italiana per testarne le opinioni relative al tema.
L’interesse per la politica
Anche se in calo di 7 punti percentuali rispetto al giugno 2025, la percentuale degli italiani che si dichiarano interessati alla politica resta elevata (66%), ma si accompagna ad una quota ancora più ampia (il 73%, 2 punti in più) di chi non si sente rappresentato dalla classe politica attuale; inoltre, più di 6 italiani su 10 (63%) non credono di poter influire, con il proprio voto, sulle decisioni politiche (con percentuali più elevate nella popolazione a bassa scolarizzazione, nel ceto popolare e in chi non è interessato alla politica) e non sono soddisfatti (il 65%) del funzionamento della democrazia in Italia.
Sfiducia e stanchezza
Al diffuso interesse per la politica non corrisponde, però, un’analoga propensione al voto. Il principale driver dell’astensione risulta la crescente sfiducia nei confronti della classe politica, indicata dal 35% degli intervistati, in crescita di 7 punti rispetto alla precedente rilevazione, seguita dal sentirsi “stufi e arrabbiati” (12%, 1 punto in più), dalla mancanza di un partito che rappresenti (11%, -5 punti), dalla convinzione che il proprio voto non conti e dalla percezione che nessuno parli di questioni importanti per chi vota (entrambe al 7%).
Disillusione verso i partiti
Tra gli aspetti che influiscono maggiormente sull’astensione, al primo posto la disillusione verso i partiti (65%, 2 punti in più), la percezione che nessuno affronti seriamente la pressione fiscale (61%, – 1 punto), l’insoddisfazione per le politiche economiche (60%, in crescita di 8 punti), la scarsa rappresentanza dei propri interessi (59%, +6 punti).
Risulta in forte crescita – ben 13 punti percentuali – anche la mancanza di fiducia nel sistema elettorale (57%), e l’assenza di un partito con serie proposte di welfare (55%, + 10 punti).
L’incremento più elevato (15 punti) è quello registrato dalla percezione di una diffusa corruzione, espressa dal 48%.
L’astensione non sembra legata a un deficit informativo: solo meno di un terzo degli astenuti (il 29%, in calo di 7 punti) dichiara di non votare perché non sufficientemente informato.
Più rilevante risulta invece la dimensione economica: quasi un intervistato su due (il 46%, + 4 punti) afferma che la propria situazione economica personale incide sulla decisione di non partecipare al voto, con picchi tra ceto popolare (64%) e residenti nel Mezzogiorno (61%). Cresce, inoltre, l’influenza dei social network: un astenuto su cinque riconosce che ciò che legge online condiziona la sua scelta di non votare (+5 punti rispetto alla precedente rilevazione), quota che sale al 36% tra gli under 30.
L’astensione cronicizzata
Un elemento particolarmente critico riguarda la “cronicizzazione” dell’astensione: un terzo degli astenuti (il 32%) dichiara di aver deciso di non votare settimane o mesi prima delle elezioni. Parallelamente, aumenta anche la quota di chi matura la decisione all’ultimo momento: 12%, 8 punti in più.
«Il Paese è attraversato da una contraddizione: gli italiani non sono indifferenti alla politica, ma al contempo cresce la distanza dalle urne, per sfiducia, avversione e fragilità economiche. Il dato più preoccupante è che oltre sette italiani su dieci non si sentono rappresentati dalla classe politica e che la sfiducia verso i partiti è oggi il principale motore dell’astensione», sottolinea Simone Gamberini, presidente di Legacoop.
«Quando due terzi del Paese legano la propria insoddisfazione alle politiche economiche e fiscali, e quasi la metà dichiara che la propria condizione economica incide sulla scelta di non votare, significa che la questione sociale torna ad essere centrale nel rapporto tra cittadini e democrazia», continua il presidente di Legacoop.
«Allo stesso tempo, la percezione dello strumento referendario segnala che la domanda di coinvolgimento non è affatto venuta meno. C’è ancora una forte disponibilità civica nel Paese, ma chiede risposte più chiare, programmi più concreti, maggiore trasparenza. Per noi questi dati rappresentano una sollecitazione forte. La cooperazione nasce per dare voce ai bisogni delle comunità e per tradurre la partecipazione in responsabilità condivisa».
Gasperini conclude: «L’astensionismo è un’emergenza democratica. La qualità della nostra democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma dalla capacità di far sentire ogni persona parte attiva di un progetto collettivo. È su questo terreno che si gioca la sfida dei prossimi anni».
Margini di recupero: rappresentanza e concretezza
Il quadro è critico, tuttavia si confermano spazi di recupero. Quasi 7 astenuti su 10 (il 68%, ma in calo di 5 punti) dichiarano che tornerebbero a votare se si sentissero pienamente rappresentati da un candidato o da un partito (1 su 3 lo ritiene molto probabile). Però il 27% (+ 8 punti) non valuta questa opzione. I più “irrecuperabili” appaiono invece i residenti nel Nord Est (41%) e gli under 30 (40%).
Le leve principali per riportare gli astenuti alle urne sono: maggiore chiarezza e concretezza dei programmi politici (50%, + 7 punti), riduzione di corruzione e clientelismo (47%, in calo di 8 punti), maggiore attenzione ai temi ritenuti prioritari dai cittadini (42%, in crescita di 8 punti), maggiore trasparenza nel processo politico (31%, + 1) e più opportunità di partecipazione diretta (18%, 7 punti in più).
Focus sul referendum
L’indagine contiene anche un focus dedicato allo strumento referendario, che mette in luce un ulteriore paradosso. L’82% degli italiani considera i referendum uno strumento importante per la partecipazione democratica (l’89% tra gli under 30, l’88% tra gli abitanti di città oltre i 100mila abitanti) e il 43% ritiene molto importante votare ai referendum.
Tuttavia, l’affluenza reale racconta una storia diversa: negli ultimi appuntamenti con i referendum abrogativi l’affluenza si è attestata su livelli molto bassi (30,6% nel 2025, su lavoro e cittadinanza; 20,4% nel 2022 su giustizia; 31,2% nel 2016 sulle trivelle).
Fanno eccezione i referendum costituzionali che hanno registrato una partecipazione significativamente più elevata: il 51,12% al referendum del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, il 68,49% a quello del 2016 sulla legge di riforma costituzionale.
Cosa spinge l’astensione
Dalle risposte degli intervistati emerge, inoltre, che per un italiano su due non vi è differenza tra votare alle elezioni politiche o ai referendum; per uno su tre è più facile votare ai referendum. Riguardo agli aspetti che danno valore ai referendum, la percezione che permettono ai cittadini di esprimersi su questioni specifiche (80%), che sono un’opportunità per far sentire la propria voce al di fuori delle elezioni (79%), che sono uno strumento capace di rafforzare la democrazia diretta (72%), che permettono di correggere decisioni sbagliate del Parlamento (65%).
Il 61% ritiene che il voto referendario abbia un impatto diretto sulla legislazione. Gli aspetti che, invece, spingono all’astensione sul voto referendario, sono la percezione che i referendum vengono spesso strumentalizzati dai partiti politici (87%), che spesso non si raggiunge il quorum rendendo inutile la partecipazione (82%), che c’è poca informazione sui contenuti della consultazione (74%), che i quesiti sono formulati in modo poco chiaro (68%), che sono spesso su temi troppo tecnici e complessi (65%).
Nell’immagine in apertura l’interno di un seggio in Lombardia – Foto Claudio Furlan/LaPresse
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