Oltre le sbarre
Al teatro del Beccaria c’è una porta aperta: quella su altri mondi possibili
Nell'istituto per minori di Milano c'è l’unico progetto d'Italia di teatro in carcere aperto, tramite una porta, all'esterno. Recita una compagnia teatrale di soli adolescenti, composta di ragazzi detenuti e no. L'esperienza è promossa dall’associazione Puntozero. Veronica Berni, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università Bicocca, l'ha studiata e il suo lavoro è tra i vincitori della prima edizione del “Premio Save the Children per la ricerca – Dove inizia il futuro”. «Il teatro in carcere non è né solo un’evasione né solo una catarsi. Il progetto funziona perché crea un mondo diverso, un modo diverso di stare insieme»
Tra i vincitori della prima edizione del “Premio Save the Children per la ricerca – Dove inizia il futuro” c’è uno studio pedagogico realizzato all’interno dell’istituto per minori – ipm Cesare Beccaria di Milano. Lo ha realizzato Veronica Berni, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli studi di Milano Bicocca e docente a contratto all’Accademia delle Belle Arti di Brera, dove insegna pedagogia. «È l’unico progetto di teatro in carcere che svolge le proprie attività in un teatro collocato all’interno dell’istituto ma aperto, tramite una porta, al territorio», dice la vincitrice. La ricerca approfondisce la funzione rieducativa dell’istituto penitenziario minorile e, attraverso osservazioni, testimonianze e le voci dei ragazzi detenuti, mostra gli effetti postivi e trasformativi del laboratorio teatrale all’interno dell’ipm. Lo studio offre molti spunti per le policy delle istituzioni carcerarie che restituiscano protagonismo ai giovani detenuti.
Sperimentarsi in identità e relazioni nuove
«La mia ricerca mostra che il teatro in carcere, nell’esperienza promossa dall’associazione Puntozero, non funziona perché “distrae” i ragazzi o li fa sfogare: non è né solo un’evasione né solo una catarsi. Il progetto funziona perché crea un mondo diverso, un modo diverso di stare insieme», spiega Berni.
Il teatro in carcere non funziona perché “distrae” i ragazzi o li fa sfogare: non è né solo un’evasione né solo una catarsi. Il progetto funziona perché crea un mondo diverso di stare insieme
Veronica Berni, pedagogista
«I ragazzi entrano in un’esperienza e in un contesto materiale (il teatro aperto al territorio) che rompe le coordinate del carcere – le rigidità dei tempi, degli spazi, il modo di muoversi, persino il modo di guardarsi, la fissità dei ruoli – e li porta altrove, in un ambiente fisico e simbolico che li accoglie ma allo stesso tempo li sfida. È un’esperienza iniziatica: sospende dal quotidiano e invita i ragazzi a sperimentarsi in identità e relazioni nuove».

I ragazzi diventano qualcosa di diverso non dopo, ma nel “qui ed ora”
Un elemento fondamentale del progetto «è la commistione con l’esterno. In quel teatro, aperto al territorio, i ragazzi detenuti lavorano fianco a fianco con ragazzi liberi, costruendo insieme uno spettacolo che poi viene portato fuori, davanti a un pubblico reale. Questo gesto ribalta il modello tradizionale del carcere, che funziona secondo una logica educativa condizionale e di tipo premiale: nell’esperienza teatrale sia il “guadagno formativo” che il nuovo ingresso in società non è qualcosa che accade “dopo”, nel futuro, ma qualcosa che avviene subito, nell’immanenza del presente», continua Berni. «I ragazzi entrano in relazione con la società riposizionandosi come attori che mostrano alla città qualcosa di bello e che hanno creato in modo condiviso: in questo senso il teatro apre spazi vitali in cui i ragazzi possono già diventare qualcosa di diverso, non in futuro, ma nel “qui ed ora”».
In quel teatro, aperto al territorio, i ragazzi detenuti lavorano fianco a fianco con ragazzi liberi, costruendo insieme uno spettacolo che poi viene portato fuori, davanti a un pubblico reale. Questo gesto ribalta il modello tradizionale del carcere
Veronica Berni, pedagogista
Tra protezione ed avventura
C’è poi la dimensione comunitaria. «Il teatro obbliga a essere un gruppo: a fidarsi, coordinarsi, aspettarsi, sostenersi. Non puoi fare teatro da solo. È una palestra quotidiana di socialità reale, in cui le competenze relazionali non vengono “insegnate”, ma vissute e incorporate. Infine, c’è la forza della finzione e del gioco. Il teatro permette di abitare un “mondo altro”, un cerchio magico dove puoi provare modi nuovi di essere senza essere giudicato», continua, «ma con un livello di autenticità molto alto: perché la scena richiede impegno, coraggio e presenza. Come il gioco, l’esperienza teatrale è un luogo protetto ma allo stesso tempo avventuroso».
Questi elementi generano un cambiamento profondo: «I ragazzi non imparano semplicemente a “comportarsi meglio”, come vorrebbe una certa idea di rieducazione. Imparano, piuttosto, a sentirsi parte del mondo, a mettere in campo desideri, a praticare nuove forme di relazione».

Investire in esperienze che aprono mondi possibili
Tutto ciò ha implicazioni forti per le politiche educative. «Significa che dovremmo investire in esperienze che aprono mondi possibili, che mettono i ragazzi in relazione con l’esterno, che costruiscono gruppi solidi e che generano coinvolgimento reale. Non basta “offrire attività”: bisogna moltiplicare esperienze che aprano spazi altri, non solo attività funzionali o disciplinari. È necessario favorire la commistione con l’esterno non come eccezione, ma come elemento strutturale dell’educazione, e sostenere pratiche comunitarie e cooperative, orientate alla produzione condivisa di opere, eventi o progetti che entrino in relazione con la società», prosegue Berni.
Generare desiderio e “sedurre” i ragazzi
«Occorre promuovere esperienze educative che generino desiderio, non solo conformità: esperienze capaci di “sedurre” i ragazzi, coinvolgerli, far emergere motivazione e senso di possibilità. Bisogna ripensare spazi, tempi e rituali delle attività educative alla luce della loro capacità di creare coinvolgimento, cambiamento e partecipazione reale. Credo, poi, che il teatro in carcere indichi la forza educativa della finzione nei contesti totali. Le “zone altre”, finzionali e protette», continua, «permettono ai ragazzi di abitare nuovi mondi e di incarnare versioni di sé già trasformate, in cui l’esperienza non è strumentale ma essa stessa educazione, nel suo farsi. Questa è un’altra indicazione per le policy delle istituzioni carcerarie».
I ragazzi entrano in relazione con la società riposizionandosi come attori che mostrano alla città qualcosa di bello e che hanno creato in modo condiviso: in questo senso il teatro apre spazi vitali in cui i ragazzi possono già diventare qualcosa di diverso, non in futuro, ma nel “qui ed ora”
Veronica Berni, pedagogista
Un teatro cittadino
«Ho iniziato la mia ricerca nel 2018 perché al Beccaria il progetto di teatro in carcere è singolare rispetto al resto dei progetti, sia per adulti che per minori», spiega Berni. «I ragazzi esterni e interni sono a contatto per molto tempo e formano una compagnia teatrale mista, che lavora tutto il giorno alla produzione di spettacoli che stanno in scena anche 10 giorni consecutivi, rivolti a tutta la cittadinanza. L’idea negli anni è stata quella di fondare un teatro cittadino, in cui a recitare è una compagnia di adolescenti, che è già una particolarità: non andiamo solitamente a vedere spettacoli di giovanissimi che formano una vera e propria compagnia».

Commistione particolare tra finzione e realtà
Nel suo lavoro di ricerca, Veronica Berni ha iniziato a intervistare i ragazzi, i responsabili e anche gli operatori intorno a loro, per indagare che tipo di effetti educativi vedessero gli altri e quali percepissero i giovani. «Poi questo materiale l’ho integrato con un periodo di osservazione, dove la domanda non era rivolta agli effetti quanto al tipo di esperienza che produceva. Materialmente ho partecipato a tutte le attività, stavo con i ragazzi tutto il tempo. Mi ha molto colpito la commistione particolare di quell’esperienza tra finzione e realtà, credo che sia una chiave interessante per gli educatori».
Berni sottolinea come «ragazzi che sul piano della realtà facevano fatica (a scuola o nei laboratori professionalizzanti) e riconoscevano poco significato a quello che facevano, a teatro dove si stressa quasi di più la distanza dalla realtà, raggiungevano risultati più incisivi. Ad esempio, un minore straniero non accompagnato a scuola faceva fatica ad imparare l’italiano e riusciva a dargli poco senso, poi a teatro recitava Shakespeare con grande motivazione».

I ragazzi che partecipano al progetto «hanno uno stimolo affettivo perché lavorano in gruppo: la valutazione non è individuale, l’obiettivo è chiaro perché devono fare lo spettacolo, quindi c’è una carica adrenalinica e una sana competizione tra di loro. È tutto un insieme di fattori che, messa dentro la cornice del “fare teatro” sembra la cosa più distante dall’utilità. La finalità è tutta interna all’opera d’arte, ma paradossalmente funziona di più rispetto ad un’attività che insegna un lavoro. Questo l’ho trovato speciale».
La vita comunitaria
«“Io qui in teatro mi sento a casa, è come se fosse un po’ una famiglia”, dicevano molti ragazzi che partecipavano al progetto, quando li intervistavo per la ricerca. Il teatro è diventato a tutti gli effetti una comunità interna al carcere e una misura alternativa alla cella: lì i ragazzi non solo si formano, ma trascorrono insieme la giornata. Ciò significa, ad esempio, che i pasti vengono preparati e consumati insieme, evitando il rientro nelle aree detentive durante le attività», prosegue Berni.
«I ragazzi hanno un’affezione al progetto per cui si prendono cura di quello spazio, ne sono i custodi, il regista della compagnia se ne prende cura. C’è tutta una vita di comunità che si articola dentro quel luogo, che è profondamente diversa rispetto a quella che vivono in carcere. Quel teatro è un contesto bello dove si respira una bella atmosfera, si mangia bene, c’è una parte comunitaria di base importante», continua.
Mettersi in gioco senza rischiare
«Nel progetto i ragazzi sentono molto forte la sensazione di essere protetti in un modo da riuscire a rischiare. Alcuni sono abituati a mettere gli abiti di un modello maschile dominante, un po’ da macho, poi vestono da donna sul palco, per impersonificare personaggi femminili». Berni sottolinea che «se lo facessero in sezione, probabilmente li prenderebbero in giro, in teatro c’è la sensazione di potersi mettere in gioco senza rischiare, a livello anche identitario. Si tolgono le maschere dei ruoli che sono stati abituati a performare fuori dal carcere e ne riescono a mettere delle altre».

Il lavoro dell’associazione Puntozero
L’associazione Puntozero è presente al Beccaria ogni giorno, domenica compresa, dalle ore 9 alle 18 quando non ci sono spettacoli, fino alle 23 in caso di rappresentazione. Le repliche annuali superano le 80, anche grazie al recente ingresso di Puntozero nel Fondo nazionale spettacolo dal vivo come Impresa di produzione del teatro per l’infanzia e la gioventù. Opera sia con i ragazzi in articolo 21, che possono uscire in teatro, sia entrando nelle sezioni, così da permettere anche a chi non gode del beneficio di lavorare e formarsi. Attualmente, nell’ipm sono presenti circa 70 minori detenuti, l’associazione lavora stabilmente con più della metà di loro.
La foto del Premio è di Gianfranco Ferraro per Save the Children, in apertura foto di Davide Forti per l’associazione Puntozero, come altre nell’articolo (credits nelle didascalie)
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