Aree interne, l'Italia da scoprire
Alicudi, l’isola in cui la comunità si prende cura della scuola
Quella di Alicudi è la scuola più piccola d'Europa. Alla scuola dell'infanzia, riaperta da poco, ci sono solo due alunni. Il plesso però di fatto non ha mai chiuso perché nell'attesa di tornare ad avere alunni è stata biblioteca e luogo di incontro per la comunità. Il nesso tra scuola e comunità è il punto su cui lavora la Rete delle Piccole Scuole di Indire, come racconta Giuseppina Risa Jose Mangione
«Alzati che è tardi». «Ancora cinque minuti, mamma». Quante volte lo abbiamo detto, girandoci e rigirandoci sotto le coperte? Quante volte da mamma lo abbiamo sentito dire dai nostri figli?
Ci sono luoghi in cui questo tergiversare non esiste, luoghi in cui appena si aprono gli occhi non si vede l’ora di vestirsi, prepararsi e correre a scuola il prima possibile. Così vanno le cose ad Alicudi, l’isola che ha la scuola più piccola d’Europa, se non del mondo. La scuola appartiene all’Istituto comprensivo statale Isole Eolie. La scuola d’infanzia, la cronaca riporta, ha riaperto dopo due anni di chiusura con due alunni figli di cittadini marocchini che risiedono nell’isola. Notizia vera solo in parte, però, perché la scuola ad essere sinceri non ha mai del tutto chiuso.
Nelle piccole scuole la dimensione dell’alleanza scuola-comunità è stata da sempre l’elemento prevalente perché ne ha garantito la continuità, oltre che il potenziale educativo
Giuseppina Rita Jose Mangione, prima ricercatrice “Piccole Scuole” di Indire
I 350 gradini che consentono di toccare il cielo con un dito
Un’immagine sicuramente poetica, quella che dà modo di capire come si svolge la vita in questa piccola isola delle Eolie, circa 70 abitanti durante l’inverno, non tantissismi di più durante l’estate, forse anche in virtù del fatto che si sviluppa in salita, tra non pochi gradini da scalare e chilometri da percorrere a piedi, ma mai soli. Ad accompagnare i viandanti, infatti, ci sono sempre gli immancabili muli di Alicudi, il cui compito è trasportare i bagagli o, nel caso degli isolani, quei materiali più pesanti che tornano utili nella quotidianità.

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare.
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE
Insegnare in un’isola
«Era sempre stato il mio sogno andare a vivere e insegnare in un’isola», racconta Mirella Fanti, storica dirigente della scuola di Alicudi. «Quando ho visto che la sede di Salina era libera, non ci ho pensato un secondo. Mi ha sempre fatto felice stare a contatto con i bambini, mi piaceva entrare nelle classi, parlare con loro. Raccontavo le esperienze di insegnamento, fatte in Turchia, Grecia, Africa e Sud America prima di arrivare qui. Abitavo e abito ancora a Salina, da dove mi spostavo nelle altre sei isole (Alicudi, Filicudi, Stromboli, Panarea, Salina e Lipari) delle quali avevo la dirigenza. Faticoso, ma bello. Mi sono sempre definitita una dirigente “da aliscafo”, più che da scrivania. Ancora oggi, che sono andata “in vacanza per sempre” – preferisco questa espressione a “pensione” – quando mi incontrano per strada mi salutano con un gioioso: “Ciao, presidina”. Uno dei ricordi più belli che ho? Era una giornata di sole e stavo salendo quei 350 gradini che collegano la strada alla scuola. Tutti i ragazzi erano sulla terrazza e accompagnavano i miei passi, battendo le mani e gridando: “Forza, presideeee”. Le parole non riescono a rendere le emozioni provate in occasioni del genere. Sono questi gli episodi che mi hanno fatto capire perché ho deciso di fare questo lavoro».

Una scuola che si è battuta per non cedere all’oblio
«L’Istituto comprensivo Isole Eolie», prosegue l’ex dirigente, «è diventato famoso per essere una scuola piccolissima. Oggi lo frequentano due bambini, peraltro cuginetti, ma ci sono stati anche altri anni in cui la popolazione scolastica era al minimo. Io sono arrivata nel 2008 e avevo dai 3 ai 5 bambini; poi, anno più anno meno, sono stati tra i 5 e i 10 alunni. Anche nel 2014, ad Alicudi, erano in due e la scuola ha rischiato di chiudere perché in quel momento non riuscivamo a convincere gli uffici scolastici a mandarci un’insegnante per così pochi bambini. Insieme ai genitori, abbiamo ingaggiato una piccola battaglia, aiutati anche dalla stampa, e abbiamo avuto la meglio. Siamo, infatti, riusciti a tenere aperta la scuola. Due o tre anni fa sono usciti gli ultimi tre ragazzi e non abbiamo avuto più iscrizioni. Un calo demografico che ha interessato tutta l’Italia, ma che nelle isole si è sentito ancora di più. Noi, però, non abbiamo desistito e, nonostante non ci fossero bambini, in effetti non abbiamo mai chiuso».
Come assolvere al ruolo di luogo di comunità
Nessuno, ad Alicudi, ha mai pensato che la scuola dovesse serrare le sue porte sol perché non “abitata” dalle voci gioiose dei bambini. La scuola così è diventata un piccolo centro culturale aperto a tutti, luogo ideale per riunioni, attività culturali, per esempio nelle calde sere d’agosto, dove organizzare presentazioni di libri, concerti. La biblioteca è nata grazie all’attrice Masha Musy, che ha donato tutto il patrimonio librario del marito, lo scrittore Franco Scaglia, andando ad arricchire la proposta culturale della piccola istituzione scolastica che periodicamente ospita scolaresche provenienti dalle scuole delle vicine isole, per visitare anche il piccolo museo che racconta la bellezza di Alicudi.
Un percorso che, grazie a Indire, vede nascere la Rete delle Piccole Scuole
«È il 2017 quando nasce il Movimento nazionale delle Piccole scuole», afferma Giuseppina Rita Jose Mangione, pedagogista e prima ricercatrice “Piccole Scuole” dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, «portando una lunga storia alle spalle e interventi un po’ più episodici rispetto a quello che adesso riesce a fare il movimento nazionale, che tra due anni compirà i suoi primi dieci anni di vita, con circa 5mila piccoli plessi iscritti alla rete. Un dato importante visto che, alla nascita, aveva il sostegno di soli 60 istituti. La storia di Indire e delle “Piccole scuole”, però, inizia nel 2005 a Marettimo, isola delle Egadi, tra la Sicilia e la Tunisia, dove a quel tempo e probabilmente ancora oggi vivono circa 200 abitanti».
A Marettimo non c’era e non c’è la scuola secondaria e la regola era che alla fine della scuola elementare, le famiglie, pur di assicurare il proseguimento degli studi ai propri figli, lasciavano l’isola per andare a vivere sulla terraferma. «Era il 2007, quando stavano concludendo il quinto anno della scuola primaria due bambini, Jessica e Gaspare, che poi sono diventati famosissimi a livello nazionale. Fu allora che gli abitanti dell’isola bloccarono i traghetti e organizzarono una manifestazione di protesta per denunciare la situazione, fattasi così grave perché, come sempre, alla scuola è legato tutto un contesto di comunità e un insieme di servizi che, in quel modo, veniva negato. Quando, infatti, diciamo che se la scuola muore è tutto il territorio che ne risente, ci riferiamo al fatto che alcuni servizi rimangono solo perché c’è la scuola. In quel caso, la madre di Jessica gestiva l’unico panificio di Marettimo e, se si fosse dovuta trasferire per garantire l’istruzione alla figlia, avrebbe dovuto chiudere la sua attività e non ci sarebbe più stato pane sull’isola», ricorda Mangione.
Jessica, Gaspare e l’isola senza pane
Questo gruppo di residenti andò a protestare al ministero dell’Istruzione, che contattò Indire. «La scuola, che doveva essere un fattore di coesione delle piccole comunità isolate, stava rischiando di giocare un ruolo disgregativo e di impoverimento. Ci chiesero di intervenire per garantire la possibilità di mantenerla grazie all’attivazione di un collegamento telematico, quindi facendo scuola in modalità remota con le scuole di altri paesi, non per forza di quel territorio. Il progetto si chiamava “Marinando” e, attraverso la didattica a distanza, dimostrò la fattibilità di un supporto che veniva integrato al lavoro portato avanti dalle scuole più isolate».

Niki, il bambino che studiava respirando il profumo del mare
Poi c’è la storia di Niki, un bambino che aveva diverse allergie e che poteva proteggere la sua salute soltanto vivendo in un ambiente marino, lontano dalla terraferma. I genitori, era il 2023, fecero una scelta di vita radicale, lasciando la casa e il lavoro per vivere su una barca a vela. L’imbarcazione si fece portavoce, in collaborazione con l’Unicef, del diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine nel Mediterraneo. Telecom Italia si rese disponibile a sostenere il progetto, attrezzando la barca per sostenere il collegamento satellitale che assicurava la connessione alla rete, indipendentemente dagli spostamenti della barca. Anche in questo caso si ricorse alla scuola a distanza, ancora una volta con il supporto di Indire. Niki venne iscritto alla scuola di Capaci, in provincia di Palermo, e l’esperienza ha continuato per tutta la frequenza della scuola secondaria di primo grado.
La scuola con la sua comunità, le tecnologie a supporto di un contesto classe inclusivo
«Io ho raccontato un’evoluzione», aggiunge Mangione, «che oggi ovviamente ci mette anche in collegamento con la Rete Simi, Scuole Isole Minori Italiane, realtà che oggi conta tantissime scuole isolane che aderiscono e che si interfacciano con il movimento nazionale anche sulla base dei bisogni che ogni contesto esprime. Una storia lunga, articolata che difficilmente si trova scritta con tutte le sue fasi. È una storia importante perché fa capire come siamo arrivati a un movimento che nasce con delle radici forti, quelle delle reti locali delle piccole scuole».
La scuola che ha continuato ad essere scuola, anche senza bambini
La scuola di Alicudi, per esempio, è rimasta una scuola di comunità che ha saputo anticipare e intercettare delle innovazioni. Tutti gli attori di un territorio si sono fatti partner del suo mantenimento. Il fatto che non abbia mai rinunciato al suo presidio educativo, anche senza bambini, ma lo abbia ripensato con servizio per la comunità, ha anticipato quest’idea di scuola intesa e vissuta come centro civico. Si è fatta servizio anche degli adulti di un territorio, pur non avendo il suo servizio naturale, che era quello del fare scuola, il curricolare. A noi fa molto piacere che sia rimasta a svolgere il suo ruolo educativo e che oggi riprenda vita. Speriamo anche che, da due bambini si arrivi a molti di più, con un cambiamento di rotta com’ è stato quello di tanti anni fa a Marettimo, dove la garanzia del servizio educativo ha poi portato le famiglie a ritornare e a investire nel proprio territorio».
Tante le esperienze portate nelle scuole partite prima virtualmente
Grazie a Indire ha fatto ingresso nella “Rete di piccole scuole” il jazz, per il quale gli alunni si collegavano un giorno a settimana anche attraverso un network di blog. Messa in piedi la scuola a casa, da quel momento è nato anche il ciclo di webinar della scuola di prossimità che poi ha dato vita a tutti gli studi sulla scuola diffusa, la scuola estesa, la scuola come civic center. Che dire, poi, del cinema con la “Scuola allo schermo”, esperienza ancora in corso, diffusa a livello nazionale?».

Una forza che parte dalle fondamenta della società
«La nostra forza sono le scuole, i territori, perché sono loro che ci danno fiducia, sicurezza, certezza, anche sostegno, quello che molto spesso manca alle scuole. A volte», dice ancora la prima ricercatrice di Indire, «ci sentiamo un po’ impotenti perché su tante cose non possiamo intervenire, non siamo e non abbiamo la soluzione a tutto. Ci chiamano, però, sempre più spesso in supporto per evitare la chiusura delle scuole o per riorganizzarle in pluriclassi, dal momento che molto spesso i nostri docenti si spaventano al pensiero di doverle gestire da soli. Interveniamo e li seguiamo passo passo, cercando di garantire anche una validità dei modelli che proponiamo, rendendoli un po’ scalabili da tutti».
Crescere in un’isola per sentirsi parte del creato
«Io dico che crescere in un’isola vuol dire fare l’esperienza più bella della propria vita. Per i bambini significa libertà, sicurezza», conclude Mirella Fanti, «vivere a contatto con la natura, con gli animali. C’è una dimensione unica. Si vive come in una grande famiglia, dove ognuno si prende cura dell’altro. Ci può essere qualcosa di più bello?».
In apertura gli alunni dell’Istituto scolastico di Alicudi del 2020 (le foto sono state fornite dall’ex dirigente, Mirella Fanti)
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