Presidi di periferia

Antonella Di Bartolo, la preside che ha liberato i sogni dei ragazzi dello Sperone

Forte, incosciente, refrattaria ai compromessi. Capace di dialogare con tutti. Antonella Di Bartolo da 13 anni dirige l'istituto comprensivo "Sperone-Pertini" di Palermo, portando la dispersione scolastica dal 27,3% all'1%. La ricetta? «Forse non accettare un destino ineluttabile e dare fiducia al quartiere. Cambiare si può, ma ci si deve guardare negli occhi e volerlo tutti insieme». Sulla scia della serie tv "La preside", ecco il viaggio di VITA per raccontare come una scuola, quando diventa un civic center, può cambiare il destino di un territorio e di chi lo vive

di Gilda Sciortino

Bellissimo e disperatissimo, ma anche estremo, potente. Lo Sperone si può definire una sorta di genius loci tra luoghi e persone. Un luogo che plasma le persone, che a loro volta plasmano il luogo, e che insieme sono in grado di cambiare un destino predeterminato. In questo percorso di riappropriazione dell’identità, la scuola gioca un ruolo fondamentale quale luogo di rielaborazione del presente in chiave futura. Lo dice, ma soprattutto lo dimostra quotidianamente, chi allo Sperone ha scelto di venire o restare, con la coscienza di chi vuole fare la differenza.

A dire il vero Antonella Di Bartolo non sarebbe potuta andare da nessun’altra parte. Probabilmente lei era destinata qui sin da quando la città di Palermo ricevette un altro schiaffo, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992. È il 15 settembre 1993 quando viene ucciso padre Pino Puglisi e lei, Antonella, ne avverte tutta la forza. Quando 20 anni dopo si ritrova a dovere scegliere la sede del suo primo incarico da dirigente, non ha alcun dubbio: sarebbe stata la dirigente dell’Istituto comprensivo statale “Sperone- Pertini”, che sorge vicino ai luoghi in cui lasciò il segno il parroco di Brancaccio, colui che sottraeva i bambini alla mafia, contrapponendovi l’energia positiva del sorriso.

Non arrivi per caso allo Sperone. Né da palermitano né da turista, malgrado da qui si goda di una delle più belle viste del promontorio di monte Pellegrino e del golfo di Palermo

Antonella Di Bartolo, dirigente Ics “Sperone – Pertini”

Sono 1.320 oggi i bambini che frequentano le 42 classi dei sette plessi di un istituto che affiora nella periferia sud- est di Palermo. Un incarico per nulla semplice, non solo per il contesto socio-culturale, ma anche perché lei di esperienza di dirigenza non ne aveva. Arrivava dall’insegnamento della lingua e della civiltà inglese in scuole non esattamente di periferia come l’educandato statale Maria Adelaide, il liceo classico Umberto I e il linguistico De Cosmi. Realtà nella quali ha messo il cuore, sempre imparando, con l’umiltà che le è propria, ciò che poi le servirà negli anni a venire.

«A ripensarle mi sembrano tante vite» , racconta la dirigente. «Ma soprattutto le vite dei miei alunni sono state quelle che mi hanno aiutato a essere quel che sono oggi. Ho avuto anche la fortuna di incontrare figure che hanno illuminato pezzi della mia strada. Una bella esperienza, per esempio, quella fatta all’Istituto Comprensivo Statale “Peppino Impastato” dal 2001 a 2006,  dove ho avuto il piacere e l’onore di conoscere una grande preside, Benita Callari, che purtroppo oggi non c’è più.  È stata un punto di riferimento per tanti. Era molto diretta, certe volte usa toni accesi, ma la sua qualità era sapere dialogare con tutti: con i ragazzi, con i collaboratori scolastici, con i genitori, con noi insegnanti, con i professori universitari quando erano ospiti. Una persona che sapeva trovare il codice giusto con chiunque, dando sempre opportunità ai suoi ragazzi. La sua era una dote dietro la quale c’era una forte assunzione di responsabilità».

Diretta e senza peli sulla lingua, Antonella Di Bartolo lo è sempre stata: non ha mai fatto sconti a nessuno. Basta leggere il suo libro Domani c’è scuola (Mondadori, 2024) per capire il suo percorso personale e professionale, due aspetti che in lei si intrecciano e convivono naturalmente. Il suo obiettivo? Prendersi cura dei suoi ragazzi, degli abitanti del quartiere, partendo dalla consapevolezza che in realtà come lo Sperone non dimostra di volere bene attraverso quell’amore che nasce da un colpo di fulmine, ma solo con un impegno quotidiano, per esempio tenendo la porta della propria stanza sempre aperta, standoci sempre a quella scrivania, senza intestarsi alcuna battagli, senza desiderare passerelle momentanee sperando che ti portino lontano.

Tutto questo appartiene ad Antonella Di Bartolo, la preside che ha avuto la capacità di fare andare in senso antiorario le lancette dell’orologio che segna il tasso di dispersione, sceso in questi anni dal 27,3% – quasi un bambino su tre – all’1%.

La ricetta? Questione di ingredienti 

«Con questi risultati, mi chiedono tutti quale sia la ricetta segreta per combattere la dispersione scolastica», prosegue la preside Di Bartolo. «Me lo chiese anche il provveditore di Bolzano, al quale risposi come rispondo a tutti: la ricetta non c’è, o meglio c’è, ma gli ingredienti sono diversi da persona a persona. Sicuramente c’è la ricerca del rapporto “occhi a occhi” con il genitore, con i bambini, con tutti. Io, poi, sono andata e vado personalmente nelle case dei miei alunni, cerco di capire cosa succede nella famiglia. Non puoi stare alla scrivania a rispondere alle e-mail, se fuori chiedono di parlare con te. Se lo fai, vuol dire che non vuoi parlare: è palese il messaggio. In generale nella vita sono le azioni contano, non le parole: in contesti particolari, poi, l’azione significa cura. Se io ti presto attenzione è perché voglio entrare in connessione con te». Racconta un aneddoto, la dirigente Di Bartolo: «L’altro giorno c’era una coppia di genitori che aveva bisogno di incontrarmi,  ci siamo presi due ore per parlare dei problemi per cui erano venuti, ma poi ci siamo messi a parlare di tutt’altro. Se guardi sul sito della scuola, non c’è un orario di ricevimento della dirigente: tutti sanno che possono venire quando vogliono e mi trovano lì».

Poi c’è anche il tema del rendere le attività scolastiche attraenti, «tanto motivanti da volerci venire anche il giorno dopo a scuola, e quello ancora dopo. Ricordo un progetto stupendo fatto sulla robotica e il digitale quando ancora non si parlava di questi temi. C’era una ragazzina che sognava di fare l’estetista. Dopo avere partecipato alle attività di robotica mi disse che si sarebbe iscritta all’istituto Industriale. Così ha fatto».

Lo Sperone

Settembre 2013, l’arrivo allo Sperone

«Ho preso servizio formalmente il primo settembre 2013, non lo dimenticherò mai», pesca nei ricordi la dirigente della “Sperone-Pertini”. «Era una domenica, così pensai di fare una visita alla scuola il venerdì precedente, il 30 agosto. Fu quello il momento in cui cominciai a rendermi conto del grande lavoro che avevo da fare. Mi fece da guida il precedente dirigente, continuando a dire per tutto il tempo: “Schifiu, vedi? Vedi com’è ridotta questa scuola?! Manco le porte ci sono. Un vetro sano non c’è. Ai neon hanno dato fuoco. Chi fitinziìa (che sporcizia)”. Lo scrivo nel libro e non esagero sul suo atteggiamento. Io mi chiedevo come fosse stato possibile essere arrivati a quel punto? Perché lasciare ridurre una scuola in quelle condizioni? Il giardino che sembrava una discarica, nei bagni c’erano le lavagne al posto della porte, con i buchi tra una parete e l’altra. Salì in me una tale rabbia, un’indignazione, non certo nei confronti dei ragazzi, quanto verso questa persona che aveva diretto sino ad allora la scuola e che me la stava consegnando, peraltro con questo atteggiamento di disamore assoluto. Ma anche verso l’amministrazione scolastica e quella comunale, che non avevano prestato la minima attenzione a questa piccola parte di mondo, abbandonandola a se stessa».

Se guardi sul sito della scuola, non c’è un orario di ricevimento della dirigente: tutti sanno che possono venire quando vogliono e mi trovano lì

Antonella Di Bartolo

Rifiutare il concetto di scuola difensiva che chiude la porte al buon senso

Per Antonella Di Bartolo non ci sono dubbi: «Facile agire nel modo in cui rischi meno e le responsabilità che ti assumi non ti espongono a nulla. Questa è quella che io chiamo la scuola difensiva, in analogia con la medicina difensiva. Parlo da insegnante, quale sono stata per 17 anni. Uno dei motivi per cui ho poi fatto il concorso per dirigente era perché non condividevo la maggior parte dei pensieri dei dirigenti che ho incontrato. Ricordo, in una delle scuole in cui ho insegnato, quando proposi alla mia dirigente un bellissimo progetto europeo al quale avrebbero potuto partecipare i ragazzi. Mi rispose che non si poteva fare perché non era stato deliberato nelle riunioni, che non era il caso e mi portò tante altre motivazioni che non avevano senso: così capii che quello non era il mio posto, la mia strada era un’altra. Lo Sperone è stata ed è il cammino che ho intrapreso con persone che guardano al mio stesso orizzonte. Lo hanno capito anche i genitori, cosa non facile ma neanche scontata».

Il Festino allo Sperone

Il piacere di essere una comunità

«Solo per farvi capire», cerca di spiegare colei che per molti è solo Antonella, la preside, l’insegnante, l’amica, la confidente, «l’anno scorso abbiamo portato al Foro Italico, il lungomare sul quale si affaccia il centro storico di Palermo, 800 alunni della media, più le quinte elementari, in occasione delle “Speroniadi”, una manifestazione che organizziamo ogni anno per promuovere l’aggregazione, l’inclusione e il gioco attraverso diverse attività sportive e creative. Se pensi a una scuola in cui non rischi nulla, una cosa del genere non lo puoi fare, perché potrebbe capitare di tutto. Ma vorrebbe dire non far fare ai ragazzi esperienze importanti. Ne parlo perché l’anno scorso c’erano anche i genitori con noi e nessuno li aveva costretti a partecipare. Sono venuti per il piacere di esserci, perché questo è sentirsi ed essere comunità».

Saper scegliere i collaboratori

«Dicono che, quando arrivi in una scuola da dirigente, devi aspettare almeno un anno prima di cambiare qualcosa. Poi, inizi a dare il tuo taglio. Questo, però, puoi permetterti di farlo se una scuola funziona. Io osservavo, ma davanti a quello sfacelo, sentivo che dovevo avere accanto a me persone delle quali fidarmi, che non avessero contribuito, materialmente o anche solo con il silenzio, a questo sfacelo. Da 13 anni la mia vicepreside è colei che, quando mi sono consultata con tutti, è stata l’unica a dirmi: “Preside, ce la faremo!”».

Come abbiamo abbattuto la dispersione? Dando fiducia al quartiere

«In questi 13 anni siamo cresciute entrambe», dice Kelia Modica, la vicepreside. «Prima che Antonella mi desse questo incarico, ero sempre stata una docente responsabile di plesso. Prima che arrivasse lei c’erano tantissimi problemi. Non che ora non ce ne siamo, ma si affrontano con un’altra predisposizione d’animo. Antonella è arrivata con la sua “inesperienza”, ma accompagnata da una grande determinazione. Ricordo il primo giorno, mi chiama: “Professoressa, mi sono persa“. “Si fermi che la vengo a prendere“, le dissi io. Da quel momento non ci siamo fermate, lavoravamo di sera, ognuno a casa propria perché lei aveva i bambini piccoli, mandandoci messaggi, circolari, progetti. Così ha avuto inizio l’avventura. Chiedono anche a me come abbiamo fatto ad abbattere la dispersione scolastica: semplicemente continuando a lavorare, ma sempre dando fiducia al quartiere. Il vero e profondo cambiamento, da quest’ultimo punto di vista, è stata la nascita della scuola dell’infanzia. La sfida era raccogliere firme da portare in assessorato per dimostrare che le richieste c’erano. Antonella le ha raccolte personalmente, una per una, quasi un porta a porta. Scommessa ovviamente vinta».

Le Speroniadi

Dare un’opportunità

«Oggi devo dire che andare a scuola alla “Sperone-Pertini” è un vero piacere», aggiunge Modica. «C’è un bel corpo docente che negli anni si è stabilizzato, ma ci sono anche molti colleghi che ritornano perché sono stati bene. Io dico sempre che da noi non è importante tanto insegnare a leggere e scrivere ai ragazzi, ma toglierli dalla strada, dare loro un’opportunità. Noi questo proviamo a fare. Ci sono molti ragazzi che purtroppo non hanno la fortuna di avere delle famiglie solide che li possano seguire nel loro percorso formativo, magari anche perché i genitori sono in carcere e i problemi più impellenti sono altri. Antonella ha avuto l’opportunità di andare via per fare il “salto” di qualità, ma lei a tutto questo non rinuncia, lei vuole restare e resta con gli occhi lucidi e il sorriso aperto perché sa che c’è ancora tanto da fare e perché crede che le soddisfazioni siano altre. Un aggettivo che le definirebbe? Senza dubbio “incosciente” perché, secondo me, lei, all’inizio non sapeva a cosa andava incontro. Ha la capacità di lanciarsi nel vuoto a occhi aperti e questo è ciò che la rende vincente».

L’attenzione che guarda al singolo non dimenticando il contesto familiare

«Ogni ragazzo è un mondo a sè», torna a dire Di Bartolo, «e per noi, ogni suo successo così come ogni suo passo indietro ci interroga. Riflettiamo su cosa sia successo, su quanto abbiamo fatto o non fatto. Non possiamo che dispiacerci quando ci ritroviamo costretti a bocciarne qualcuno ma, se il ragazzo o la ragazza a scuola non ci vengono assolutamente, un segnale dobbiamo pur lanciarlo. Abbiamo avuto tre bambini alla scuola primaria che non abbiamo visto neanche un giorno, ma in questo caso la famiglia era seriamente seguita ai servizi sociali. Alla secondaria di primi grado l’anno scorso abbiamo avuto 8 bocciature, che non sono pochissime. Sono, però, tutte molto ragionate e legate all’assenza dei bambini, quindi parliamo di dispersione scolastica. Alla primaria i bocciati sono stati 5».

Chiedono anche a me come abbiamo fatto ad abbattere la dispersione scolastica: semplicemente continuando a lavorare, ma sempre dando fiducia al quartiere

Kelia Modica, vicepreside

Non si transige sulle regole

«Non abbiamo, invece, minori che sono nel circuito della giustizia minorile», aggiunge la dirigente, «perché quei casi di cui abbiamo saputo erano di ragazzi già fuori dalla scuola media, coinvolti in piccoli furti, qualche problema di droga. Hanno oltre 14 anni, l’età in cui escono dalla nostra scuola. Chiaramente, se ci accorgiamo di qualcosa, quando sono sotto i nostri riflettori, interveniamo immediatamente. Loro stessi, ma anche i genitori, sanno che non ci giriamo dall’altra parte, non aspettiamo la volta successiva. Sono consci del fatto che le regole sono regole, quindi per me è inevitabile chiamare subito i Carabinieri, la Polizia. Chi entra nella mia stanza, a scuola, sa bene che al mio solito sorriso, alla mia disponibilità non corrisponde una debolezza perché ci sono cose su cui non transigo. Anche con i genitori, non esiste che non porti il bambino a scuola perché ti sei addormentata. Posso comprendere il fatto che, tu genitore, non hai avuto la possibilità di andare a scuola e non sai come funziona questa istituzione, ma dobbiamo parlarne e io sono sempre pronta al dialogo».

La scuola quale centro civico da cui partono processi di cambiamento

Che la scuola, quando Antonella Di Bartolo arrivò allo Sperone, non fosse neanche stata inserita nell’elenco delle scuole che avevano bisogno di una semplice tinteggiatura delle pareti, la dice lunga su quanto questa realtà fosse destinata al grigio dell’indifferenza, periferia mentale di una periferia geografica, dove vai solo se ne ha un motivo. Ma oggi le cose cambiate. Intanto ad accogliere chi fa ingresso nella scuola sono i colori, le pareti che raccontano percorsi di gioia e di riappropriazione degli spazi, dell’identità di un quartiere, della gioia di vivere dei suoi abitanti.

«Le persone dello Sperone oggi sono più consapevoli, più orgogliose, anche più esigenti. In questo la scuola ha avuto un ruolo enorme, anche con gli adulti. Basti pensare», sottolinea Di Bartolo, «al processo che ha portato alla restituzione al quartiere di un luogo di comunità come il Centro Sociale di via Di Vittorio, dove si sono svolte le prove di Abiti RiBelli». Si tratta di uno spettacolo andato in scena il 23 dicembre al Teatro Biondo di Palermo, con la regia di Daniela Mangiacavallo. Nasce dal progetto dell’associazione “L’arte di crescere” che ha visto in scena 100 abiti da sposa donati da un atelier palermtano, indossati da donne provenienti per la maggior parte proprio dallo Sperone: sul palco c’era anche la dirigente Di Bartolo. Gli abiti hanno partecipato a un’asta benefica il cui ricavato andrà a sostenere – in parte, perché i costi sono alti e si spera che il Comune faccia la sua parte – un’area fitness totalmente gratuita per gli abitanti dello Sperone. «Durante le prove al Centro sociale, di tanto in tanto mi estraniavo: pensavo a cosa era stato quel luogo solo pochi anni fa, a quanto era stato necessario per far sì che un posto così importante per la comunità non fosse abbandonato per sempre».

Realizzato alla fine degli anni ’70 come luogo di aggregazione, spesso utilizzato anche per spettacoli e eventi di quartiere, il Centro sociale era stato anche sede dei Servizi sociali territoriali ma venne incredibilmente chiuso nel 2004 dall’amministrazione comunale per una banale infiltrazione di acqua piovana. «Dopo di allora, è stata una rapida discesa verso l’abbandono, le razzie, l’oblio istituzionale. Fino a diventare un luogo di disperazione», dice la dirigente, «dove poter spacciare e consumare ogni tipo di droghe, prostituirsi per racimolare i pochi euro che servono per una dose di crack, abbandonare carcasse bruciate di auto e moto rubate». La comunità scolastica dell’Ics “Sperone Pertini” tutta, genitori in testa, non si è mai arresa a questa incongruenza tra i valori che si insegnano a scuola e la testimonianza del contrario fuori dalle aule. «Il centro sociale è stato sempre in primo piano nelle iniziative condivise anche con associazioni, amiche, amici: il 5 dicembre 2021 con la marcia civica “Luci allo Sperone”, organizzata insieme al Centro Padre Arrupe; il 26 marzo 2023, insieme all’alleanza creativa “Sperone167”, l’iniziativa “In Cura”, preceduta da un approfondito studio della struttura e da un lavoro di progettazione realizzato dalle ragazze e dai ragazzi della scuola media con il coordinamento della professoressa e architetta Giada Bini. La domenica mattina di quello stesso 26 marzo mamme, insegnanti, bambine e bambini, erano impegnati a pulire l’esterno della struttura per attirare con un piccolo primo passo di cura l’attenzione dell’amministrazione comunale. Quell’azione ci costò un prezzo alto: dopo qualche giorno trovammo su una cattedra una bottiglietta di crack. Nessun furto, nessun danno, solo un segnale, inequivocabile, da parte di chi non voleva che le cose cambiassero, da chi non gradiva il nostro impegno per il quartiere».

In tante occasioni, dopo il recupero della struttura, la scuola ha utilizzato questi locali grazie alla disponibilità dell’assessorato alle attività sociali e di due realtà come Liberamente e Palermability, che ne hanno la disponibilità. «La restituzione alla comunità del Centro Sociale di via Di Vittorio è stato un sogno condiviso. Non è stato facile realizzarlo, ma l’abbiamo tutte e tutti reso possibile, ognuno con il proprio contributo. Dobbiamo esserne orgogliosi, e ricordarci, ogni giorno, di cosa siamo capaci per cambiare le cose».

Abiti RiBelli

Il teatro, ma anche l’arte portano bellezza

Ci sono però anche i 15 murales che hanno cambiato la fisionomia del quartiere, interventi di artisti di strada provenienti non solo da tutta Italia, ma anche da tutta Europa. Allo Sperone hanno coinvolto gli abitanti, bambini, bambine, mamme, donne, operatori sociali, tutti insieme a costruire e diffondere bellezza. È, infatti, un colpo d’occhio che scende e prende la pancia, il cuore, suscita forti emozioni vedere come il quartiere oggi sia totalmente trasformato. Dieci di questi murales hanno come cuore pulsante la scuola. A partire dal primo, Sangu e latti, che inizialmente era stato proposto dall’associazione “L’Arte di Crescere” per una parete interna alla scuola e che poi, grazie proprio alla dirigente ha rivestito la parete di un edificio del territorio.

«Prima del 2019 non conoscevo Antonella», confessa Monica Garraffa, socia e anima trainante dell’associazione “L’arte di Crescere”. «Non conoscevo neanche lo Sperone perché abito in tutt’altra parte della città. Questo non è un quartiere dal quale passi, ci devi venire di proposito. Rispetto al suo approccio allo Sperone, alle persone, alla scuola? È una leader, sicuramente, e il suo ruolo viene riconosciuto dal quartiere perché riesce ad avere un rapporto diretto, autorevole ma non autoritario con le persone, con i genitori dei bambini, anche in situazioni non semplici. E, quindi, questa è assolutamente una sua grande competenza. Non credo che ce ne siano altre di persone come lei, almeno io non ne conosco».

Il suo merito? Ha saputo uscire dalla scuola        

Come dirigente, Di Bartolo, avrebbe lasciato il segno anche in altri quartieri, in altre scuole. Un’energia che somiglia a una valanga che ti investe in piena estate, quando meno te lo aspetti.

«Lo ribadisco, avendo avuto la fortuna di lavorare con lei», si inserisce Bernardo Tortorici di Raffadali, presidente dell’associazione “Amici dei Musei siciliani”. «Ha quella mentalità, quella forza e quel coraggio necessari per cambiare le cose. In qualunque altra situazione avrebbe certamente tirato fuori il meglio dal contesto in cui si sarebbe trovata. Antonella ha avuto la capacità di mettere insieme altre realtà, di uscire anche dalle iniziative prettamente legate alla scuola. Lo dico perché intanto gestire un istituto scolastico in quel luogo, con un passato come quello, era un atto di coraggio già di per sé. Dopodiché ha fatto fare un percorso alle scuole attraverso i genitori, la comunità, attraverso tutti quelli che hanno voluto partecipare. Il grande merito di Antonella Di Bartolo è stato quello di non rimanere chiusa nell’ambito scolastico, pur facendo meravigliosamente bene il suo lavoro, ma credo che ancora più meritevole sia stato fare uscire la scuola nel quartiere, coinvolgendo tutti indistintamente. Un aggettivo che potrebbe definirla? Ne userei tre: forte, coraggiosa, quasi artistica».

Il grande merito di Antonella Di Bartolo è stato quello di non rimanere chiusa nell’ambito scolastico. Fa meravigliosamente bene il suo lavoro, certo, ma credo che ancora più meritevole sia il fare uscire la scuola nel quartiere, coinvolgendo tutti indistintamente

Bernardo Tortorici di Raffadali, presidente dell’associazione “Amici dei Musei siciliani”

Ricordando l’inizio del loro rapporto, due anni fa, il presidente dell’associazione ricorda come ogni anno loro organizzino una manifestazione in cui chiediamo ad artisti contemporanei di realizzare la loro idea di natività, a ricordo della scomparsa della “Natività” di Caravaggio da quell’oratorio di San Lorenzo che l’ente gestisce. «Due anni fa siamo voluti uscire dall’oratorio e siamo andati allo Sperone, invitati proprio da Antonella, e abbiamo proposto l’opera dell’artista argentino Francisco Bosoletti. Fu realizzata su un edificio di 7 piani di viale Giuseppe Di Vittorio, un’area dove lo spaccio di droga avviene alla luce del giorno. Questo è stato l’inizio del rapporto con lei. Poi ci siamo incontrati su un’idea un po’ folle che era quella di riportare in vita un carro di Santa Rosalia, la Santa Patrona di Palermo, firmato dall’artista Jannis Kounellis nel 2007 e abbandonato a Villa Giulia dalle amministrazioni del passato, completamente in decomposizione, distrutto. Lo abbiamo fatto restaurare e consegnato nel 2024 allo Sperone, quale simbolo di rinascita».

Un quartiere in festa benedetto dalla Santuzza

«Una volta restaurato il carro il quartiere ha cominciato a capire che era cambiato qualcosa», aggiunge Tortorici. «Ecco, dunque, il primo festino di Santa Rosalia allo Sperone, a ottobre dello scorso anno. A differenza del festino classico della città, che tra l’altro si festeggia il 15 luglio, è stato ideato da noi nei vari quadri, ma interpretato creativamente dai bambini della scuola. Ce n’erano 1.200 in corteo e recitavano i problemi del quartiere. E poi le famiglie, i commercianti, in tutto 4mila persone. Il murale con la bambina che si tura il naso allo Sperone, si tura il naso dal crack, dai disservizi, da tutte le problematiche del mondo. Il carro è stato adottato da tutto il quartiere in maniera definirei religiosa, nel senso che le signore si fanno il segno della croce ogni volta che ci passano davanti, così come le spose oggi vanno a lasciare i fiori sotto il carro e sotto il murale. Ora ci sono altre battaglie da portare avanti. Per esempio, quella del mare, limitrofo al quartiere, ma negato per tanti divieti. Una delle battaglie che Antonella, lo so bene, vuole portare avanti, per tutta la città. E poi, che il mare sia importante per Antonella lo dimostra il progetto “Terrae Aquae”, grazie al quale ha portato alcuni ragazzi alla Biennale di Archittetura di Venezia».

Cesare Cremonini e Antonella Di Bartolo

Nessuna differenza fra la sua vita e le sue opere

Un’entusiasmo per la vita, che l’energica dirigente dell’Ics “Sperone-Pertini” trasmette attraverso il suo agire quotidiano, ma anche e soprattuto con la parola scritta, quella che riempie le pagine del libro Domani c’è scuola, grazie al quale i riflettori sullo Sperone oggi hanno un’altra intensità.

«In genere, quando un aspirante autore decide di scrivere una storia e ci propone ciò che ha scritto», spiega Andrea Delmonte, l’editor di Mondadori, «difficilmente ci fa restare incollati alla lettura dopo i primi cinque o sei capitoli. Così o abbandoniamo il progetto o mettiamo in campo un ghostwriter che aiuti gli autori alle prime armi. In questo caso, invece, lo stupore è stato grande. Mi sono ritrovato davanti a una persona che non solo sa scrivere benissimo, ma che sa comunicare e trasmettere emozioni. Una storia straordinaria che lei ha reso ancora più straordinaria. È qualcosa che appartiene a pochi. Di Antonella Di Bartolo ci aveva parlato Cesare Cremonini, noi siamo i suoi editori, che ha fatto una donazione importante alla scuola per il campo giochi dei ragazzi. Poi l’ho conosciuta molto bene, ho passato molto tempo con lei in occasione delle diverse presentazioni e credo che non ci sia alcuna differenza fra la sua vita e le sue opere. Giustamente il pubblico resta incantato dalla sua determinazione, dalla forza morale che riesce a esprimere anche quando racconta gli episodi più drammatici che riguardano la scuola, come anche i tanti episodi di vita privata. Probabilmente quello che ha scritto è ciò che è diventata e, di conseguenza, è la sua vita».

Sarò sempre in debito nei confronti dello Sperone

Per Antonella Di Bartolo immergersi corpo e anima in quello che più di un progetto, una missione, diventa quasi un modo di intendere l’estistenza: «Ovviamente non ho vita privata. Lo dico senza volere sembrare vittima. Non c’è niente di eroico nel fare il proprio lavoro e io sono molto grata a questa esperienza lavorativa perché è stata un’esperienza personale molto forte. Mi ha aperto gli occhi su chi ero nella mia vita, su chi mi stava e mi sta intorno. Penso che sarò sempre in debito nei confronti dello Sperone. Quando penso alle persone belle che ho incontrato negli anni dico che sono fortunata. Per esempio Rashid Berradi, un ex atleta campione dello sport, che ha lavorato con i nostri bambini. Che dire del principe Tortorici, la cui generosità è prima di tutto di pensiero. Quando gli dissi che volevo portare allo Sperone il carro di Kounellis, mentre gli altri mi dicevano “tu sei pazza, sei visionaria, ti fissi con cose assurde“, lui mi sostenne, prendemmo appuntamento con l’assessore alla Cultura e realizzammo ciò che era solo stato un sogno. Io ai miei ragazzi, quando insegnavo, dicevo che dovevano impegnarsi senza risparmiarsi. Noi aggiungiamo loro quello che non osano fare: sognare».

Non c’è niente di eroico nel fare il proprio lavoro e io sono molto grata a questa esperienza lavorativa perché è stata un’esperienza personale molto forte. Mi ha aperto gli occhi su chi ero nella mia vita, su chi mi stava e mi sta intorno. Penso che sarò sempre in debito nei confronti dello Sperone

Antonella Di Bartolo

«Penso che un’esperienza di questo tipo», conclude l’energica e determinata direttrice scolastica, «mi abbia proprio aperto gli occhi su una serie di stereotipi. Abiti RiBelli, il carro di Kounellis, il video Mare aperto con cui abbiamo portato bambini che non erano mai usciti dal quartiere alla Biennale di Architettura di Venezia… hanno illuminato i loro cuori. Non serve, anche se ce n’è bisogno nell’immediato, il pacco della spesa quando arriva con atteggiamento dispensatorio di carità. Chi abita allo Sperone si deve ripensare. Io lo dico perché è successo a me: mi sono ripensata con un processo doloroso che ti segna».

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