Una comunità ferita

Askatasuna, rianimare l’ascolto per interrompere la violenza

A una settimana dagli scontri al corteo contro lo sgombero del centro sociale, Torino fa i conti con 200mila euro di danni e una frattura profonda nella comunità, divisa fra narrazioni opposte e inconciliabili. Il saggista e divulgatore Giovanni Grandi riflette sulla possibilità di uno spazio di mediazione, richiamando le pratiche di giustizia riparativa «per riconoscere le sofferenze di tutte le parti, ricostruire il dialogo e arginare una spirale dolorosa che ha coinvolto l’intera città»

di Daria Capitani

Duecentomila euro di danni e una città ferita nei luoghi e nell’anima. Che cosa resta dopo gli scontri? A una settimana dal corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, ci sono le immagini a testimoniare i corpi e i passi, la paura e le braccia alzate. Sembrano istantanee di due film diversi, così dolorose e così distanti. Un uomo accovacciato a terra guarda le forze dell’ordine in piedi, con il volto coperto di sangue. Un poliziotto cade, solo e senza casco, accerchiato dalla violenza di un gruppo di persone in passamontagna nero. I contesti in cui vengono collocate nelle analisi e nei commenti «non sono due versioni degli stessi fatti», ha scritto qui su VITA il sociologo Fabrizio Floris: «sono due cornici interpretative inconciliabili».

E mentre il distacco tra i due estremi si fa sempre più ampio, c’è una domanda che incalza. Uno spazio di mediazione è ancora possibile? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Grandi, professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Trieste, dove tiene il corso su “Conflitti, giustizia e pratiche riparative” e si occupa dei percorsi formativi per Mediatori esperti in giustizia riparativa.

I precedenti a cui guardare

È lecito chiedersi in casi come questo se esista una fessura ancora aperta per ripristinare un dialogo? «Come comunità civile dobbiamo chiedercelo», risponde Grandi, «e una possibilità a cui guardare è quella offerta dalla giustizia riparativa, che punta sul dialogo e sull’incontro tra le parti proprio per affrontare un male che ha coinvolto e ferito tutti. Un percorso di questo tipo è quello che ha visto protagoniste alcune persone vittime e responsabili della lotta armata tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 in Italia, una esperienza che può dirci molto». Oggi è racchiusa in una pubblicazione, Il libro dell’incontro, che ne ripercorre il cammino iniziato nel 2007 e durato sette anni: incontri ravvicinati, in situazioni di vita comune, a scadenze regolari e con assiduità sempre maggiore, per cercare con l’aiuto di tre mediatori (il padre gesuita Guido Bertagna, il criminologo Adolfo Ceretti e la giurista Claudia Mazzucato) una via altra alla ricomposizione di una frattura che non smette di pulsare.

La grande illusione consiste nel pensare che possa esistere una “violenza ultima” in grado di mettere la parola “fine” a un conflitto, annientando una delle parti, come se il male si condensasse lì. Occorre al contrario infrangere questa logica polarizzante e cercare di rianimare le condizioni per l’ascolto

Giovanni Grandi, professore di Filosofia morale

«Il tipo di conflitto a cui abbiamo assistito a Torino non è ovviamente lo stesso, ma in qualche modo lo richiama», riflette il professore. «Quella esperienza di incontro ci dice che fatti di male anche gravissimi non sono l’ultima parola, che esiste un modo per infrangere il muro dell’incomprensione e venire in contatto con le sofferenze patite e arrecate, riscoprendo valori condivisi, che la mancanza reciproca di ascolto ha soffocato, aprendo la via all’escalation della violenza. Il male che esplode coinvolgendo persone e comunità ha sempre una genesi lontana, e la grande illusione, di cui tutti siamo spesso vittime, consiste nel pensare che possa esistere una “violenza ultima” in grado di mettere la parola “fine” a un conflitto, annientando una delle parti, come se il male si condensasse lì. Occorre al contrario infrangere questa logica illusoria e polarizzante, e cercare di rianimare le condizioni per l’ascolto, il riconoscimento del sofferto di tutte le parti, l’assunzione di responsabilità per il male causato. Solo così si può pensare di uscire da una spirale che pare inarrestabile».

Il grande mistero del male

È una spirale di violenza che coinvolge non soltanto le due visioni contrapposte ma l’intera comunità all’interno della quale il conflitto si è consumato: «Un quartiere, una città non sono uno scenario astratto: sono luoghi di vita, di affetti, di lavoro. Ogni cosa infranta, pubblica o privata, tocca altre persone, la loro percezione di sicurezza, di giustizia, la loro fiducia nelle istituzioni, nel valore della democrazia… Proprio per questo i percorsi di giustizia riparativa prevedono che tutte le persone toccate dai fatti, se lo desiderano, possano prendere parola». Tutti i vissuti che sono originati dalla violenza vanno ripresi, affinché il male patito possa essere detto e riconosciuto comunitariamente. «Per fare questo però occorre entrare nel percorso come persone, non portando con sé i ruoli istituzionali o della propria organizzazione: si è anzitutto cittadini coinvolti, figli, figlie, genitori, fratelli, sorelle di qualcuno coinvolto. Solo partendo dal piano dei vissuti che ci accomunano come esseri umani capaci di affetti ci si può, a un certo punto, riconoscere e ritrovare».

Ogni cosa infranta, pubblica o privata, tocca altre persone, la loro percezione di sicurezza, di giustizia, la loro fiducia nelle istituzioni e nel valore della democrazia. Proprio per questo i percorsi di giustizia riparativa prevedono che tutte le persone toccate dai fatti, se lo desiderano, possano prendere parola

Giovanni Grandi, professore di Filosofia morale

Grandi mette sul tavolo gli ingredienti che non possono mancare lungo un cammino “riparativo”. «Fondamentale è la liberalità dell’adesione: nessuno può essere obbligato a incontrare le persone che ha offeso o da cui è stato offeso, occorre scegliere di mettersi in gioco a questo livello di ingaggio e di profondità, sapendo anche di potersi ritirare in qualsiasi momento. Altrettanto essenziale è farsi accompagnare da Mediatori esperti in programmi di giustizia riparativa: non sono figure che negoziano accordi, ma che aiutano le parti a venire in contatto con i vissuti, a capire se e quando ci sono le condizioni di sicurezza per incontrare l’altro (o gli altri) del conflitto, a discutere dei fatti cercando di distinguere i valori dalla violenza con cui sono avvenuti, e di provare a promuoverli».

È un processo trasformativo. «Quello che in giustizia riparativa trasforma è in ogni caso l’incontro tra persone», insiste Grandi. «È necessario vedere le persone oltre le parti sociali, i volti e le storie al di là dei loro ruoli. Quando collochiamo i movimenti da un lato e le istituzioni dall’altro, incaselliamo in maniera anonima le persone: la giustizia riparativa invece cerca i volti, perché riconosce che la violenza diventa possibile esattamente quando l’altro cessa di essere un “tu” e diventa un “nemico” impersonale: “la polizia”, “gli antagonisti”».

Una tessitura lenta di piccoli passi

Quello riparativo è un percorso molto bello ma altrettanto delicato: «Il lavoro preparatorio è una tessitura di piccoli sondaggi e minimi passaggi. Un’opera fragile, che chiede tempo e pazienza, così come ne chiedono, quando si procede, gli incontri». Attenzione però a non immaginare che tutto questo intenda ridurre le diversità, anche di vedute: «Si possono mantenere una cultura e una visione diverse, l’esito positivo di una mediazione non è l’uniformità di vedute o di rilettura dell’accaduto, ma il riconoscimento e la denuncia unanime della violenza occorsa e un impegno riparativo che esprima questa coscienza. Da qui si riapre la possibilità di vivere insieme nella diversità e, insieme, in sicurezza».

La violenza diventa possibile esattamente quando l’altro cessa di essere un “tu” e diventa un “nemico” impersonale: “la polizia”, “gli antagonisti”

Giovanni Grandi

Quale ruolo assumono le immagini che cristallizzano una violenza avvenuta tra i corpi? «Dobbiamo stare molto attenti a maneggiare le immagini, perché possono contribuire anche non intenzionalmente ad amplificare rappresentazioni radicalizzanti. Non sto dicendo che non vadano documentati i fatti lesivi, sapere è importante. Sapere del male che accade è importante. Ma è fondamentale sapere anche che c’è dell’altro: che c’è chi si prende cura, chi media, chi incontra, chi accoglie. Esiste un’opera immensa e diffusa di rigenerazione continua della coesione sociale: occorre anche mostrare che gli anticorpi rispetto alla polarizzazione e alla radicalizzazione ci sono». Tuttavia, prosegue Grandi, l’operato sociale di ispirazione riparativa «non è immediatamente notiziabile, si vede meno, a differenza dei corpi feriti che ci colpiscono». Ma occorre dargli spazio anche nelle narrazioni pubbliche, per non pensare che, come società, ci stiamo incamminando su vie senza ritorno».

Il tempo riveste un ruolo essenziale nei processi riparativi. «È un percorso che va custodito, ce lo raccontano le persone che li hanno già compiuti. Intorno si tace e si aspetta: quando sono in atto itinerari di questo tipo, una comunità deve avere la stessa pazienza che esercitiamo nelle nostre vite ordinarie con le persone a cui teniamo. La giustizia riparativa è fatta di piccole pause e piccoli passi, di persone formate che si prendono cura dell’attesa, di fiducia in un esito positivo che non è dato sapere se arriverà, ma che ha bisogno della speranza di tutti per compiersi davvero».

In apertura, gli scontri al corteo nazionale in solidarietà al centro sociale Askatasuna il 31 gennaio scorso. (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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