Curare chi cura
Assistenti familiari, la formazione che non c’è. Ma che dovrebbe esserci
Presentato a Torino il 5° Report di Fidaldo, realizzato dall’Istituto di ricerca sociale. Per quanto sia decisiva per la tenuta del welfare e prevista dalla riforma della non autosufficienza, la formazione per gli assistenti familiari è marginale o assente. In Italia si qualificano tra i 3mila e i 4mila lavoratori l’anno, circa l’1% del totale
Badanti non si nasce, si diventa. Ma per diventarlo e per svolgere al meglio questo lavoro delicato e complesso, occorre studiare, formarsi, qualificarsi. E se non basta il senso comune a dirlo – nessuno vorrebbe affidare un proprio caro a mani inesperte e incompetenti – ci pensa la legge, visto che riferimenti inequivocabili alla necessità di formazione per il lavoro di cura sono contenuti nella legge 33/2023 (nell’articolo 2 si legge: «la qualità dell’assistenza dipende anche dalla formazione di chi cura») e nel successivo decreto legislativo 29/2024, che prevede, tra l’altro, proprio la «definizione degli standard formativi e formazione del personale addetto all’assistenza e al supporto delle persone anziane non autosufficienti» (articolo 38).
Eppure, la strada è ancora lunga e la formazione ancora marginale: in Italia si qualificano infatti 3-4 mila lavoratrici l’anno, ovvero circa l’1% del totale. È quanto emerge dal Rapporto di Fidaldo Il lavoro domestico: attività di formazione e le nuove Linee guida sugli standard formativi, realizzato dall’Istituto per la ricerca sociale e presentato a Torino nei giorni scorsi.
Sulla base dei corsi promossi dalle Regioni le badanti formate ogni anno sono stimate tra 3 e 4 mila: circa l’1% del totale. Meno di sei mesi fa, a settembre 2025, sono state pubblicate le attese Linee guida nazionali sugli standard formativi per assistenti familiari, necessarie per garantire percorsi e profili omogenei e uniformi su tutto il territorio, ma anche per valorizzare le competenze maturate sul campo (VITA ne ha scritto qui).
Spetta ora alle regioni il compito di attuarle. Per il momento, il Paese corre, come spesso accade, a tante diverse velocità. Il Report fotografa infatti una forte eterogeneità regionale: la durata dei corsi varia dalle 60 ore minime del Veneto fino alle 600 ore di Basilicata e Calabria; cambiano modularità, tirocini, destinatari (occupati/disoccupati), crediti formativi e soprattutto l’uso della formazione a distanza.
Ci aiuta a fare il punto della situazione Sergio Pasquinelli, ricercatore Irs e tra gli autori del Rapporto: «È la prima volta che si accende una luce su ciò che viene fatto, in termini di formazione, in questo settore. Fino ad oggi non se ne sapeva praticamente nulla, ora si comincia a fare chiarezza su ciò che le Regioni e l’ente bilaterale Ebincolf fanno a favore delle assistenti familiari. Quello che emerge è una grave carenza, con poche migliaia di assistenti familiari formate ogni anno: una realtà di formazione fortemente sottodimensionata rispetto alle esigenze reali», riferisce Pasquinelli.
Per quanto riguarda le Linee guida nazionali, «esse forniscono delle indicazioni, ma non stanziano risorse economiche su questo fronte. L’auspicio è che si possa dare un nuovo impulso a un’attività di formazione che ha grande bisogno di essere sviluppata, sia negli aspetti di merito sia, soprattutto, in quelli quantitativi».
Per dare questo impulso, occorre «da un lato investire risorse, dall’altro legare la formazione a un sistema di cura regolato e qualificato, collegando i percorsi formativi ai registri regionali e agli sportelli territoriali, in particolare agli sportelli di matching tra domanda e offerta di lavoro».
Un impulso fondamentale anche per il presidente di Fidaldo, Andrea Zini: «Il numero delle lavoratrici certificate dipende dalla diffusione dei corsi e necessita di conseguenza di risorse economiche e organizzative».
Oggi esistono due sistemi – quello regionale e quello contrattuale legato alle norme Uni – che rischiano di sovrapporsi: «la “concorrenza” tra i due sistemi dovrà essere approfondita e portata, se possibile a sintesi e messa a sistema, per evitare sovrapposizioni e duplicazioni», spiega Zuni.
A questo tema si collega quello, ancora più centrale, della «reale spendibilità della formazione acquisita. Sono convinto che, nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, il valore delle reti regionali non sarà inferiore a quello di altri canali e circuiti. Tuttavia, come Federazione, riteniamo che solo attraverso un impegno condiviso delle parti sociali del Contratto collettivo nazionale di lavoro sia possibile far sì che la professionalità e l’anzianità nel settore diventino un valore riconosciuto anche dal punto di vista economico nel rapporto di lavoro domestico».
Dal punto di vista di Ebincolf, «formazione e certificazione devono essere leve di qualità e di riconoscimento professionale, non adempimenti formali», conclude Mauro Munari, presidente di Ebincolf. «Il confronto avviato a Torino è un segnale positivo e va proseguito, con spirito costruttivo e responsabilità condivisa dagli attori coinvolti nel processo di governo del lavoro di cura come infrastruttura sociale essenziale».
Foto apertura Unsplash
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