Neurodivergenze

Barbie autistica, come renderci visibili senza renderci rilevanti

La nuova versione dell'iconica bambola della Mattel ha cuffie nelle orecchie, articolazioni snodabili per far gesti ripetitivi e sguardo un po' spostato di lato ed è stata sviluppata assieme a un'associazione che fa self advocacy. «La rappresentazione da sola, senza cambiamenti sostanziali e positivi nella vita delle persone coinvolte non cambia nulla», dice Tiziana Naimo, grafica, illustratrice e attivista autistica, componente del direttivo dell'associazione Neuropeculiar e anima del blog Bradipi in Antartide

di Tiziana Naimo

Premetto che non ho mai avuto una gran simpatia per le Barbie: da piccola non ci giocavo molto, forse solo per metterle in fila insieme ad altri giocattoli (scherzo… ma non troppo). Ho visto ieri la notizia e il vespaio che si è scatenato, come ogni volta che emerge una qualsiasi rappresentazione dell’autismo. Ogni volta è molto istruttivo e apre un sacco di riflessioni. Ho letto commenti entusiasti, altri infastiditi perché «l’autismo non è solo quello», e altri ancora addirittura offesi o «disgustati» (testuale) perché: «Ci mancava la Mattel ad educare fin da piccoli con la scusa dell’inclusività, insegnando che le persone sono diverse perché autistiche! Quando la smetteremo di guardare la disabilità come diversità solo allora potremo dire di essere tutti persone».

A prescindere da come la si pensi sulle “parole per definirsi”, le parole sono importanti. Non perché senza un nome non saresti chi sei, ma perché senza non riusciresti a capirti fino in fondo, a riconoscerti davvero (lo dico con cognizione di causa). Importante è anche la rappresentazione, perché il mondo non è fatto solo di persone alte, bionde, con gli occhi azzurri, neurotipiche, abili, etero, cis… Esiste una varietà, esistono differenze, ed è proprio questo che ci rende persone, che ci rende umani. Non è ideologia o filosofia: è realtà. Le differenze vanno viste prima in noi e poi negli altri. E se facciamo fatica a vederle, vanno rappresentate in tutti i modi e in tutti gli ambiti possibili. Quando vengono rappresentate è legittimo criticarne i modi, anche duramente, soprattutto quando qualcuno resta fuori.

L’autismo, per le aziende, è un business

Detto questo: Mattel è un’azienda. Le aziende ti vedono quando potenzialmente puoi far loro guadagnare soldi, quando individuano nuove fette di mercato. Dell’autismo se ne sono accorti da tempo: esiste una vera e propria industria intorno alle persone autistiche e alle loro famiglie. Un’industria che produce ricchezza, però non per le persone autistiche, se non sotto forma di qualche contentino rivenduto a suon di «Guardate come siamo buoni». Ben venga la rappresentazione, ma da sola, senza cambiamenti sostanziali e positivi nella vita delle persone coinvolte, è tokenismo. Ovvero: ti rendono visibile senza renderti rilevante. Ti mostrano ma non ti ascoltano, non ti danno potere, non cambiano niente. Avremo una rappresentazione (più o meno esaustiva), ma la parola “autismo” continuerà a essere stigmatizzante, l’informazione resterà superficiale, le barriere di accesso in ogni ambito rimarranno solide, e la pretesa uniformità continuerà a scivolare nella normalizzazione.

Mattel rappresenta la diversità, ma al suo interno la diversità ha rappresentanti?

La rappresentazione senza un vero cambiamento dell’immaginario resta vuota: il/la bambin* di turno continuerà a preferire altre Barbie, quelle che incarnano lo standard condiviso di bellezza, conformità e, in base all’attuale immaginario: “figaggine”. In mezzo c’è sempre il capitalismo, che trasforma le differenze in categorie vendibili (ma solo quando c’è un mercato), si rifà il trucco e chiama «speciale» ciò che non considera davvero pienamente umano.

Il coinvolgimento delle associazioni spesso diventa un passpartout morale per appiccicare un bollino di legittimità: essere consultati o coinvolti non significa automaticamente avere un reale potere decisionale. Riassumendo: Barbie autistica, figo. Ma mi interesserebbe anche sapere se Mattel abbia persone autistiche nel proprio organico. E, se sì, come se la passano. Ha anche lei operato i tagli alle politiche di inclusione richiesti dall’attuale amministrazione Usa, che vede proprio nelle differenze il male assoluto? Pare di sì. Mmmh, no. Non sono tanto buoni.

Le illustrazioni sono di Tiziana Naimo

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