Politica
Basta girarsi dell’altra parte: la riforma del welfare diventi una priorità del Paese
Intervista a Massimo Ascari, presidente delle cooperative sociali di Legacoop alla vigilia degli Stati generali della cooperazione sociale: «Noi siamo pronti a cambiare, ma servono azioni di sistema»
Un percorso in quattro tappe per mettere sul tavolo del dibattito pubblico proposte concrete per costruire un modello di welfare capace di dare risposte a un Paese dove un cittadino su dieci vive in povertà assoluta (5,7 milioni di persone, il 9.8% della popolazione) con 3,8 milioni di anziani non autosufficienti che diventeranno 5,4 milioni nel 2050. Sono invece 5,8 i milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche e 41,3 i miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale, di spesa out-of-pocket delle famiglie italiane. Nel contempo un minore su sette convive con un disturbo mentale diagnosticato, mentre il 20% dei giovani tra i 15 e i 24 anni dichiara di sentirsi depresso.

Un percorso, dicevamo, che Legacoopsociali (il ramo di Legacoop della cooperazione sociale che riunisce 2.305 coop con circa 6 miliardi di valore della produzione) concluderà a Roma il 10 dicembre con gli Stati generali della cooperazione sociale. Dopo le tappe di Biella, Fabriano e Salerno nella capitale – all’Eurostars Roma Aeterna – sarà infatti presentato il Manifesto “Controvento”, un lavoro partecipato che ha accompagnato le tre tappe e la campagna social con oltre 300 video prodotti e diffusi, dove hanno preso parola cooperatori e cooperatrici sociali da tutta Italia.
Massimo Ascari, modenese, 60 anni, dal novembre 2024 è presidente di Legacoopsociali.

Presidente, un Manifesto per chiedere cosa?
Per fornire un perimetro di impegno comune rispetto ai temi che sentiamo più urgenti: il lavoro sociale, l’inserimento lavorativo delle persone fragili, le nuove frontiere del welfare. Ci siamo dati un metodo. Da una parte cosa può fare la cooperazione sociale, dall’altra le azioni comuni e di sistema che riteniamo necessarie.
Partiamo dal lavoro sociale: sono sempre meno le persone disponibili a impegnarsi nelle professioni della filiera della cura. Come se ne esce?
Ad oggi, in Italia sono oltre 1,7 i milioni le persone che usufruiscono dei servizi e delle prestazioni delle cooperative sociali. Servizi e prestazioni che non si possono assicurare senza personale. C’è un tema economico importantissimo. Il Codice degli Appalti prevede che le pubbliche amministrazioni applichino i contratti di categoria maggiormente rappresentativi. Questo però deve avvenire anche in corso d’opera. Voglio dire che se il contratto nazionale prevede un adeguamento del livello degli stipendi, questo adeguamento deve essere recepito dalla Pa committente senza aspettare la scadenza del contratto, dell’accreditamento o della convenzione in essere. Altrimenti gli aumenti di stipendio rimangono sulla carta o, quando possibile, a carico delle cooperative. Considerato che il 68% della nostra forza lavoro è part-time (questo a seguito delle caratteristiche dei servizi), mi chiedo come possiamo offrire remunerazioni attrattive se il rapporto con le pubbliche amministrazioni continua ad essere al massimo ribasso. Occorre poi migliorare in modo continuo il contratto collettivo affinché gli inquadramenti professionali siano classificati correttamente in base a ruolo, competenze e responsabilità; assicurare aumenti economici adeguati e proporzionati al lavoro svolto; tutelare i diritti, la sicurezza e il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici. È importante, inoltre, rendere il Ccnl sempre più rappresentativo nei settori di intervento sociale, educativo,
sanitario e di inserimento lavorativo.
Questa è la richiesta, quale il vostro impegno?
Aumentare la qualità dell’offerta, attraverso investimenti sulla formazione e l’aggiornamento professionale. E poi c’è un tema culturale e di comunicazione. Dobbiamo crescere negli sforzi di far conoscere la rilevanza del lavoro sociale, che sconta una considerazione pubblica troppo bassa. E questo fa male a noi cooperatori, ma soprattutto fa male al welfare e alla fascia di popolazione più fragile e indifesa.
Veniamo al secondo punto: l’inserimento lavorativo…
Più che di inserimento parlerei di giustizia lavorativa. Le cooperative sociali in Italia nel loro complesso includono circa 30mila persone svantaggiate. Nessun altro settore fa così tanto. Il dato esatto però non lo abbiamo, perché il ministero del Lavoro non lo misura. Come non è misurato il valore sociale ed economico che le cooperative producono. A quasi 35 anni dalla legge 381 mancano ancora questi strumenti di conoscenza. È il momento di un cambio di passo. Anche perché su questo fronte la nostra professionalità è cresciuta tantissimo. Stiamo facendo cose “inenarrabili”: ristorazione di qualità, truck food, gestione di strutture ricettive, produzioni artigianali. È un mondo che ce “la sta facendo” e che potrebbe dare ancora di più.
Come?
Per esempio allargando le maglie delle categorie di persone svantaggiate: il 55enne che perde il posto di lavoro, la donna che ha subito violenza, le persone che escono dal carcere. E altri esempi si potrebbero fare. Ma non basta. Occorre che i diversi contratti di lavoro (manutenzione del verde, pulizie, manutenzione…) prevedano l’inserimento lavorativo con agganciate le risorse necessarie. In altre parole dobbiamo promuovere strumenti normativi e operativi cogenti a livello europeo, nazionale e regionale che pongano l’inclusione lavorativa al centro della programmazione politica e dell’affidamento di servizi. Ciò implica rafforzare la regolazione dei rapporti tra pubblica amministrazione e impresa sociale di inserimento lavorativo potenziando strumenti competitivi già esistenti, come i contratti riservati (art. 61 del Codice degli Appalti D.lgs. n.36/2023) e le convenzioni con soggetti pubblici e privati previste (art. 5 della Legge
n.381/1991).
Terzo tema: le nuove frontiere del welfare. Di cosa stiamo parlando?
Di povertà, di sanità, del sistema educativo, della non autosufficienza, dell’inverno demografico… Occorre costruire una nuova infrastrutturazione mettendosi al tavolo con la pubblica amministrazione utilizzando a dovere strumenti nuovi come quelli dell’amministrazione condivisa. Le faccio un esempio molto concreto: oggi si parla tanto di baby gang, ma da 20 anni a questa parte sulle politiche giovanili abbiamo disinvestito. Risultato? Non abbiamo quasi più operatori ed educatori di strada. O ancora: gli anziani. Sa qual è la media nazionale dell’Adi (Assistenza domiciliare integrata) per gli anziani? 14 ore l’anno per assistito. Possiamo andare avanti così? Su questi fronti la cooperazione sociale da anni è un anestetico, magari un buon anestetico. Oggi invece occorrono soluzioni sistemiche da mettere in campo. Penso a un modello di welfare socio-sanitario integrato capace di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita e durante le transizioni più delicate. È essenziale superare i sistemi rigidi, standardizzati e altamente burocratizzati sviluppando modelli radicati nei territori, multisettoriali e flessibili che riescano a rispondere ai bisogni multidimensionali che emergono nelle comunità.
Su questo versante cosa deve fare la cooperazione sociale?
Smetterla di ragionare a silos, da una parte la cooperazione sociale, dall’altra quella che si occupa di housing, da un’altra parte ancora la cooperazione in agricoltura, del credito e così via. Se vogliamo costruire una visione-Paese noi per primi dobbiamo cambiare modelli organizzativi e di sviluppo.

Credit foto: ufficio stampa Legacoopsociali. In apertura la coop “Noi Altri Gastronomia Inclusiva” di Cagliari
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