Oltre le sbarre

Benu, la fenice che risorge insieme alle detenute di Rebibbia

All'interno della casa circondariale femminile di Rebibbia sono iniziati i lavori per l'allestimento di Benu, l’opera site-specific permanente ideata da Eugenio Tibaldi. Il progetto è promosso dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. L'opera sarà visibile sia dalle stanze delle detenute sia dall’esterno. Eleonora Di Benedetto, consigliera della Fondazione Severino: «Il nostro obiettivo è avvicinare la cittadinanza a questo mondo che non viene mai visto e considerato». L’artista: «Dai racconti, dalle esperienze e dai desideri emersi durante gli incontri con le detenute ho creato Benu, due fenici che incarnano i temi ricorrenti nei dialoghi con le partecipanti»

di Ilaria Dioguardi

La fenice, uccello mitologico simbolo di morte e rinascita, capace di risorgere dalle proprie ceneri dopo essere morta in un rogo, nell’interpretazione dell’artista Eugenio Tibaldi, che ha ideato l’opera, diventa un messaggio di speranza e trasformazione, dedicato alle donne detenute per spingerle a superare i confini, fisici e simbolici, della reclusione. Hanno avuto inizio i lavori di allestimento di quest’opera site-specific permanente nella casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” di Roma. Il progetto, promosso dalla Fondazione Severino e dalla Fondazione Pastificio Cerere, è realizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e del Ministero della Giustizia. Dopo la posa delle strutture su cui sarà collocata, l’inaugurazione dell’opera, inserita nel programma del Giubileo 2025, è prevista entro la metà di dicembre.

Arte e cultura per lavorare sull’autostima e sul gruppo

«La Fondazione Severino nasce con l’obiettivo di aiutare persone detenute, inizialmente ci siamo concentrate sulla formazione lavorativa e su attività di consulenza in ambito legale», dice Eleonora Di Benedetto, avvocata e consigliera della Fondazione Severino. «Poi ci siamo rese conto di quanto è importante fare un lavoro a tutto tondo sulla persona e della potenza dei laboratori artistici e culturali come teatro, pittura, ceramica. Ne abbiamo moltissimi, intercettano spesso competenze e passioni che le persone detenute non hanno mai potuto seguire, permettono di lavorare sull’autostima, sul gruppo, sul racconto di sé, sulla capacità di raccontarsi agli altri. Ci danno un punto di vista diverso su queste persone che, tramite un laboratorio, creano un rapporto di fiducia con l’operatore, a cui raccontano molto di sé in queste circostanze».

Lo sviluppo delle soft skills delle detenute

Questi laboratori «sono importanti perché le detenute sviluppano le soft skills, abbiamo creato un’offerta molto variegata. Con la Fondazione Pastificio Cerere abbiamo realizzato molti progetti, con il curatore artistico Marcello Smarrelli abbiamo pensato ad un progetto in occasione del Giubileo. L’artista Eugenio Tibaldi, nella sua attività, è sempre stato attento ai margini in senso sociologico, ha subito aderito entusiasticamente alla nostra proposta. Benu è un progetto ha entusiasmato tutti, dai detenuti agli operatori penitenziari, è molto particolare e mi sembra si stia sviluppando molto bene», prosegue Di Benedetto.

Eleonora Di Benedetto, avvocata e consigliera della Fondazione Severino

«Io nasco avvocato penalista, quindi sono molto attenta al lavoro in carcere. Voglio scegliere uno ad uno i nostri operatori e volontari, quindi le attività della Fondazione sono soprattutto a Roma, dove ci sono quattro istituti penitenziari, tra i quali uno enorme che è il Nuovo complesso di Rebibbia e il carcere per sole donne più grande d’Europa, la casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini”, oltre all’istituto per minori Casal del Marmo. Quindi, abbiamo molte strutture per lavorare nella Capitale, ma ci allarghiamo agli istituti con cui riusciamo a collaborare facilmente, come Civitavecchia, Orvieto, stiamo per iniziare a lavorare a Nisida (Napoli), nell’istituto per minori, abbiamo anche un’attività a Bollate (Milano).

Un ponte tra fuori e dentro

Benu sarà visibile sia dalle stanze delle detenute sia dall’esterno. «Il messaggio dell’opera vogliamo che giunga sia all’interno dell’istituto sia fuori, abbiamo collocato l’opera in modo tale che da fuori sarà possibile vederla. Il nostro obiettivo è avvicinare la cittadinanza a questo mondo che non viene mai visto e considerato, sarà un segnale evidente della presenza e del percorso che le detenute fanno all’interno dell’istituto».

Arte come strumento di autostima e crescita personale

«Questo progetto», dice il curatore artistico del Pastificio Cerere Marcello Smarrelli, «dimostra come l’arte possa generare processi di cambiamento reale, soprattutto in contesti fragili e complessi come quello carcerario. Benu non è solo un’opera da ammirare, ma un’esperienza collettiva che ha messo in moto relazioni, emozioni e pensieri. È un esempio concreto di come la cultura possa contribuire alla costruzione di una comunità più consapevole, empatica e aperta alla trasformazione. Come ha sottolineato Paola Severino, presidente dell’omonima fondazione, l’arte può rappresentare uno strumento di crescita personale e autostima, capace di rendere il carcere un luogo di dialogo con la società e di favorire il percorso di reintegrazione dei detenuti, accendendo un faro su spazi troppo spesso dimenticati».

Il frutto di un percorso creativo e partecipativo

L’opera prende il nome da una creatura mitologica: un volatile dai colori sgargianti dominati dal rosso e dall’oro. Sacro agli antichi egizi e consacrato al dio Ra, simbolo di nascita e rigenerazione, Benu fu in seguito assimilato alla fenice, divenendo per greci e cristiani emblema di rinascita e resurrezione. «È il frutto di un lungo e articolato percorso creativo e partecipativo iniziato nel settembre 2024 con le mie prime visite al carcere, gli incontri preparatori con gli operatori e la definizione concettuale del progetto», dice Eugenio Tibaldi.

Disegno come linguaggio universale

L’artista ha condotto laboratori creativi con le detenute, incentrati sul disegno come linguaggio universale capace di esprimere emozioni e abbattere barriere linguistiche e sociali. «Sono state circa 60 le donne che hanno completato il percorso creativo. Alle partecipanti ai miei laboratori ho chiesto di aiutarmi a reimmaginare un simbolo molto potente quale la fenice. L’ho scelta, prima di tutto, perché è presente in tutte le culture mondiali, poi perché mette insieme due aspetti: il bruciarsi come parte di una condizione della vita inevitabile e l’accettazione di questo, che tra le persone recluse è molto sentita e dolorosa».

Eugenio Tibaldi nel cortile della casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini”

Dai racconti, dalle esperienze e dai desideri emersi durante gli incontri con le donne, «ho creato Benu, due fenici che incarnano i temi ricorrenti nei dialoghi con le partecipanti: la ricerca di libertà, la forza della trasformazione, il potere dell’autoguarigione, la possibilità di rinascere», spiega Tibaldi. «Le due figure mitiche diventano così nuovi miti con cui identificarsi, simboli di speranza e motori motivazionali in un percorso di crescita e cambiamento».

Un percorso fatto di ascolto, fiducia e creatività

La settimana scorsa l’artista è andato a presentare le fenici alle detenute, «ho provato molta gioia perché si sono riconosciute negli elementi presenti nei soggetti. Questo è stato per me fondamentale perché, per la prima volta, nel mio lavoro il progetto che porto avanti vibra all’interno della comunità che lo ha generato. È molto vicino ad un’idea molto antica di fruizione dell’arte», prosegue Tibaldi.

«Sono stato travolto da un livello emotivo altissimo, vedere le loro reazioni di fronte alle immagini è stato emozionante, ho sentito attivarsi una funzione reale del mio lavoro come mai prima d’ora. Seguire le prime operazioni di scavo e vedere prendere forma un progetto nato più di un anno fa, costruito passo dopo passo insieme a tutte loro, è stato meraviglioso. Benu è il risultato di un percorso condiviso, fatto di ascolto, di fiducia e di creatività. Ogni segno, ogni colore, ogni parola nasce dal dialogo e dal desiderio di trasformare la percezione di un luogo di margine».

Foto di Lorenzo Morandi per Fondazione Severino

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