Da Expo alle Olimpiadi
Bosco di Rogoredo, dieci anni di consapevole abbandono
Il boschetto della droga torna al centro delle cronache dopo l’uccisione di un 28enne durante un controllo antidroga. Oltre la notizia c’è una storia che dura da anni: quella di un luogo diventato emblema di un’umanità ferita che la società e le istituzioni preferiscono non vedere. Ma anche di una rete di volontari che, ogni settimana, scelgono di esserci
Via Impastato a Milano, Rogoredo, una delle più grandi piazze di spaccio del nord Italia. Un uomo di 28 anni è stato ucciso ieri durante un controllo antidroga: si è avvicinato alle forze dell’ordine puntando una pistola (a salve, ma questo lo si scoprirà soltanto dopo). Un agente ha reagito, colpendolo alla testa. La ricostruzione dell’accaduto è su tutti i giornali, che riversano le immagini di quel “non luogo” al confine con la stazione a sud est della città.
Ne abbiamo scritto tanto qui su VITA, camminando accanto ai volontari che ogni mercoledì sera si danno appuntamento nello spiazzo lungo via Sant’Arialdo, pochi minuti a piedi da quel controllo finito in tragedia. Un centinaio di persone che non è lì soltanto per dare (cibo, acqua, vestiti, scarpe, intimo, disinfettante, garze, salviette igieniche), ma per esserci. E per chiamare le persone con il loro nome.
La rete del team Rogoredo è composta da sei realtà: la Casa del Giovane di Pavia, l’associazione La Centralina di Morbegno, il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, Volontari italiani solidarietà Paesi emergenti, Milano sospesa e Fondazione Eris (con il supporto importante di Progetto Arca). L’ha messa in piedi nove anni fa Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia. «L’ho fatto perché sollecitato da mia figlia», non si stanca di ripetere: «mi chiedeva conto di quei volti e di quei corpi prosciugati che intercettava andando all’università». Da allora, in pettorina arancione, non ha mai smesso (e con lui sua figlia) di portare sollievo e speranza nei tunnel che corrono sotto i binari, tra gli uomini e le donne che vagano come fantasmi in cerca di una dose.
Ieri non era mercoledì, ma Feder era al boschetto. «Ero lì per dare una mano a un ragazzo che non trova più il senso per vivere», spiega. «Come si fa a restare a casa quando un papà e una mamma ti chiedono di andare a prendere il loro figlio di 16 anni?». Non era lontano da via Impastato («il bosco è pieno di scorciatoie, sotto il cavalcavia per raggiungere i luoghi di smercio»), ma non è di questo che vuole parlare. «Mi chiedo se quest’area sia mai stata oggetto di un pensiero, una pianificazione, uno sguardo intenzionale. Bisogna conoscere la storia per leggere il presente e immaginare davvero un futuro diverso. Oggi non basta fare le cose, bisogna farle bene».
Mi chiedo se quest’area sia mai stata oggetto di un pensiero, una pianificazione, uno sguardo intenzionale. Bisogna conoscere la storia per leggere il presente e immaginare davvero un futuro diverso
Simone Feder, psicologo
La storia a cui fa riferimento ha almeno dieci anni. Dal 2015, l’anno dell’Expo, il bosco di Rogoredo è conosciuto come “il bosco della droga”, un mercato dello spaccio a cielo aperto, lontano sì dagli occhi di chi frequenta i grandi eventi, ma mai troppo distante per essere davvero invisibile. Un’importante opera di riqualificazione ha restituito il parco ai cittadini e il popolo dei “dimenticati” si è spostato al di là della strada, a ridosso dei binari, nella terra di nessuno che da Rogoredo va verso San Donato: «L’acqua in discesa non la fermi. Puoi costruire una barriera, ma troverà sempre una fessura da cui passare. E l’abbattimento dei costi dell’eroina non aiuta».
“Dimenticati” è una parola che Feder sceglie con cura. Su queste pagine l’ha detto più volte: «Queste persone non sono invisibili, sono dimenticate e basta. È troppo facile dire “non ho visto”, è comodo, ci giustifica». Lo ridice oggi: «A me non interessa l’attenzione generata dalla singola notizia, a me interessa che la gente capisca. Rogoredo è un emblema sfacciato dell’umanità, dove la droga riduce l’uomo a bestia: c’è del disumano in quello a cui assistiamo ogni settimana. Una condizione che nasce dalla disperazione, in cui si deve entrare per comprendere. Rogoredo è un posto in cui ho visto tanta umanità e paura, anche nelle forze dell’ordine».
Rogoredo è un emblema sfacciato dell’umanità, dove la droga riduce l’uomo a bestia: c’è del disumano in quello a cui assistiamo ogni settimana. Rogoredo è un posto in cui ho visto tanta umanità e paura, anche nelle forze dell’ordine
E poi ci sono i giovani, «che ci pungolano, ci provocano, ci accompagnano nell’agire. Molti dei volontari del team Rogoredo hanno meno di 30 anni: è anche grazie a loro se non ci siamo mai fermati, perché a Rogoredo non c’è Natale e non c’è Covid che tenga, a Rogoredo ci devi essere e basta».
La Milano Santa Giulia Ice Hockey Arena, nota anche come Arena Santa Giulia, è il nuovo stadio del ghiaccio principale costruito a Milano per le Olimpiadi Invernali del 2026. Ha una capienza di 16mila posti e sta vicinissima a Rogoredo. Quanti vorranno vedere? «Un ragazzo questa mattina mi ha scritto un messaggio: “A due settimane dalle Olimpiadi, si spara a 500 metri dall’Arena”. Quello che i giovani non accettano è l’indifferenza. Andare a Rogoredo ci permette di trovare la strada e i trattamenti, ci tocca e ci cambia», dice Feder.

Come si risponde alla solitudine, al pericolo, alla fatica? «Uscendo dai nostri spazi. Di fronte a una disperazione che ha rotto gli argini, noi siamo usciti dalle comunità, dalle associazioni, dai ristoranti e siamo andati nel bosco a lasciare un panino, una salvietta, una bottiglia d’acqua. La risposta che non può mancare è che dobbiamo tornare a essere comunità educante. Non bastano i servizi, i consultori, le case famiglia, i serD e le istituzioni: qui tutta la comunità deve abbracciare la sofferenza per portarla alla cura».
Feder porta la sua esperienza in moltissime scuole, incontra i ragazzi, li informa e li ascolta. Per questo non ha dubbi: «La risposta deve essere educativa. Oggi è necessario entrare dentro le ferite della storia e per farlo ci si deve sporcare le mani. Non possiamo abbandonare questi “dimenticati”: nessuno di loro è irrecuperabile. Ci sono ragazzi minorenni al bosco: se non andiamo a prenderli ora, il disagio delle droghe si strutturerà come parte della loro vita».
Che cosa ci dice oggi Rogoredo? «Che viviamo in una società del nulla. Una società che non si occupa delle piantine più fragili non sa guardarsi dentro». A Rogoredo si fermano gli Intercity e la linea veloce, salgono e scendono i passeggeri delle metropolitane. È un hub nevralgico per la città: «Il bosco attrae i più giovani per curiosità o per un senso di malessere a cui non riescono a dare un nome. Lì è facile trovare risposte, è quasi come “un rito iniziatico”, però lì ci sono morte e disperazione. Esserci vuol dire portare un briciolo di speranza per quelle mamme e quei papà che ci chiedono di fare da ponte. Entrare nelle scuole è l’unico modo che abbiamo per scoperchiare il silenzio. Senza l’educazione a un cambiamento culturale, che te ne fai dei servizi?».
Domani è mercoledì. Feder ritornerà sotto il gazebo, insieme agli altri volontari, nello spiazzo lungo via Sant’Arialdo. «Saremo al nostro posto come sempre. Forse pregheremo un po’ di più».
Le fotografie sono di Anna Spena
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