Adolescenti & Reati

Caivano e dintorni: la pedagogia securitaria che perde di vista le biografie dei ragazzi

Da settembre 2023, quando è entrato in vigore il decreto-legge Caivano, le presenze negli istituti penali minorili sono salite del 36%. Ma quali sono le visione pedagogiche che stanno portato ad una svolta securitaria nelle politiche verso i minori? E quali le conseguenze pedagogiche di questa svolta, che non riguarda solo i ragazzini che finiscono in carcere? In dialogo con Pierangelo Barone, ordinario di Pedagogia generale e sociale per il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell'Università Bicocca

di Ilaria Dioguardi

Quali sono le ripercussioni pedagogiche nelle politiche securitarie verso i minori, a più di due anni di distanza dal decreto Caivano? E quali le visioni pedagogiche che il decreto Caivano (e non solo) lo hanno prodotto? Lo abbiamo chiesto a Pierangelo Barone, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale per il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università Bicocca, che nell’ateneo milanese ha curato di recente un incontro dal titolo “Da Caivano verso dove”.

«Gli elementi più evidenti, più visibili del decreto sono quelli che riguardano gli istituti penali minorili – ipm. Alcuni dei principi su cui si sono basati i legislatori nella definizione del decreto 448 del 1998, infatti, sono messi in discussione da ciò che il decreto-legge Caivano ha previsto», dice Pierangelo Barone, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale per il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università Bicocca. «In primo luogo, c’è un ampliamento enorme della possibilità, da parte dei giudici delle indagini preliminari, di predisporre delle misure cautelari, nell’articolazione di tutte le soluzioni che evitavano l’ingresso all’interno degli ipm», dice Barone.

«Oggi c’è una certa recrudescenza nell’applicazione delle misure cautelari attraverso l’incarcerazione. Questo ha comportato un aumento significativo di presenze all’interno degli ipm. Con l’effetto di un sovraffollamento degli stessi, a cui sono conseguite anche delle scelte piuttosto significative, come la riapertura o l’apertura nuova di istituti penali minorili rispetto a quelli esistenti».

Nuovi ipm e ampliamenti degli esistenti

In Italia esistono 17 istituti penali minorili:a questi se ne stanno aggiungendo altri quattro a L’AquilaRovigoSanta Maria Capua Vetere e Lecce, oltre ad ampliamenti di strutture esistenti come quelle di Casal del Marmo (Roma), Firenze, Quartucciu (Cagliari), Nisida (Napoli) e Torino. «A Bologna, ad esempio, è stata riaperta un’ala della Dozza che ha visto accogliere giovani adulti che, rispetto alle disposizioni legislative, in relazione ai reati commessi in età minore, potrebbero rimanere negli istituti penali minorili a scontare la condanna fino ai 25 anni di età», prosegue Barone.

Se tra il dicembre 2019 e il giugno del 2023 i numeri delle persone ristrette in ipm o in comunità per minori sono rimasti stabili, da settembre 2023 e nei due anni successivi si è verificato un incremento del 36%

«Se da un lato l’idea di poter aprire nuovi luoghi di detenzione per i minori serve ad affrontare il problema del sovraffollamento, si pone un problema delle ragioni che portano ad avere un incremento molto significativo di presenze all’interno degli ipm. Inoltre, il decreto Caivano consente di trasferire più facilmente i giovani adulti all’interno di sezioni carcerarie per adulti», ciò può avvenire sulla base di difficoltà gestionali di alcuni di essi da parte degli operatori penitenziari.

In due anni +36% persone ristrette in ipm o comunità per minori

Secondo gli ultimi dati diffusi dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia, in tutta Italia alla data del 30 settembre 2025 risultavano 16.534 minorenni o giovani adulti in carico agli uffici territoriali. Rispetto all’inizio dell’anno, si è verificato un incremento di 1.566 unità, corrispondente a aumento del 10,5%, che ha riguardato sia le persone sottoposte a misure penali, sia quelle in carico ai servizi della giustizia minorile per indagini o altri progetti trattamentali. Considerando solo le persone sottoposte a misure penali restrittive della libertà si è passati dalle 4.391 di fine 2024 alle 4.747 di fine settembre (+8,1%). Se tra il dicembre 2019 e il giugno del 2023 i numeri delle persone ristrette in ipm o in comunità per minori sono rimasti stabili, da settembre 2023 e nei due anni successivi si è verificato un incremento del 36%.

Un movimento verso il linguaggio dispotico

«Al tema securitario, si aggancia un’analisi di carattere politico e culturale. Ad esempio, pensiamo al linguaggio che accompagna le nuove disposizioni relative all’applicazione del decreto Caivano, dove c’è una trasposizione del linguaggio, in qualche modo rintracciabile nel decreto 448 del 1988, con termini che mettono in evidenza un movimento verso un linguaggio dispotico, che in qualche modo riprende questioni che hanno una somiglianza anche preoccupante con un linguaggio del passato», spiega Barone.

Il decreto del 2023 «si pone lungo una linea che è stata tratteggiata già da molto tempo. Mi riferisco a una serie di trasformazioni che hanno caratterizzato l’approccio giuridico e normativo; sono cambiamenti alle problematiche riguardanti aspetti fondamentali, che sono legati a due leggi su cui si è molto dibattuto nel primo decennio degli anni 2000: la Bossi-Fini da un lato e la Fini-Giovanardi dall’altro», continua Barone. «Entrambe hanno segnato un cambio di registro, dal punto di vista delle logiche e normativo, in direzione securitaria, e già allora hanno prodotto degli effetti significativi in relazione ai percorsi dei minori, soprattutto la seconda». A partire dalla Bossi Fini, «c’è un certo modo di intendere la questione della pericolosità e della problematica legata all’immigrazione, che torna in maniera piuttosto significativa e importante rispetto al tema dei minori stranieri non accompagnati».

C’è un certo modo di intendere la questione della pericolosità e della problematica legata all’immigrazione, che torna in maniera piuttosto significativa e importante rispetto al tema dei minori stranieri non accompagnati

Pierangelo Barone, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Università Bicocca

Le radici? Tra Zero tolerance e Adult time for adult crime

Le scelte normative in campo securitario, «potremmo definirlo il “giro di vite”, hanno una radice piuttosto interessante, rintracciabile in quello che è accaduto alla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 nel contesto statunitense, a partire dal principio della Zero tolerance, che ha determinato nei confronti dei minori autori di reato un atteggiamento culturale e sociale. Un cambio di prospettiva», continua Barone, «che ha messo in discussione i principi della rieducazione affermati attraverso l’idea che il minore è in un percorso evolutivo e di crescita, che va considerato anche in relazione alle problematiche legate al comportamento deviante».

«Quello che si è determinato in quella fase storica è stato un cambiamento di direzione nel ritenere la possibilità di procedere con i minori autori di reato attraverso una durezza pari a quella che era necessaria per gli adulti autori di reato. In questa teoria, che passava attraverso l’espressione dell‘adult time for adult crime, la penalità deve essere della stessa portata che vi è per gli adulti, nel momento in cui i minori si macchiano di reati che sono equiparabili a quelli degli adulti. Ovviamente si parla di reati molto grandi», precisa Barone.

La questione del lavoro sulla responsabilizzazione di ragazzi che hanno storie biografiche complicate è messa in discussione rispetto a scelte che tendono a far prevalere il principio della carcerazione

Pierangelo Barone, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Università Bicocca

Il lavoro sulla responsabilizzazione dei ragazzi

«Questo principio, però, è andato a scardinare l’idea che ci sia una differenza sostanziale rispetto al significato che assume il reato in età minorile rispetto all’adultità: laddove il reato è di una gravità estrema non vale più il principio per il quale il minore non è in grado di comprendere fino in fondo ciò che ha commesso. Questo apre il tema della responsabilità che oggi, rispetto al decreto Caivano, è rimesso in discussione. La questione del lavoro sulla responsabilizzazione di ragazzi che hanno storie biografiche complicate e difficili è messa in discussione rispetto a scelte che tendono a far prevalere il principio dell’incarcerazione e del venir meno di tutta una serie di misure che hanno caratterizzato, anche in maniera significativa, la dimensione progressista della procedura penale minorile in Italia».

Il riaffermarsi della dimensione di autorità dell’adulto

«Dietro le scelte securitarie, è leggibile una pedagogia implicita, che nella legge 159 del 2023 si può cogliere, soprattutto in relazione agli effetti. Vi è, indubbiamente, un ritorno a un’idea pedagogica che vuole riaffermare la dimensione di autorità dell’adulto. Questo è un elemento che è trasversale a tutta una serie di aspetti che sono leggibili dalle scelte che si stanno compiendo a più livelli, che non riguardano solamente l’aspetto della legislazione in relazione alla devianza minorile», dice Barone.

«Ad esempio, è un riferimento interessante quello di un ritorno al modello, alla tradizione idealista, di stampo gentiliano, dove prevale l’idea che il rispetto che il soggetto minore in crescita porta nei confronti dell’adulto è dato dall’esercizio di un’autorità che va riguadagnata. Ciò a partire dal fatto che l’adulto è di una dimensione di sapere che diviene guida, maestro, espressione di esempio, di vita».

L’idea di un’adolescenza pericolosa, senza controllo

«Tutti questi sono concetti che, pedagogicamente, si potrebbe dire: “Cosa c’è di sbagliato?” Il problema è dato dal fatto che si presuppone che il minore, nella sua minorità, sia un soggetto che vada sottoposto a una certa logica disciplinare che ne permette il raddrizzamento. L’impressione è che ciò stia tornando non soltanto nelle scelte legislative. Mi riferisco, ad esempio, ai contenuti presenti nelle nuove indicazioni per la scuola, che sono portatori di tutta una serie di elementi piuttosto interessanti, in cui si affermano dei principi pedagogici che fanno pensare a una pedagogia nostalgica, che torna indietro rispetto a tutta una serie di assunzioni nell’evidenziare una certa idea di insegnante e una certa idea di studente», continua Barone. «Credo che questi elementi siano trasversali. Prevale l’idea di un’adolescenza pericolosa che non si riesce a controllare, a fronte di un’adultità che non riesce ad esercitare la propria autorità.

Ritornare alla costruzione di consapevolezza

«La mia impressione è che c’è un movimento di ritorno a modelli pedagogici che erano stati ampiamente messi in discussione e criticati proprio per la loro disfunzionalità, rispetto alla possibilità che un soggetto possa costruire la propria storia attraverso un esercizio di responsabilità e libertà. È questo il punto di fondo», puntualizza Barone. «L’elemento della responsabilizzazione è totalmente sganciato dall’esperienza che i minori possono fare, laddove non ci sono condizioni che possono permettere la realizzazione di esperienze che lavorino sul tema della responsabilizzazione, prendere coscienza rispetto a ciò che è stato fatto nell’ambito del reato. È stato ampiamente dimostrato che questo aspetto passa per un lavoro che chiede una costruzione di consapevolezza nel soggetto, che nella risposta che oggi si sta dando è completamente persa».

Rimettere al centro la questione delle biografie

«Dal punto di vista delle prospettive pedagogiche, credo che sia fondamentale rimettere al centro la questione delle biografie dei ragazzi. Portando anche a degli insegnamenti importanti di alcuni pedagogisti che hanno segnato un po’ la strada che bisogna provare a perseguire, penso all’insegnamento di Piero Bertolini. Mettere a tema la questione delle biografie difficili dei ragazzi è importante per poter costruire, con loro, percorsi che possano provare ad articolare delle biografie differenti: potersi pensare al di fuori della maschera che costruiscono dentro il loro percorso di devianza», continua Barone.

È fondamentale rimettere al centro la questione delle biografie dei ragazzi per poter costruire, con loro, percorsi che possano provare ad articolare delle biografie differenti

Pierangelo Barone, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale, Università Bicocca

«Ma questo è possibile solo nel momento in cui si allestiscono condizioni e possibilità esperienziali che non possono essere quelle dell’aumento repressivo che passa nell’incarcerazione, che passa nel far venir meno delle occasioni che, anche dal punto di vista delle disposizioni procedurali, erano state delineate con una grande visione, anche pedagogica, non solo normativa».

Barone sottolinea che «si è persa di vista la personalizzazione. C’è una interessante, importante visione pedagogica nel decreto 448 del 1988. Metterlo in discussione come sta accadendo, attraverso delle scelte che implicano la non applicabilità di una serie di aspetti, che erano gli aspetti innovativi di quella procedura, sottrae terreno alla possibilità di un lavoro educativo autentico, in cui poter permettere ai ragazzi di fare davvero un percorso di ricostruzione anche della propria storia biografica».

Foto di Afta Putta Gunawan su Pexels

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