La nuova giunta

Campania, Morniroli: «Essere poveri non è una colpa, l’obiettivo è costruire un welfare collettivo e partecipato»

Parla il neoassessore alla Scuola, alle Politiche sociali e al Welfare: «Lavoreremo con tavoli veri, in cui il pubblico riconosce i soggetti sociali e dell’attivismo civico come attori di funzione pubblica, non come semplici destinatari di bandi»

di Stefano Arduini

Dallo scorso 31 dicembre Andrea Morniroli, già coordinatore del Forum Diversità e Disuguaglianze e dirigente della cooperativa Dedalus di Napoli (cariche da cui si è dimesso dopo la nomina) è il nuovo assessore alla Scuola, alle Politiche sociali e al Welfare della Regione Campania, chiamato nella giunta guidata da Roberto Fico con il mandato di affrontare alcune delle sfide più urgenti del territorio. Il contesto socio-economico campano è segnato da indicatori significativamente più critici rispetto alla media italiana: nel 2024 il tasso di occupazione regionale si è attestato al 46%, ben al di sotto della media italiana (circa il 60%), con una disoccupazione al 17,4% rispetto al circa 7,7% nazionale. Il tasso di occupazione dei giovani è tra i più bassi d’Italia: tra i 15-24enni risulta inferiore di quasi otto punti percentuali rispetto al tasso medio del Paese (20,4%). 

Le condizioni sociali riflettono queste dinamiche: 438mila bambini sono stimati a rischio povertà (dati Unicef), più di un giovane su tre (29%) tra i 15 e i 34 anni non studia, non lavora e non è inserito in programmi formativi. Questa condizione riguarda soprattutto la componente femminile, dove la quota raggiunge il 31,9%, cinque punti percentuali in più rispetto ai maschi. Sul fronte educativo, la dispersione scolastica nella Campania, pur essendo in calo al 13,3%, è ancora sensibilmente superiore alla media nazionale (9.8%). 

Sono questi i contorni di un quadro di fragilità strutturale sul quale il nuovo assessore è chiamato a intervenire. E lo farà, dice in questo dialogo con VITA, con un metodo nuovo: «Il nostro sarà un governo collettivo e partecipato, dove le priorità verranno stabilite attraverso un dialogo reale col territorio». Vediamo come. 

Assessore partiamo dall’inizio. Come nasce la sua nomina in giunta regionale?

Il mio nome è cominciato a circolare dopo l’iniziativa del 22 febbraio scorso, quando come società civile abbiamo aperto un dialogo con i partiti dicendo che bisognava cambiare passo. In quella fase, per alcune persone, il mio profilo poteva rappresentare un segnale. Poi il presidente Roberto Fico ha fatto una scelta chiara: una giunta politica, chiedendo ai partiti di indicare nomi competenti. Non avendo una “casa” politica, in quel momento pensavo che le possibilità per me fossero nulle. La segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, ha chiesto al partito regionale di dare un segnale di apertura verso i mondi esterni, in particolare il civismo attivo e la società civile. Schlein ha fatto il mio nome, il partito ha accettato e io sono entrato come tecnico esterno in quota Pd. 

Conosceva la Schlein prima della nomina?

In questi anni ci siamo confrontati sui contenuti in momenti pubblici. Non c’è un rapporto personale, ma c’è stato un dialogo politico, anche critico. Io penso che la buona politica sia fatta anche di conflitto, di posizioni diverse. Alla segretaria del Pd e a Fico riconosco il coraggio di aver fatto una proposta che rompe uno schema. È una scommessa, e spero di esserne all’altezza

Se tra cinque anni dovessimo raccontare questa esperienza, come le piacerebbe fosse ricordata?

Mi piacerebbe fosse ricordata come un’esperienza di governo collettivo e partecipato. Io vengo da una storia in cui ho sempre pensato che, nel sociale, nell’educazione, nel contrasto alla povertà, nessuno da solo è sufficiente. Ho fatto l’operatore, il coordinatore, l’amministratore locale in un comune della cintura di Napoli. Qui è la prima volta che mi trovo in un ruolo di governo regionale, in una Regione che è la terza d’Italia.

Vorrei valorizzare al massimo le risorse interne: dirigenti, funzionari, competenze che ci sono. Sto già incontrando le strutture per ascoltare, capire, costruire. E vorrei riaprire in modo strutturato l’interlocuzione con il civismo attivo, il Terzo settore, la cooperazione, il volontariato, il mondo della scuola, i sindacati per iniziare a programmare insieme. Tavoli veri, in cui il pubblico riconosce questi soggetti come attori di funzione pubblica, non come semplici destinatari di bandi.

Concretamente da dove si comincia?

Dal Piano sociale regionale, che è fermo da due anni. È una cosa gravissima: senza Piano sociale non si programmano le politiche territoriali, non si attiva pienamente la legge 328, non si sbloccano risorse. Ho ricevuto la bozza, la sto studiando. Convocherò il tavolo di concertazione e coprogettazione con tutte le parti sociali. La priorità è ripristinare la programmazione di ambito: è lì che si fanno le politiche sociali vere.

L’altro grande capitolo è la scuola: contrasto all’abbandono scolastico, alla dispersione, alla povertà educativa. In Campania questi numeri sono drammatici e non riguardano solo chi è in difficoltà, ma lo sviluppo complessivo della Regione. Se non interveniamo lì, non c’è futuro possibile

E il tema della povertà? Dove lo colloca nella sua agenda?

È centrale. Siamo in una Regione che aveva un numero altissimo di percettori del reddito di cittadinanza e che oggi vede migliaia di persone senza alcun sostegno. Dobbiamo immaginare una misura regionale di contrasto alla povertà, anche partendo dall’esperienza del passato, come il reddito di cittadinanza regionale ai tempi della giunta Bassolino, e dall’esperienza nazionale.

Io penso a una misura che integri sostegno economico e interventi sociali, ma senza condizionamenti punitivi. Non credo nelle politiche paternaliste o colpevolizzanti: “se non fai questo, non ti do quello”. La mia esperienza mi dice che i poveri non sono colpevoli della loro condizione, sono il prodotto di politiche e disuguaglianze strutturali. Questo va riconosciuto.

Lei ha sempre rivendicato il ruolo politico del Terzo settore, ma anche la necessità che non si riduca a fornitore di servizi. Ora che è dall’altra parte del tavolo, come pensa di favorire questo processo?

Serve cambiare metodo. Non si decide in Regione e poi si chiede a qualcuno di eseguire. Si costruiscono gli indirizzi insieme. La Regione deve dare una direzione, assumersi la responsabilità politica, ma può farlo attraverso un confronto territoriale vero.

Vuol dire superare la logica dei progetti a pioggia, dei bandi annuali, del massimo ribasso. Vuol dire andare verso percorsi di accompagnamento, co-progettazione, co-programmazione, anche sperimentali. Il pubblico mantiene la sua funzione di governo e coordinamento, ma riconosce procedure e approcci diversi.

Il Terzo settore campano è pronto a questo salto?

In Campania ci sono competenze, saperi, esperienze straordinarie. Vanno riconosciute e messe in condizione di pensare e agire politicamente. È vero però che, in parte, il Terzo settore ha accettato un ruolo prestazionale, perdendo capacità di visione. Questo va detto con onestà. Io penso che un buon governo possa aiutare a recuperare quella dimensione politica, creando luoghi reali di confronto e progettazione.

C’è poi il nodo delle tariffe, dei contratti, dei servizi sociosanitari. Come intende muoversi?

Il paradosso che abbiamo visto anche di recente, con il taglio di operatori nei servizi territoriali, è che si finisce per istituzionalizzare e chiudere, invece di fare prossimità e prevenzione. Io credo in politiche sociosanitarie integrate, dove Asl, Comuni e Terzo settore si riconoscono reciprocamente e si prendono in carico le persone insieme.

Sul tema delle tariffe e dei contratti, per me è ovvio: se c’è un contratto nazionale, il pubblico deve fare bandi che consentano ai soggetti di applicarlo. I lavoratori e le lavoratrici vanno tutelati. Non si può chiedere qualità e poi comprimere i costi sul lavoro.

Ha già un’idea delle risorse a disposizione?

Parliamo di circa 70 milioni sul fondo sociale, ma sto ancora entrando nel merito dei vari capitoli. Sono al secondo giorno di assessorato, sarebbe poco serio dare numeri definitivi.

Ultima domanda: come ha trovato la macchina regionale, è pronta al salto che richiede una reale amministrazione condivisa?

So bene che incontrerò inerzie, resistenze, chiusure procedurali. È fisiologico. Però, dalla postura dei dirigenti che ho incontrato in questi giorni, ho visto disponibilità. Il direttore del Welfare, per esempio, mi ha detto subito che una delle urgenze era convocare il tavolo sul Piano sociale. Questo è un buon segnale.

Certo, portare una cultura di partecipazione, coprogettazione, apertura significa chiedere a tutti – pubblica amministrazione, Terzo settore, dirigenti – di mettersi in discussione. È un lavoro di cura, di manutenzione continua. Ma la scommessa è proprio questa.

Credit foto: Forum DD

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.