Milano Cortina 2026

Campionesse in pista, minoranza ai vertici: la parità nello sport ha ancora strada da fare

Alle Olimpiadi invernali le imprese femminili hanno infiammato i cuori di tutti i tifosi. Eppure, se le atlete sono sempre di più e sempre più apprezzate, a dirigere le federazioni sono ancora quasi tutti uomini. Una questione culturale, che si lega al divario di genere tuttora presente nella nostra società. A questo tema sarà dedicato l'evento Sport e protagonismo femminile – costruire il domani, organizzato per il 13 e il 14 marzo a Modena dal Csi

di Veronica Rossi

Federica Brignone, a meno di un anno da un infortunio gravissimo, ha vinto due ori nello sci. Francesca Lollobrigida, mamma di un bambino piccolo, è salita per due volte sul gradino più alto del podio nel pattinaggio. La giovanissima Flora Tabanelli si è aggiudicata una medaglia di bronzo nello sci freestyle, nonostante un legamento rotto. Non c’è dubbio. Alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sono le donne ad avere compiuto le imprese più incredibili, quelle che parlano di impegno, dedizione e passione.

La ricerca

Eppure, il mondo dello sport è ancora lontano dal raggiungere la parità tra uomini e donne. Lo testimonia la ricerca Div – Donne in vetta: mappatura della governance sportiva in un’ottica di genere, a cura dell’Ufficio consigliera di parità della Regione del Veneto, che ha fotografato fotografa la presenza femminile nella governance sportiva – soprattutto rispetto agli sport invernali –, tra allenatori, giudici di gara e atleti, con un confronto tra Italia e Francia. Il dato più evidente riguarda i vertici federali. Nel Consiglio federale della Federazione italiana sport invernali – Fisi le donne sono il 27%, ma nelle commissioni tecniche e funzionali la presenza femminile scende al 21% complessivo. Ancora più marcato il divario nei Comitati regionali italiani: su 248 componenti, solo il 16% è donna. In molte deleghe provinciali la rappresentanza femminile è addirittura assente. Il confronto con la Francia mostra che le politiche di equilibrio di genere producono effetti concreti. Nel Comité Directeur della Fédération Française de Ski le donne sono il 39%, grazie a una norma che impone una differenza massima di un’unità tra i generi. Anche nei comitati territoriali francesi la presenza femminile raggiunge il 35%, più del doppio rispetto all’Italia.

Lo sport, uno spazio di libertà tradizionalmente maschile

«Fino a pochi anni fa lo sport era considerato tradizionalmente maschile», dice Antonella Stelitano, storica dello sport. «Pensiamo all’inizio del Secolo scorso, ma anche a tempi più recenti: basti pensare che il ciclismo femminile è entrato ai Giochi olimpici solo nel 1984. Per molto tempo le donne erano escluse dallo sport perché si diceva che erano troppo delicate, che non avevano il fisico adatto. Ma quando nella rivoluzione industriale venivano mandate a lavorare, anche con mansioni pesanti, la loro fragilità non veniva tirata in ballo. In realtà, il motivo dell’esclusione era che lo sport cambiava l’immagine della donna all’interno della società. Per prima cosa facendo vedere che era capace di fare anche quello che era considerato tradizionalmente maschile. E poi dando degli spazi di libertà».

Questa disparità è andata avanti ben oltre la metà del secolo scorso. Se è vero che è dal 1900 che le donne possono partecipare alle Olimpiadi, ancora nei Giochi di Cortina del 1956 le sportive erano meno del 16% del totale. «Queste prime atlete erano delle pioniere, spesso erano imprenditrici di loro stesse», continua Stelitano. «Molte non avevano un allenatore, non avevano i materiali. Non parliamo poi del cibo o di un medico dedicato». Tante erano lì per un’incredibile passione. Non per una battaglia sulla parità di genere, quindi, ma per autentica vocazione sportiva. Oggi, le eredi di queste prime appassionate collezionano successi e fanno emozionare. «A Cortina, quest’anno, ci sono state delle storie potentissime, di maternità, di incidenti, di perseveranza», commenta l’esperta. «Si sono demoliti anche moltissimi tabù. Anche se non sei perfetta fisicamente hai ancora la possibilità di osare, di riuscire ad arrivare al risultato. Anche se sei mamma. Devo dire che già nel 1956 c’era un’atleta mamma, Giuliana Minuzzo Chenal, la prima donna a leggere il giuramento olimpico. Lei aveva combattuto una vera e propria battaglia per potersi portare il bambino, per allenarsi vicino a casa. Era un’epoca in cui le donne dovevano smettere di fare sport quando si sposavano».

Si sono demoliti molti tabù: anche se non sei perfetta fisicamente, hai ancora la possibilità di osare, di arrivare al risultato

Negli anni, sicuramente c’è stato un grande cambiamento in meglio. Sempre di più, le donne sono viste per i loro meriti sportivi. Anche se persistono, gli apprezzamenti o i commenti sul fisico e sull’aspetto – impensabili nel caso di atleti uomini – sono molti meno. «Sessant’anni fa, nelle cronache delle discese dei Giochi di Cortina v’è proprio scritto “La mammina di Courmayeur non forza troppo perché probabilmente sta pensando alla sua bambina a casa che l’aspetta”», dice Stelitano. «Ora fortunatamente abbiamo fatto dei passi avanti, ma c’è ancora tanta strada da fare. Se un’atleta è bella, per esempio, fa più pubblicità, guadagna di più e ha descrizioni diverse rispetto a una sportiva molto forte che non buca lo schermo».

Il divario più grande è a livello dirigenziale

Il mondo dello sport, tuttavia, non è composto solo da chi lo pratica. Ed è proprio ai livelli più alti dei mestieri legati a quest’ambito – cioè la dirigenza – che il divario di genere diventa imponente. E in questo, in Italia, siamo ancora molto indietro. «Ci sono ancora tanti meccanismi che ostacolano la presenza delle donne ai vertici», spiega l’esperta. «I compiti di cura gravano sulla componente femminile della famiglia, con una conseguente sproporzione del tempo libero extra lavoro. Il sistema sportivo italiano è basato in larga parte sul volontariato, quindi se voglio far carriera in una federazione devo investire molto tempo per acquisire il tempo e la fiducia necessari per essere votati».

Anche nello sport, quindi, le donne risentono del clima culturale che le lascia indietro sul lavoro e nella società. «In questo momento storico in cui una bambina o una ragazza può praticare qualsiasi disciplina, sarebbe importante che fosse garantito il diritto a governare lo sport», conclude Stelitano, «così come sarebbe necessario che più attività fossero considerate professionistiche – e quindi diano diritto a uno stipendio –, perché richiedono dei tempi di allenamento e degli impegni che sono molto superiori rispetto a un tempo».

A questi temi sarà dedicato l’evento Sport e protagonismo femminile – costruire il domani, che si terrà a Modena il 13 e il 14 marzo. L’incontro rientra tra le attività del progetto Gimme five, portato avanti dal Centro sportivo italiano – Csi assieme ad Accri e Us Acli e finanziato dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

In apertura Federica Brignone con le medaglie vinte, foto di Spada/La Presse

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