Vivere e morire in stazione
Capotreno ucciso: «In strada c’è un limbo di cui nessuno si fa carico, la salute mentale»
Alessandro Radicchi, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulla solidarietà nelle stazioni e tra i fondatori di Binario 95: «Non serve militarizzare: il problema non è il senza dimora, ma chi ha gravi fragilità, di cui nessuno oggi si fa carico. La morte di Alessandro è un dolore per tutti noi che lavoriamo nelle stazioni. Dobbiamo trarne spunto per migliorare i nostri strumenti, come Terzo settore e come istituzioni. A partire dalla formazione»
«Un capotreno ucciso è un dolore enorme per tutti noi che lavoriamo nelle stazioni: il capotreno è un punto di riferimento, con cui entriamo quotidianamente in rapporto e verso cui nutriamo grande affetto e rispetto». Alessandro Radicchi conosce bene le stazioni e chi le abita. Trascorre gran parte del suo tempo alla stazione Termini, come coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulla solidarietà nelle stazioni, presidente di Europe Consulting e fondatore di Binario 95, centro di accoglienza, orientamento e presa in carico per persone senza dimora.
Dopo quanto è successo a Bologna, è aumentata la paura tra gli operatori di Binario 95?
No. Sono in trincea 365 giorni l’anno: sanno benissimo che chi viene a fare la doccia – uno dei servizi offerti da Binario 95 – può essere un santo oppure un assassino. Ci è capitato più di una volta di dover affrontare persone violente. In particolare, recentemente abbiamo dovuto gestire per diversi giorni una situazione molto complessa: un uomo che ha distrutto il centro e si è avventato contro gli operatori. Ma il fatto che fosse un senza dimora è irrilevante: ciò che conta è che avesse gravi problemi mentali.

C’è il rischio che le persone senza dimora vengano criminalizzate, soprattutto dopo quanto accaduto a Bologna?
Il rischio c’è, ma si tratta di un’associazione priva di fondamento. Il problema non sono le persone senza dimora, né le stazioni. La violenza non è legata all’avere o meno un tetto sulla testa: molto spesso esplode dentro le mura di casa. La mano di chi ha ucciso il capotreno è stata armata dallo squilibrio mentale, non dal suo essere straniero né dal suo essere senza dimora. La “categoria” di cui dobbiamo occuparci è quella delle persone con problemi psichiatrici gravi, di cui nel nostro Paese nessuno riesce davvero a farsi carico: né il Terzo settore, né le istituzioni, né i servizi sociali, né quelli sanitari. Di questa morte siamo tutti responsabili: abbiamo sbagliato tutti. Ora dobbiamo chiederci cosa avremmo potuto fare per evitarla. O almeno cosa possiamo fare perché non accada di nuovo.
La “categoria” di cui dobbiamo occuparci è quella delle persone con problemi psichiatrici gravi, di cui nel nostro Paese nessuno riesce davvero a farsi carico: né il Terzo settore, né le istituzioni, né i servizi sociali, né quelli sanitari
E la risposta qual è?
Ognuno deve farsi carico, seriamente, di ciò che gli compete. Noi ci occupiamo di persone povere che vogliono essere aiutate. Non abbiamo le competenze né la possibilità di accogliere chi rifiuta ogni aiuto o rappresenta una minaccia.
Questo significa che, anche se avessimo intercettato l’uomo che ha ucciso il capotreno, non lo avremmo accolto. In ogni caso avrebbe rifiutato il nostro aiuto, come fanno in tanti. E questo è il problema: di queste persone bisogna farsi carico, ma oggi vivono in un limbo in cui nessuno arriva. Allora si dice che doveva tornare nel suo Paese, o che doveva stare in carcere. Ma sappiamo benissimo che non è questa la soluzione.
La soluzione è sanitaria?
Sì, dobbiamo porci con forza il tema psichiatrico. Le strutture sanitarie dedicate vanno rafforzate. Quando intercettiamo una persona con evidenti problemi psichici, l’unica cosa che possiamo fare è accompagnarla in pronto soccorso. Da lì spesso, dopo ore di attesa, viene dimessa senza che nessuno se ne faccia carico. C’è chi pensa che il problema si debba affrontare in modo repressivo, con più forze dell’ordine o con il carcere, ma non funziona così. Noi non siamo contro la sicurezza, ma la sicurezza non si costruisce con le barricate. Dove si mette una barricata, i più furbi si spostano altrove. Quando siamo andati a denunciare l’uomo che aveva distrutto il nostro centro e aggredito gli operatori, ci è stato detto che non si poteva fare nulla perché nessuno si era fatto male.
Quando Alemanno mandò i militari armati in Piazza dei Cinquecento per allontanare le persone senza dimora, l’operazione non ebbe alcuna efficacia: dopo pochi giorni quelle persone erano di nuovo lì, conoscevano i militari e non rappresentavano un pericolo. La sicurezza nelle stazioni si costruisce attraverso sinergia e formazione, non con la repressione.

In che senso?
Tutti coloro che lavorano in una stazione devono sapere come approcciarsi a una persona senza dimora o con disturbi mentali. Devono essere in grado di riconoscere e intercettare problemi complessi come la prostituzione minorile, lo sfruttamento e lo spaccio. È quello che cerchiamo di fare, sia con il personale ferroviario sia con i commercianti. Dobbiamo farlo sempre di più, per evitare che persone come quella che ha ucciso il capotreno siano fuori controllo.
Che relazione c’è, secondo la vostra esperienza, tra vita in strada e malattia mentale?
Partiamo da un dato: nessuno sceglie di vivere in strada, ma ci finisce chi ha perso lavoro, famiglia, casa. All’inizio pensa che durerà solo qualche giorno, poi i giorni aumentano e la vita in strada diventa la realtà quotidiana.
Dipende da quante forze si hanno per resistere: la vita in strada fa male. Noi del Terzo settore siamo come la rete sotto il filo dell’equilibrista: lui cammina sul filo e noi attutiamo la caduta. Questa caduta spesso sfocia in problemi psichiatrici di fronte ai quali non abbiamo strumenti. È il famoso limbo in cui nessuno sa come muoversi.
Non saranno le forze di polizia né il carcere a risolvere il problema: dobbiamo trarre una lezione da questo dramma e capire umilmente dove ciascuno di noi abbia sbagliato. Creiamo una task force per affrontare insieme questo limbo, in cui tante persone cadono.
Noi mettiamo a disposizione tutta la nostra esperienza e professionalità. Il primo passo, come Repubblica e come democrazia, sarebbe assicurare un tetto a chi non lo ha e lo desidera. Dobbiamo ampliare le nostre capacità di accoglienza, per far sì che questo limbo smetta di esistere. Ridurre le disuguaglianze e garantire una vita dignitosa a tutti è l’unico modo per rendere davvero sicure le nostre città.
Foto di apertura dell’autrice. Foto interne fornite da Binario 95
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