Parlano i sindaci
Cara Meloni, il piano-casa dov’è?
Uno studio presentato all'assemblea Anci mostra numeri preoccupanti: il 5,1% della popolazione italiana sostiene spese abitative superiori al 40% del proprio reddito. Gli sfratti eseguiti sono in media 134 al giorno. Solamente il 2,5% dello stock abitativo in Italia è patrimonio di edilizia residenziale pubblica, ma quasi il 30% di case di proprietà restano sfitte. La povertà abitativa è una nuova emergenza, che chiede un Piano Casa nazionale subito, non nel 2028
Un’emergenza abitativa che ha numeri drammatici: circa 9,6 milioni di abitazioni non occupate, ma quasi 4 milioni di italiani sono in condizioni di povertà abitativa. Lo hanno detto in modo chiaro i sindaci e le sindache d’Italia alla loro assemblea nazionale a Bologna, a partire dal presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani – Anci, Gaetano Manfredi: «Serve con urgenza un Piano casa nazionale pluriennale capace di mobilitare risorse e visioni. Lo stiamo chiedendo incessantemente al Governo. Ora lo chiede anche la Commissione europea. Abbiamo avanzato delle proposte concrete, spesso con progetti disponibili. Il Governo presti attenzione, ci convochi».
“Povertà abitativa” in Italia fa rima innanzitutto con carenze e fatiscenze strutturali di edifici ammalorati e mai manutenuti: un patrimonio immobiliare comunale non utilizzabile pari a 122mila unità, mentre le famiglie in graduatoria, in attesa di una casa, sono circa 187mila. Ma bisogna colmare anche il vuoto di risposte alla cosiddetta classe grigia, quella fascia di popolazione che ha un reddito troppo alto per accedere all’edilizia residenziale pubblica e troppo basso per affrontare il libero mercato.
Il Piano casa non è una spesa, è un investimento strategico per la coesione e il futuro produttivo del Paese. Ogni euro speso per garantire un tetto sicuro alle famiglie fragili, al ceto medio, ai giovani, restituisce ai cittadini la fiducia di poter programmare un futuro
Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci
Basterebbe, quindi, un serio investimento politico per cominciare a far quadrare i conti: «La percentuale più alta del nostro patrimonio pubblico di edilizia popolare che è stato costruito prima degli anni ’80, solo il 2,5% del patrimonio abitativo pubblico è stato costruito dopo il 2010: i bisogni sono aumentati, le risposte no. Dentro l’edilizia popolare ci stanno le fasce più fragili, ma ricordiamoci che oggi c’è un’urgenza enorme di dare risposte anche ai bisogni abitativi della fascia media della popolazione. Il Governo sostiene che le prime risorse disponibili sul Piano casa ci saranno dal 2028, ma è chiaro che i bisogni dei cittadini ci sono oggi, nel 2025 e ci saranno nel 2026 e nel 2027. Non si può aspettare tutto questo tempo. Chiediamo di anticipare quelle risorse, di rimettere in campo risorse per il fondo della morosità incolpevole e per il contributo affitto, di iniziare a pensare a un piano strutturale per le ristrutturazioni delle case popolari dando risposte ai Comuni e soprattutto di pensare ad un piano di recupero di nuove politiche di social housing che diano risposte ai nostri cittadini, agli studenti, ai lavoratori e alle famiglie. È quindi fondamentale ricevere supporto dal governo e dall’Europa, come avvenuto in passato con il Piano periferie. Investimenti mirati sono indispensabili per garantire risposte concrete ai cittadini. Non è un grande piano, ma è il minimo indispensabile per garantire risposte ai nostri cittadini» ha detto Sara Funaro, sindaca di Firenze.

I numeri dell’emergenza abitativa
In due report di ottobre e novembre 2025, l’Istituto per la finanza e l’economia locale – Ifel di Anci mostra l’immagine di un’Italia ricca di patrimonio immobiliare ma povera di politiche abitative attive. La combinazione di proprietà diffusa, immobilismo del mercato, debolezza dell’offerta sociale e crisi demografica rende urgente – secondo Ifel – un «ripensamento delle strategie di abitare, fondato su una più ampia disponibilità di alloggi in affitto a prezzi sostenibili, il riuso del patrimonio esistente, la rigenerazione dei vuoti urbani e la promozione di modelli abitativi adatti a famiglie nuove e a popolazioni in trasformazione».
Nel 2024 il 5,1% della popolazione italiana vive in condizioni di sovraccarico da costi abitativi, cioè sostiene spese abitative superiori al 40% del proprio reddito. I canoni d’affitto e i prezzi per le abitazioni crescano differentemente dai salari. L’inflazione ha avuto un forte impatto sui salari reali, che attualmente sono diminuiti dell’8,7% rispetto al 2008 (Oil 2024): ma l’andamento dei salari non è adeguato a far fronte alla crescita dei costi di accesso alla casa per le popolazioni a minor reddito.
La proprietà è in calo, mentre aumenta la diffusione dell’affitto per i nuclei meno abbienti e le famiglie molto numerose, per le coppie con figli minori e le persone che vivono sole e non sono anziane. Dunque questi nuclei familiari generalmente non possono accedere ad un mutuo e arrivano sempre meno a richiederne uno. Ma quando riescono ad ottenerlo, le condizioni di indebitamento permanente sono del tutto insopportabili ed erodono qualità della vita personale e familiare.

Tra i 18 e i 34 anni, oltre due giovani su tre – secondo Ifel – continuano a vivere con i genitori. Il nostro Paese è al quarto posto nell’Unione dopo Croazia, Slovacchia e Portogallo per incidenza di giovani che rimangono a vivere con i genitori.
Solamente il 2,5% dello stock abitativo in Italia è patrimonio di edilizia residenziale pubblica – Erp: una quota significativamente inferiore a quella in dotazione nei paesi del nord Europa come la Svezia, con il 24% del patrimonio di edilizia pubblica sul totale, dell’Olanda con il 29%, ma anche la Francia con il 17% di abitazioni pubbliche e dell’Austria, con 24%. La Germania si avvicina alla dotazione italiana con il 4% dello stock abitativo del Paese.
L’edilizia residenziale sociale – Ers è, invece, una tipologia di edilizia abitativa (istituita con il DM del 22 aprile 2008), che si rivolge alla fascia grigia di popolazione troppo ricca per poter accedere agli alloggi popolari Erp, ma troppo povera per sostenere i costi di mercato.

La riconversione di una parte consistente dello stock abitativo dal mercato dell’affitto di lungo periodo a quello turistico – spiegano infine i ricercatori Ifel – ha contribuito a ridurre l’offerta disponibile per i residenti, esercitando pressioni al rialzo sui canoni. Questo fenomeno si è rivelato particolarmente evidente nei centri storici delle grandi città e nelle località a forte attrattività turistica, dove la competizione tra locazioni brevi e affitti tradizionali ha reso più difficile per le famiglie e i giovani accedere a soluzioni abitative stabili e a prezzi sostenibili.

Fa’ la casa giusta
Si chiama Fa’ la Casa Giusta! Parma Abitare Sociale il programma adottato dal Comune di Parma per definire gli obiettivi e le strategie attuative per l’abitare sociale a Parma nel triennio 2023–2025. «L’emergenza abitativa è uno dei problemi su cui i cittadini mi fermano di più, per strada», dice Michele Guerra, sindaco di Parma. “Giusta” è l’aggettivo decisivo, perché a Parma su 200mila abitanti sono circa 35mila le persone in difficoltà: «C’è chi proprio non riesce avere un tetto sopra la testa, c’è chi invece pur avendo un lavoro e uno stipendio non riesce a comprarla e mantenerla e c’è anche la fascia dei giovani e degli studenti che sono molto in difficoltà», spiega Guerra.
Tutto parte da un censimento dell’esistente: “Fa’ la casa giusta” interviene su quella fascia di persone che non sono in condizione oggi di permettersi una casa, recuperando quasi 600 alloggi di edilizia residenziale pubblica e facendo un piano per l’abitare di 175 milioni di euro grazie a finanziamenti che arrivano dall’Europa, dalla Regione, da una Fondazione bancaria e da Parma housing center la Fondazione pubblica di partecipazione promossa e fondata a giugno 2025 da Comune di Parma, Università di Parma, Azienda ospedaliero-universitaria di Parma, Ausl di Parma, Asp Parma e Acer Parma.
Si sta lavorando, dunque, sulle fasce medie che hanno un reddito, che possono permettersi un affitto, ma che non riescono a incontrare un canone che permetta di vivere adeguatamente. «Il Comune si fa mediatore tra i proprietari e gli inquilini, garantendo soprattutto che in caso di morosità interverrà la Fondazione. Questo sta creando fiducia reciproca: molti proprietari stanno venendo in Comune mettendo a disposizione i propri immobili, molte famiglie stanno venendo perché si sentono protette da un eventuale momento di difficoltà futura», conclude Guerra.
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