2025, bilancio tragico
Carcere, gli 80 suicidi e i 161 morti che la politica non può ignorare
Nei 189 istituti di pena italiani per adulti, alla fine di novembre 2025 erano detenute 63.868 persone, quasi 2mila in più rispetto all’anno precedente. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È quanto emerge dal bilancio di fine anno di Antigone, «forse il più cupo degli ultimi anni», dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio dell’associazione. «C’è una situazione di assoluta emergenza, al momento l’unica misura possibile è un provvedimento straordinario»
Nel 42,9% delle 120 carceri visitate da Antigone – e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – ci sono celle in cui non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona, «nel 2024 questa percentuale si fermava al 32,3%», dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio di Antigone. «Il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni, ma questi numeri non ci sorprendono perché nel 2024 i giudici italiani hanno riconosciuto 5.837 indennizzi per “condizioni inumane e degradanti”, circa il 24% in più rispetto all’anno precedente. Siccome le presenze crescono, l’anno prossimo saranno ancora di più».
In nome della sicurezza, carceri meno sicure
Ad una situazione «che non è nuova ed è molto grave, si sono aggiunte negli ultimi anni delle scelte politiche, che hanno l’effetto di far crescere i numeri. Ad esempio, il Decreto Caivano ha introdotto misure più severe contro la criminalità minorile, inasprendo le pene per reati legati a sostanze stupefacenti, è la criminalità di profilo più basso, sono le persone disperate quelle che stanno per strada a fare l’ultima catena dello spaccio. Inoltre, questo Governo ha fatto una scelta, in nome della sicurezza delle carceri, che invece le ha rese più esplosive e meno sicure. Sono cresciuti, in questi anni, più o meno tutti gli indicatori della tensione penitenziaria: dagli atti di autolesionismo alle rivolte», prosegue Scandurra. «E sono aumentati proprio a causa delle misure che il Governo ha adottato per garantire la sicurezza negli istituti, per cui ci sono istituti più chiusi, con meno attività, in cui tutto è più complicato e soffocante».
Un provvedimento straordinario per l’emergenza

Nelle 189 carceri italiane per adulti, alla fine di novembre 2025 erano detenute 63.868 persone, quasi 2mila in più rispetto all’anno precedente, quando ne erano state registrate 61.861 e a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti, 700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno.
Oltre la metà delle carceri ha celle senza doccia e nel 45,1% mancano acqua calda o si registrano condizioni igieniche adeguate. Gravissime anche le carenze di spazi per lavoro, scuola e socialità. «C’è una situazione di assoluta emergenza. La politica dovrebbe fare tutto ciò che non è stato fatto negli ultimi 20 anni, in questo momento deve rispondere all’emergenza. C’è bisogno di una misura urgente, straordinaria, puramente deflattiva: è ineludibile, è l’unico modo per venirne fuori in tempi brevi. Con questi numeri è difficile garantire l’essenziale ed affrontare i problemi», prosegue Scandurra.
Abbassare la recidiva
«Una volta superata l’emergenza, bisognerà ragionare su come fare per mettere il sistema in condizioni di fare quello che prevede la legge: un carcere che garantisce percorsi di reinserimento, dove non c’è una recidiva del 70%, dove le persone che escono stanno meglio di quando sono entrate. Questa è “l’agenda del giorno dopo”. Al momento l’unica misura possibile è un provvedimento straordinario. Poi si può ragionare della costruzione di nuove carceri, che sarà significativa per i detenuti del 2035. Ma sono anche scettico sui nuovi istituti: se la recidiva è del 70%, è il sistema che non funziona, bisogna cercare di farlo funzionare. Abbassare la recidiva significa creare una società più sicura per tutti i cittadini, si tratta di reati di cui siamo vittime tutti noi. Bisogna investire su programmi di reinserimento, su percorsi che funzionano. Se si fa questo, non c’è neanche più bisogno di più posti detentivi perché si hanno meno detenuti».
80 suicidi nel 2025
Sempre molto critici i dati sulle morti: 241 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 80 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, aggiornato al 31 dicembre. «La popolazione detenuta è molto fragile, quando è in libertà spesso sta per strada, ha molto disagio psichico, sono persone che non si sono prese cura della propria salute, che non avevano accesso ai servizi sanitari. A questo bisogna aggiungere che il carcere non è in grado di farsi carico della fragilità delle persone, della loro domanda di salute. L’assistenza sanitaria in carcere è peggio che fuori: c’è una popolazione particolarmente bisognosa con un servizio molto scarso, quei numeri sono il risultato. E sono molto alti rispetto anche a quando negli istituti erano presenti più detenuti rispetto ad oggi».
Ad esempio, quando con la sentenza “Causa Torreggiani e altri contro l’Italia” la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò il nostro paese (era l’8 gennaio 2013), nel 2012 c’erano state 153 morti tra i detenuti (56 suicidi e 97 “Altre cause” di morte, sempre secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti), ma in quell’anno le persone ristrette erano circa 67mila. «Quello di oggi è un momento particolarmente grave del sistema penitenziario, al di là del sovraffollamento, che ovviamente non aiuta».
Oltre 180 detenuti in più al mese
L’aumento dei detenuti è costante, pari a oltre 180 persone in più ogni mese. «Eppure, questo incremento non può essere spiegato con un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%. A crescere non è dunque la criminalità», sottolinea Scandurra, «ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità».
Sovraffollamento fino al 247%
Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. In alcune carceri si toccano livelli di sovraffollamento che ricordano le condizioni che portarono l’Italia alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo: a Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Monbello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%.
A Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Monbello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%
«Ancora più preoccupante è la situazione negli istituti penali per minorenni – ipm. Il Decreto Caivano ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150% di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa. Sempre più spesso», continua, «ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni negli ipm, vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. Una dinamica che, se così non fosse, avrebbe peraltro provocato un tasso di affollamento ben superiore negli ipm».
Quasi un istituto su due ha problemi con l’acqua calda
Se si guarda alle condizioni materiali degli istituti – come Antigone fa attraverso il suo monitoraggio indipendente che conduce dal 1998 – si capisce quanto il momento sia complicato. «Nel 10% degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda. Oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà.
Nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative
Le carenze strutturali riguardano anche gli spazi di vita e trattamento: nell’8,5% degli istituti non esistono spazi per la socialità, nell’8,6% mancano ambienti dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, e nel 31% non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. Una situazione aggravata dal sovraffollamento che ha portato alcune carceri a trasformare spazi di socialità o per attività in celle di pernotto.
Grave carenza di personale e alti eventi critici
Sempre dai dati delle visite di Antigone emerge come solo il 77,5% degli istituti ha un direttore con incarico esclusivo, negli altri casi la direzione è condivisa tra più carceri, con innegabili ricadute sulla qualità della gestione. «In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili: a Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e 180 per educatore», dice Scandurra. Restano altissimi anche gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentativi di suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute.
L’8,9% dei detenuti ha una diagnosi psichiatrica grave
«La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20% assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici», continua Scandurra. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto».
Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto
Alessio Scandurra, responsabile Osservatorio di Antigone
Inoltre, c’è una grave carenza di personale medico, «oggi in Italia i medici stanno diventando una “merce rara” in generale, quando c’è tanta domanda per la propria professionalità in carcere non ci si va, si preferisce lavorare altrove. Soprattutto nelle regioni del nord Italia non si riescono a coprire i posti per il personale medico, capita che si facciano i bandi e non si presenti nessuno. Oppure si propongono ragazzi molto giovani che, dopo sei mesi, lasciano i posti di lavoro».
Solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni
Lavoro, formazione e istruzione in carcere «restano largamente marginali. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30% delle persone detenute, mentre solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta la scuola il 30,4% dei presenti, ma solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. Strumenti che dovrebbero essere centrali nel reinserimento sociale diventano invece eccezioni», continua Scandurra. «Tutto questo avviene nonostante il 38% delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva».

La campagna di Antigone
Antigone ha lanciato la campagna Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale, partendo dai quasi 6mila ricorsi che i Tribunali di sorveglianza hanno accolto solo nel 2024, di altrettante persone detenute, sottoposte a trattamenti inumani o degradanti, riconoscendo alle stesse un indennizzo economico. Insieme alla campagna è stata promossa una petizione, per chiedere urgenti e non più prorogabili riforme: «Chiediamo al Governo e al Parlamento di intervenire subito con una nuova stagione di riforme per garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani».
Nella foto di apertura, di Guido Calamosca/ LaPresse, l’esterno del Carcere della Dozza a Bologna.
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