Lavoro sociale
Carcere, il suicidio di un educatore ci interroga tutti
Un educatore si è suicidato nella casa circondariale di Cremona. Il fatto riaccende una luce sulle grandi difficoltà di questo lavoro, a forte rischio burnout. Davide Longhi (Sol.co Cremona): «La cura di chi cura, in un ambiente come il carcere, diventa ancora più importante». Ulderico Maggi (Comunità di Sant'Egidio): «Il lavoro di educatore in carcere comporta uno stress emotivo altissimo, oltre il burnout». Sonia Caronni (Cnca): «Del burnout degli educatori si ha contezza, ma non si prevedono interventi. Per esempio per i funzionari giuridico-pedagogici non è prevista supervisione».
Un educatore si è tolto la vita nella casa circondariale di Cremona. È il quarto caso di operatori penitenziari che si sono uccisi da inizio anno: due erano appartenenti alla polizia penitenziaria e due impiegati delle funzioni centrali. Ad essi si sommano i suicidi di 72 persone detenute (dati del dossier “Morire di carcere” di Ristretti orizzonti, aggiornati al 21 novembre 2025). Un fatto drammatico che spinge a riflettere intorno alle condizioni del lavoro di educatore in carcere e del rischio del burnout. Ne abbiamo parlato con Davide Longhi, presidente del consorzio Sol.co Cremona, Sonia Caronni, referente nazionale del gruppo Esecuzione pena del Coordinamento nazionale comunità accoglienti – Cnca e Ulderico Maggi, membro della Comunità di Sant’Egidio Milano e consulente pedagogico.
«Come operatori del consorzio, abbiamo lavorato per 15 anni con la persona che si è tolta la vita in carcere. Come potrete immaginare, siamo molto sofferenti e profondamente colpiti da questo gesto disperato», dice Davide Longhi, presidente del consorzio Sol.co Cremona, che con tre cooperative porta avanti delle attività sia di tipo socioeducativo sia di inserimento lavorativo all’interno della casa circondariale di Cremona.
La cura di chi cura, in un ambiente come il carcere, diventa ancora più importante. Le persone non possono essere lasciate da sole
Davide Longhi, presidente del consorzio Sol.co Cremona
«Le nostre organizzazioni hanno iniziato a lavorare in carcere in maniera continuativa dal 2010, grazie ad una rete tra pubblico e privato che vede come capofila il comune di Cremona. Come sistema Sol.co ci occupiamo del rapporto tra carcere e territorio, ad esempio, attraverso gli agenti di rete e il case manager, figure professionali che operano in Lombardia per favorire il reinserimento sociale dei detenuti, fungendo da “ponte” tra la realtà carceraria e quella esterna. Sono operatori, che lavorano in stretta sinergia con l’area trattamentale e con tutte le aree del carcere in generale», continua Longhi.
Il ruolo fondamentale dell’area trattamentale
«Come sistema territoriale offriamo un servizio essenziale che potenzia le attività istituzionali portate avanti dalla casa circondariale. Il nostro lavoro è efficace nella misura in cui è sinergico con l’attività con tutte le aree del carcere, soprattutto quelle della polizia penitenziaria e dell’area trattamentale sono le basi del lavoro di prossimità con i detenuti: sono le due aree più preziose per noi, i collaboratori più importanti», prosegue. «Per noi l’area trattamentale ha un ruolo fondamentale, le persone che ci lavorano sono quelle con cui ci confrontiamo quotidianamente, con cui si definiscono gli obiettivi su cui lavorare, quindi dei percorsi anche di tipo territoriale. Per questo la notizia del suicidio dell’educatore ci ha particolarmente scosso».
Il carico di lavoro molto alto
Tra le criticità maggiori del lavoro di educatore in carcere «segnaliamo sicuramente il rapporto tra le risorse a disposizione e le persone presenti, quindi tra il numero di educatori e quello dei detenuti all’interno degli istituti. La stessa criticità c’è tra il numero degli agenti e il numero dei ristretti. Questo crea un rapporto matematico che non dice tutto, non ci si può fermare a quello. Ma sicuramente il carico di lavoro che un educatore ha rispetto alla popolazione detenuta è molto alto», dice Longhi.
613 detenuti per una capienza di 394 posti
Se prendiamo i numeri forniti dal sito del ministero della Giustizia, (aggiornati al 25 novembre 2025), relativi alla casa circondariale di Cremona, per una capienza di 394 posti regolamentari sono presenti 613 detenuti, gli educatori che ci lavorano sono sei, numero che combacia con quelli previsti. «Il numero proporzionale è evidente, c’è un educatore per circa 100 ristretti», continua Longhi. «È un problema strutturale di molti istituti di pena italiani, non solo di Cremona. Quella degli educatori è un’area trattamentale sottostimata rispetto ai reali fabbisogni della popolazione detenuta».
C’è un educatore per circa 100 ristretti. È un problema strutturale di molti istituti di pena italiani, non solo di Cremona. Quella degli educatori è un’area trattamentale sottostimata rispetto ai reali fabbisogni della popolazione detenuta
Davide Longhi, presidente del consorzio Sol.co Cremona
Sbilanciamento tra popolazione e risorse
I detenuti «sono persone molto più complesse rispetto al passato, in particolare penso alla popolazione migrante appena arrivata in Italia, che non parla neanche la lingua e con cui è difficile entrare in relazione, e alle fragilità legate alla salute mentale e all’abuso di sostanze. Queste complessità», prosegue, «comportano il fatto che l’educatore non può agire in autonomia, ma deve collegarsi a tutta una serie di servizi specialistici che sono presenti all’interno del carcere, come l’unità organizzativa dell’area sanitaria e l’area della psichiatria e della salute mentale. Tutti i servizi in carcere si scontrano con questo sbilanciamento tra il bisogno che presenta la popolazione e le risorse a disposizione».
Sfide sempre più grandi
«Il lavoro di educatore è a forte stress emotivo. In carcere, e non solo, sono tante le difficoltà di chi fa un lavoro di cura a 360 gradi. In un istituto di pena chi cura si trova a dover affrontare sfide sempre più grandi, che assumono anche una complessità che richiede l’intervento di altre professionalità, attraverso un lavoro di rete con enti, organizzazioni anche con culture diverse che devono mettere al centro la cura», prosegue Longhi. «La cura di chi cura, in un ambiente come il carcere, diventa ancora più importante e le persone non possono essere lasciate da sole. Bisogna capire, anche a livello di società, che chi fa questo lavoro di cura ha bisogno a sua volta di una costante cura. Non bisogna parlare di svantaggi, certificati o meno, ma di vulnerabilità, che riguarda un po’ tutti».
Di fronte ad una vicenda drammatica come quella accaduta nel carcere di Cremona, al di là del fatto specifico, pertanto, «la domanda che dovremmo porci è: come possiamo, a livello di sistema nazionale, rendere l’ambiente del carcere migliore per chi ci lavora? Sia operatori ministeriali, che privati che volontari. Dall’altra parte, la riflessione è anche quella di come accompagnare chi cura. Dobbiamo rimettere al centro il tema del valore del lavoro di cura, l’attenzione che la società dovrebbe porre a chi fa questo lavoro. A maggior ragione in carcere, che è un ambiente dove per struttura le dimensioni educative e la sicurezza devono sempre trovare degli equilibri».
La domanda da porci è come possiamo rendere l’ambiente del carcere migliore per chi ci lavora? Sia operatori ministeriali, che privati che volontari. Dall’altra parte, la riflessione è anche quella di come accompagnare chi cura
Davide Longhi, presidente del consorzio Sol.co Cremona
Il fallimento dell’esecuzione della pena
La notizia del suicidio dell’educatore nella casa circondariale di Cremona «segna il fallimento dell’esecuzione della pena interna, perché nel momento in cui il malessere arriva ad un funzionario giuridico-pedagogico, occorre una revisione chiara del sistema di esecuzione della pena interno al carcere. È un sistema malato, in questo momento, che colpisce chiunque, anche chi è più esterno e ci lavora per tanto tempo all’interno», dice Sonia Caronni, referente nazionale del gruppo Esecuzione pena del Coordinamento nazionale comunità accoglienti – Cnca.
Un lavoro in totale solitudine
«Il lavoro del funzionario giuridico pedagogico è un lavoro svolto in totale solitudine, in un momento in cui l’attenzione alle persone ristrette è bassissima, in cui le persone detenute si stanno uccidendo all’interno del carcere. Uso questa parola forte perché non si tratta solo di situazioni di suicidio, si tratta di etero e autolesionismo all’ordine del giorno, sono tantissimi i casi», prosegue Caronni. «Io seguo la supervisione degli agenti di rete, figura che affianca i funzionari giuridico-pedagogici che lavorano nei vari istituti di pena. In questo momento si è tornati a morire di carcere, come lo si faceva prima della legge Gozzini. Rivolte, principi di rivolte e risse vengono gestiti in totale solitudine. I funzionari giuridico-pedagogici in Italia non hanno una supervisione, il ministero per questa professione non la garantisce».
I funzionari giuridico-pedagogici in Italia non hanno una supervisione, il ministero per questa professione non la garantisce. Del burnout degli educatori si ha contezza, ma non si prevedono interventi a livello ministeriale
Sonia Caronni, referente nazionale del gruppo Esecuzione pena del Cnca
«Il burnout è da copione»
«Riuscire a tenere assieme i bisogni dei detenuti, che in questo momento non ricevono attenzioni da parte dello Stato, i bisogni della sicurezza, quelli della direzione è molto complicato, non si riesce a rispondere a tutti i bisogni. Ad un certo punto, il burnout è da copione», continua Caronni. «Di questo burnout degli educatori si ha contezza, ma non si prevedono interventi a livello ministeriale. Sono previsti interventi solo a livello di aumento dei numeri degli agenti di polizia penitenziaria e dei corpi speciali come il Gruppo di intervento operativo – Gio, ma non si prevedono né interventi di sostegno attraverso delle supervisioni ai funzionari giuridico-pedagogici, né un aumento del numero dei funzionari giuridico-pedagogici, di fronte ad un aumento costante della popolazione ristretta».
Una situazione di malessere cronico
«In carcere siamo di fronte a una situazione di malessere diffuso, generalizzato, direi cronico, che non può che riflettersi sulla vita delle persone all’interno. È un sistema che è malato», afferma Ulderico Maggi, Comunità di Sant’Egidio Milano e consulente pedagogico. «Il disagio generalizzato nella vita dei detenuti e degli operatori è immediato quando si diminuiscono le possibilità e le potenzialità, costruite in anni di lavoro difficilissimo, di relazione tra l’interno e l’esterno. Mi riferisco anche alla circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a firma Ernesto Napolillo dello scorso 21 ottobre (che centralizza in capo al Dap le attività trattamentali in tutti gli istituti in cui sia presente l’alta sicurezza, ndr)».
Il lavoro di educatore in carcere comporta uno stress emotivo altissimo, decisamente oltre il burnout
Ulderico Maggi, Comunità di Sant’Egidio Milano e consulente pedagogico
Forte senso di frustrazione
«Non voglio dire che questo suicidio sia collegato alla circolare, ovviamente, ma voglio sottolineare che l’inasprimento dei regolamenti o delle disposizioni che arrivano dal Dap interagiscono in modo pesante con le attività trattamentali, che sono un nodo importante anche a livello costituzionale del nostro sistema penitenziario», dice Maggi. «Limitare, impedire o rendere difficili le possibilità di agire azioni trattamentali dall’esterno verso l’interno, rende sempre più stretto il perimetro di azione di chi lavora con gli interventi di carattere trattamentale. Questa chiusura provoca forti sensi di frustrazione negli operatori».
Oltre il burnout
Il lavoro di educatore in carcere comporta uno stress emotivo altissimo, decisamente oltre il burnout. Di fronte agli atti di autolesionismo dei detenuti, gli operatori che lavorano negli istituti di pena non hanno risposte o hanno degli strumenti sempre più “spuntati”. Lo dico da consulente pedagogico, le attività in carcere permettono di introdurre un po’ di ossigeno. La detenzione deve avere un valore rieducativo: il detenuto non si rieduca da solo, il carcere di per sé non rieduca», prosegue Maggi.
«La figura educativa è centrale, dal punto di vista costituzionale, nella detenzione di una persona: in carcere c’è una parte giuridica e un’altra pedagogica e rieducativa. L’educatore non può che lavorare sulla relazione, che ha bisogno di tempo. E ci sono delle fasi della detenzione in cui l’intervento educativo deve essere forte e significativo. Ho conosciuto educatori bravissimi, che però si trovano ad avere a che fare con troppe incombenze burocratiche».
Foto di Hédi Benyounes su Unsplash
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