Presa diretta da Muggia

Cari giornalisti, a chi serve la pornografia della violenza?

Veronica Rossi, giornalista di VITA, vive a Muggia. Proprio dove una mamma, nei giorni scorsi, ha ucciso il proprio bambino di nove anni. «Di fronte a questa pornografia della violenza, mi vergogno di dire di fare il mio mestiere», ammette. E lancia un appello alla responsabilità, soprattutto verso i coetanei del bambino ucciso: «Qualcuno ha pensato agli effetti che una cronaca minuziosa degli ultimi minuti del loro amico possa avere su di loro? Io ho visto le loro lacrime e i loro sguardi terrorizzati. Ho sentito gli interrogativi, le domande, lo smarrimento»

di Veronica Rossi

Sono una giornalista, abito a Muggia, in provincia di Trieste. E in questi giorni ho qualche remora a dire che lavoro faccio, perché come cantava Francesco Guccini in Addio «per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere».

La cittadina rivierasca in cui vivo è stata nei giorni scorsi al centro dell’attenzione della cronaca, anche nazionale, a causa del tragico omicidio di un bimbo di nove anni da parte della mamma. Un dramma terribile che, come mi ha spiegato Peppe Dell’Acqua, psichiatra che a Trieste ha lavorato sulla deistituzionalizzazione, racconta di solitudine, disuguaglianze sociali, marginalizzazione. Una vicenda complessa e dolorosa, che ha scioccato un’intera comunità.

E, in questo, il giornalismo ha un ruolo importante. Perché per giorni e giorni, colleghi hanno gravitato intorno al piccolo centro della cittadina. Hanno sviscerato la vita delle persone coinvolte, hanno pubblicato foto personali, immagini del bambino, della madre, dei bigliettini che scriveva il piccolo, i lividi al collo risalenti a una precedente aggressione. Soprattutto, dettagli macabri e raccapriccianti, con descrizioni degne dei più violenti film di Quentin Tarantino.

A chi serve questa “pornografia della violenza”? Aiuta quelli che rimangono a sentirsi meglio? È una questione di interesse pubblico, certo, ma questo basta a passare sopra al diritto alla privacy? Non voglio dare le risposte, mi paiono scontate. Come mi pare scontato che il vero motivo per cui si racconta anche quello che il rispetto e la decenza ci impedirebbero di divulgare è attirare lettori, click, visualizzazioni. Perché – lo sappiamo fin troppo bene – l’editoria è in crisi e bisogna aggiudicarsi una fetta di pubblico a ogni costo, per rimanere a galla.

Molti anni fa, ho letto un libro di Jonathan Safran Foer, l’autore di origine ebraica di Ogni cosa è illuminata, che parlava della sua scelta di diventare vegano. Raccontava di un episodio della vita della nonna, che si era rifiutata di mangiare cibo non kosher che le era stato offerto mentre fuggiva dall’Olocausto. «Se niente importa, non c’è niente da salvare», aveva detto. Questa frase mi è rimasta in mente, perché è semplice e vera. Il nostro lavoro è importante, è fondamentale, serve a mettere in luce la complessità del mondo, a scoprire ingiustizie, a informare, risvegliare coscienze, a far pensare che esistono alternative percorribili. A volte serve semplicemente a divertire, a intrattenere. Se però ci dimentichiamo i valori che dovrebbero guidarci, cosa diventiamo? Chi siamo? Avvoltoi che banchettano sul dolore altrui? Non ho scelto di fare la giornalista per i soldi. La sostenibilità economica è importante, ma non al prezzo di svendere la morale e le regole deontologiche che noi stessi ci siamo dati.

«Negli altri casi di minorenni deceduti, se il giornalista pubblica immagini o filmati ne rispetta la dignità e la memoria, osservando i principi di continenza ed essenzialità», dice la Carta di Treviso, il documento adottato dall’Ordine per fissare le regole deontologiche che riguardano i minori. Sono certa che molte delle descrizioni del delitto che ho letto si discostino in maniera abbastanza evidente dal concetto di «essenzialità».

Se parliamo di tutela dei minorenni, poi, non possiamo non pensare a quelli che restano. Dei bambini che quel loro compagno che oggi non c’è più lo conoscevano, hanno condiviso con lui la classe, gli spazi, le partite di calcio e i giochi nella piazza pedonale. Qualche collega si è forse interrogato sull’effetto che una cronaca minuziosa degli ultimi minuti del loro amico possa avere su di loro? Io ho visto le loro lacrime e i loro sguardi terrorizzati. Ho sentito gli interrogativi, le domande, lo smarrimento. Poniamo poi che un bambino sia stato anche lui allontanato dai genitori perché violenti: come pensiamo che lo possa far sentire la comunicazione a reti unificate di quello che è capitato a un coetaneo, che percepisce simile?

È un dolore grande quello che le parole possono provocare. Il gioco, qui, non vale la candela. Qualche lettore in più non giustifica il sacrificio che imponiamo, senza chiederne il permesso. Siamo giornalisti, abbiamo una responsabilità. Ricordiamocelo.

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