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Chi c’è dietro il 1522. Le donne di un Centro antiviolenza si raccontano

VITA ha passato un pomeriggio al Cav Ersilia Bronzini di Fondazione Asilo Mariuccia. In questo appartamento di Milano, le operatrici accolgono le vittime che accettano di fare un percorso, di essere aiutate a uscire dalla violenza e riprendersi la propria autonomia. «Purtroppo ci sono tante che chiamano e poi rinunciano all’aiuto, a volte è frustrante», ammette la responsabile dei servizi antiviolenza. «La chiamata è un punto di partenza, ma non sempre rappresenta nell'immediato un punto di svolta»

di Antonietta Nembri

L’appartamento al piano rialzato di un condominio milanese è silenzioso. Le stanze hanno dei colori chiari, le nuance sono state studiate per trasmettere buone sensazioni. Siamo al Centro antiviolenza – Cav aperto poco più di un anno fa da Fondazione Asilo Mariuccia in via Pacini a Milano.

Ad accoglierci Mariadele, la responsabile dei servizi antiviolenza. Oggi con lei ci sono Camilla, assistente sociale; Angela, terapeuta e psicologa e Giulia, un’operatrice di accoglienza, laureanda in giurisprudenza che questo luogo l’ha conosciuto con la leva civica.

Al Cav, intitolato alla fondatrice di Asilo Mariuccia, Ersilia Bronzini, accedono le donne che chiedono di iniziare un percorso, che esplicitano la loro richiesta di aiuto.

Anonimato e segretezza

«Noi non possiamo sostituirci a loro, qui garantiamo anonimato e segretezza, le accogliamo, forniamo un supporto psicologico, una guida ai servizi del territorio, le possiamo sostenere anche con la formazione e il lavoro», spiega Mariadele.

Sulla scrivania c’è un telefono cellulare. È quello su cui arrivano le telefonate che vengono smistate dal numero antiviolenza 1522. «Siamo attive come Cav 7 giorni su 7 h 24. Le telefonate possono arrivare da ogni parte d’Italia».

Un mondo strettamente femminile

Ma come funziona? Quali sono i passi? «Le donne che chiamano a volte non esplicitano una richiesta d’aiuto, raccontano quello che sta accadendo. Io posso dire loro che quella che subiscono è violenza, ma alla fine capita che mi rispondano “Grazie” e salutino. La chiamata è un punto di partenza, ma non sempre rappresenta nell’immediato un punto di svolta» racconta Mariadele.

Il compito delle operatrici –quello dei Centri antiviolenza è un mondo strettamente femminile – è anche di aiutare a «dare un nome a quello che accade, a quello che subiscono», continua la responsabile. «Chiamano donne che si sentono in colpa, che minimizzano…». L’invito che viene rivolto a chi accetta di iniziare un percorso è di vedersi di persona, perché «c’è tutto il linguaggio non verbale che possiamo leggere e che al telefono sfugge completamente. Ma non è facile. Noi mettiamo “un semino” durante i colloqui telefonici. Le storie più belle sono quelle in cui sono le donne che decidono di dare una svolta alla loro vita. Non siamo noi a decidere per loro, noi siamo qui solo per dare loro gli strumenti e la consapevolezza».

«A volte ci sentiamo impotenti»

Quando una donna realizza di essere stata vittima di violenze, fisiche, mentali, psicologiche ed economiche e trova la forza di denunciare le operatrici sono lo strumento per iniziare un nuovo percorso. Purtroppo, però ci sono «anche le storie delle donne che non vediamo più, che non hanno una famiglia d’appoggio per sfuggire alla loro condizione, che temono di perdere i figli. Ci chiamano e ci dicono “non posso uscire di casa…”. È allora che ci sentiamo impotenti».

Le donne che fisicamente accedono al Cav per i colloqui sono in media 4,5 al giorno. 

All’ingresso il quadro simbolo del Cav

Se le operatrici non nascondono la fatica emotiva di fronte a donne che decidono di non uscire dalla loro condizione, dall’altro lato sono consapevoli che l’uscita dalla condizione di vittima è un lungo percorso. A colpire sono le storie di alcune under 30.

Under 30 e relazioni tossiche

Sono loro le principali vittime di relazioni tossiche a livello psicologico «sono ragazze che subiscono un vero controllo, non ritengono sbagliato farsi geolocalizzare. Non sanno leggere i segnali, ma allo stesso tempo per fortuna sono più attente alle politiche di sensibilizzazione», spiega ancora Mariadele che rivela: «Non sono rare le giovani che arrivano qui accompagnate dalle amiche che hanno saputo cogliere i segnali che le protagoniste della violenza non hanno colto».

Mariadele, la responsabile dei servizi antiviolenza di Fondazione Asilo Mariuccia

Mentre parliamo suona il campanello. Una donna ha un colloquio con la psicologa. Non passano dieci minuti e il campanello suona di nuovo, questa volta ad aprire è Camilla, l’assistente sociale che si ritira nella sua stanza con una giovane. A rimanere vuota è la stanza con i giochi: «Quando le donne vengono qui accompagnate dai figli, mentre le madri sono a colloquio una di noi li fa giocare…», spiega Mariadele.

Giulia, la giovane laureanda in giurisprudenza, ci racconta di come il suo impegno al Centro antiviolenza l’abbia aiutata a trovare la sua vocazione: «vorrei fare l’avvocato», dice. «Prima non ne ero sicura, ma stando qui mi sono resa conto che il lavoro da fare per queste donne è davvero tanto». Nel frattempo, la responsabile si è allontanata, è suonato il telefono.

La stanza dei giochi, mentre le mamme parlano con le operatrici è qui che vengono accolti i figli

«Quando si avvicina il 25 novembre o ci sono casi che fanno più notizia sui giornali, le telefonate aumentano, ci sono donne che si riconoscono nelle cronache e la paura le spinge a chiamare», osserva Mariadele.

L’accompagnamento al lavoro e all’autonomia

Camilla, l’assistente sociale ha finito il suo colloquio. La donna dopo i saluti se ne va veloce. «Uno dei nostri compiti è quello di accompagnare le donne verso la loro autonomia. Noi proponiamo un percorso lavorativo o di formazione. Ci sono quelle che hanno smesso di lavorare, altre che hanno bisogno di cominciare da capo come imparare la lingua e chi deve solo puntare a una specializzazione».

Grazie ad alcuni partner tra cui Fondazione Welfare Ambrosiano, Rete italiana microfinanza, le cooperative sociali Bes ed Eureka, Fondazione Asilo Mariuccia ha messo in pista il progetto Electra, un progetto per l’empowerment, il lavoro e l’educazione: «È un progetto che vale per tutte le donne, sia per quelle che escono dal ciclo della violenza sia per quelle che puntano a una loro autonomia», spiega ancora l’assistente sociale.

Il valore della rete

Accompagnare le donne fuori dal circuito della violenza è un compito fatto di piccoli passi: «Ogni passo», conclude Mariadele, «nasce dal coraggio di ogni singola donna che si rivolge a noi e dalla forza di una rete». La rete è quella dei Cav, ma anche quella costruita da Fondazione Asilo Mariuccia, con le sue due case segrete e con i centri mamma-bambino. 

In apertura photo by Molly Blackbird on Unsplash Le immagini nell’articolo sono dell’autrice

Il numero 1522 è un servizio gratuito attivo 24 ore su 24 per le vittime di violenza e stalking. Chiama il 1522 se hai bisogno di aiuto o anche solo di un consiglio: è garantito l’anonimato. È possibile anche chattare con le operatrici tramite il sito web o l’app del servizio. 

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