Fundraising
Chiara Ferragni, il non profit e la pena del sospetto permanente
Un tribunale decide se sei colpevole, ma il pubblico decide se sei credibile. La vicenda del "Pandoro-gate", chiusasi con il non luogo a procedere per Chiara Ferragni, per un fundraiser non è gossip: è un caso di scuola su come si rompe (e come si gestisce male) il patto di fiducia quando si mette la beneficenza dentro una macchina commerciale
Provo empatia per Chiara Ferragni. Non per dire “poverina” o perché mi interessi la sua vicenda personale. Ma perché vedo una cosa che nel nostro mestiere è chiarissima: puoi anche uscire dal penale, ma se hai perso la fiducia del pubblico sei già stato condannato. E quella condanna non ha appello.
Mettiamo subito i paletti, perché su questo tema si stanno raccontando mezze verità. Il punto non è che “Ferragni è stata assolta, quindi era tutto ok”. La decisione dei giudici è tecnica: esclusa l’aggravante, la truffa “semplice” diventa perseguibile solo su querela e, con il ritiro/decadenza della querela (l’aveva presentata il Codacons), il giudice dichiara il “non luogo a procedere”. Non è un “il fatto non sussiste” scolpito nella pietra: è l’esito di una procedura.
E infatti l’altra metà della storia è che, anche prima di questa udienza, il danno era già stato pagato in una valuta molto più cara: reputazione e lavoro. Ricordate la sanzione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e, soprattutto, la valanga di polemiche e contratti saltati.
Ora, se sei un fundraiser, questa roba non è gossip. È un caso di scuola su come si rompe (e come si gestisce male) il patto di fiducia quando metti la beneficenza dentro una macchina commerciale. Il “Pandoro Pink Christmas” e le uova di Pasqua erano prodotti venduti con una narrativa solidale: “Comprandoli, fai del bene”. Il nodo, riportato dall’Agcm, è che ai consumatori veniva fatto intendere che l’acquisto avrebbe contribuito alla donazione per l’Ospedale Regina Margherita; invece la donazione (50mila euro) risultava già fatta prima, da Balocco, e non era legata alle vendite come il pubblico poteva credere. Non serve essere giuristi per capire la frizione: non è questione di cavilli, è questione di percezione della promessa.
Non chiamatelo “errore”
Qui entra la parte che non posso edulcorare: smettiamola di chiamarlo “errore”. L’errore è quando sbagli una data su una newsletter. Qui parliamo di una scelta di comunicazione e di posizionamento: usare il linguaggio della causa (che attiva fiducia e senso di partecipazione) per spingere un prodotto. Può essere legittimo, certo. Ma allora devi essere maniacale sui dettagli, perché stai usando una cosa delicata: il credito morale degli altri.
Il punto che molti non vogliono vedere è questo: la reputazione non è un premio che ti danno se sei simpatico. È un asset operativo. Serve a far funzionare il business, serve a far funzionare una non profit, serve a far funzionare una partnership. Quando salta, non salta “l’immagine”. Saltano i numeri. Saltano i partner. Saltano le opportunità.
Chiara Ferragni, a prescindere dal processo, ha pagato una cosa che in Italia non perdoniamo: essere diventata il simbolo di una furbizia percepita come “sfruttamento della beneficenza”
E qui torna l’empatia. Perché Ferragni, a prescindere dal processo, ha pagato una cosa che in Italia non perdoniamo: essere diventata il simbolo di una furbizia percepita come “sfruttamento della beneficenza”. E quando sei quel simbolo, qualunque cosa tu faccia dopo viene letta attraverso il filtro “ci sarà sotto una fregatura”. È il famoso punto di non ritorno: non importa più cosa dici, importa cosa la gente pensa che tu stia cercando di fare.
Dopo lo scandalo, Ferragni ha parlato di “errore di comunicazione” e sono arrivate cifre importanti di risarcimento/donazione in contesti collegati (oltre alle sanzioni amministrative). Anche qui: non mi interessa fare il moralista. Mi interessa il meccanismo. Quando il danno è reputazionale, la riparazione non è “spiegare meglio”. La riparazione è dimostrare, con fatti e trasparenza, che hai capito dove si è rotto il patto.
La lezione pratica per il fundraising: non puoi delegare la fiducia al marketing
E adesso guardiamola dal lato non profit, che è quello che mi interessa davvero. Le campagne “cause-related” hanno un rischio strutturale: la non profit prende il lato “pulito” della storia (il bisogno, i bambini, l’ospedale, l’autismo), mentre la parte commerciale si prende il lato “sporco” (prezzi, margini, influencer, contratti). Finché va bene, tutti sorridono. Quando va male, la non profit viene trascinata nel fango anche se ha fatto tutto correttamente, perché il pubblico non distingue: vede “beneficenza + soldi + famoso” e decide che qualcuno lo sta prendendo in giro.
Non puoi delegare la fiducia al marketing. La fiducia la governi. E governarla significa tre cose, molto concrete
Questa è la lezione pratica per chi fa fundraising e per chi firma partnership: non puoi delegare la fiducia al marketing. La fiducia la governi. E governarla significa tre cose, molto concrete.
1. Promessa chiara e misurabile. Se dici che “comprando, aiuti”, devi scrivere (in modo leggibile, non in corpo 6) quanto va alla causa, quando, a chi, con quale meccanismo. E devi poterlo dimostrare senza arrampicarti sugli specchi. L’Agcm ha sanzionato proprio l’ambiguità percepita di quel messaggio.
2. Separazione netta tra storytelling e condizioni economiche. Se la donazione è fissa e non legata alle vendite, lo dici subito e lo ripeti. Perché il pubblico interpreta “edizione benefica” come “una parte va in donazione per ogni acquisto”. Se non è così, devi essere esplicito, altrimenti ti sei già infilato nel vicolo cieco.
3. Governance della partnership. La non profit deve smettere di essere “ospite riconoscente” e diventare controparte contrattuale adulta: controlla messaggi, controlla claim, controlla materiali, pretende report, pretende pubblicazione dei risultati. Perché quando scoppia la bomba, la non profit non ha la forza mediatica per difendersi.
La pena del sospetto permanente
Poi c’è la coda, che non è secondaria: i casi come questo spingono regolazione. La vicenda induce a un clima di maggiore attenzione su influencer marketing e comunicazione “solidale” (e alle conseguenze pubbliche e di settore). Non è un dettaglio: significa che, per colpa di pochi, il costo di compliance sale per tutti. E indovina chi lo paga? Non il grande brand. Lo pagano le non profit piccole, che già faticano a fare una campagna decente.
In altre parole, il tribunale decide se sei colpevole, ma il pubblico decide se sei credibile. E nel nostro lavoro la seconda sentenza pesa più della prima
Ecco perché dico che capisco l’empatia. Perché la “pena” più dura è quella che non finisce con un’udienza. È la pena del sospetto permanente. E quando ti capita, non ti salva l’autoassoluzione (“è stato un errore”), non ti salva neppure una pronuncia favorevole. Ti salva solo una cosa: ricostruire credibilità nel tempo, con disciplina e trasparenza.
In altre parole, il tribunale decide se sei colpevole, ma il pubblico decide se sei credibile. E nel nostro lavoro la seconda sentenza pesa più della prima.
In apertura, foto di Claudio Furlan/LaPresse
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