Verso Cop30
Cina, è il popolo che ha voluto la transizione ecologica
A Pechino sono scomparse le auto a benzina e diesel. Circolano solo mezzi elettrici ed è pieno di alberi. Solo quindici anni fa, ricorda la sinologa Giada Messetti, l'aria nella metropoli era così inquinata che respirarla equivaleva a fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Oggi la rivoluzione verde del dragone punta anche all’autosufficienza in campo energetico. Ed è la Cina a guidare la transizione ecologica a livello mondiale. Alla Cop30 farà sentire la sua voce, e quella dei paesi in via di sviluppo
La Cina è il paese che emette più gas serra al mondo ma è anche leader indiscussa nella transizione ecologica. «L’anno scorso ha prodotto più energia solare ed eolica di tutti gli altri Stati messi insieme. Certo, non è ancora abbastanza, ma in dieci anni ha fatto un salto incredibile», spiega Giada Messetti, sinologa e autrice, quest’anno, del libro La Cina è un’aragosta, uscito per Mondadori. Come il crostaceo, che crescendo deve abbandonare il vecchio carapace e aspettare che se ne formi uno nuovo, anche il gigante asiatico sta vivendo oggi una fase di trasformazione radicale.

Per la prima volta, la Cina ha quantificato il proprio contributo alla lotta al cambiamento climatico. Per molto tempo, negava di dover assumere un impegno, perché sosteneva di avere il diritto di crescere, come lo avevano fatto gli Stati Uniti e l’Europa. Quale ruolo assumerà alla Conferenza sul clima di Belém in Brasile?
Avrà sicuramente un ruolo da protagonista, anche perché gli Usa hanno deciso di non inviare nessun funzionario di alto livello alla Cop30. Donald Trump, per la seconda volta, si è sfilato dall’Accordo di Parigi e nel suo Big beautiful bill c’è un ritorno massiccio al fossile, a una politica energetica anni Settanta. Il fatto è che gli Stati Uniti, come la Russia, hanno gas e petrolio. L’Ue e la Cina invece devono importare grandi quantità di risorse. Oggi la rivoluzione verde del dragone punta anche all’autosufficienza in campo energetico.
Il ruolo della Cina, però, rimane ambiguo…
È il più grande inquinatore del mondo, certo, ma le cose stanno cambiando. È una questione di business, di geopolitica, ma, soprattutto, la transizione ecologica nasce da una richiesta della popolazione. Noi pensiamo che, visto il partito unico, non ci sia una dialettica interna. In realtà, su certe tematiche, come ambiente e salute, chi governa non può permettersi di non ascoltare i cittadini. La svolta verde, infatti, è iniziata proprio quando i cinesi hanno preso coscienza del fatto che l’inquinamento è un danno per la salute. Si registravano milioni di morti all’anno, a causa della cattiva qualità dell’aria. Nella corsa sfrenata allo sviluppo economico, tra gli anni Ottanta e gli inizi del Duemila, la natura veniva sacrificata, non ci si preoccupava minimamente dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo. L’importante era crescere, per raggiungere gli Stati Uniti. Ma a un certo punto la popolazione ha cominciato a protestare contro le aziende che inquinavano e mettevano in pericolo la salute delle persone. I cinesi si arrabbiano, non sono miti e obbedienti come pensiamo noi. Il governo ha lasciato che manifestassero, perché non era una critica diretta al partito. Poi ha cavalcato la richiesta di un ambiente più sano, tanto che adesso è leader mondiale nella transizione ecologica.
La svolta verde in Cina è iniziata proprio quando la popolazione ha capito che l’inquinamento è un danno per la salute, e si è arrabbiata. I cinesi non sono così miti come pensiamo noi.
Ci fa un esempio della svolta verde cinese?
Nel giro di appena quattro anni, dal 2019 al 2023, a Pechino sono scomparse le auto a benzina e diesel. Ora circolano solo mezzi elettrici. Per capire come sia stato possibile, va fatta una premessa: i cinesi non sono liberi di comprare un’auto quando vogliono. Devono partecipare a una lotteria per poter “vincere” il diritto di comprare una targa. Se decidono di comprare un’auto elettrica, invece, non serve. È un insieme di fattori che facilita il cambiamento. Il primo è la velocità di un sistema a partito unico, che non si deve preoccupare del consenso elettorale e di negoziare alcune scelte. Ecco com’è stata possibile la rivoluzione verde. I cinesi ne sono contenti, perché hanno visto migliorare la loro qualità della vita. Quando vivevo a Pechino, quindici anni fa, iniziavo a tossire appena scendevo dall’aereo. Era come fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Parliamo di una metropoli con 22 milioni di abitanti, grande come il Lazio, con sei milioni di automobili in circolazione. Oggi, spesso, è meno inquinata di Milano.
Resta comunque il paese che emette più gas serra…
Sì, perché per passare a un nuovo sistema serve tempo. Ma la Cina sta bruciando le tappe. Si era data l’obiettivo di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030. Secondo alcuni analisti, lo ha già raggiunto quest’anno. Non basta, ma in dieci anni ha fatto un salto incredibile. Ciò che noi non consideriamo, inoltre, è che questa è anche una rivoluzione tecnologica, non solo energetica. Alla base ci sono i microchip, la robotica, l’intelligenza artificiale: la Cina investe in tecnologie che possono essere usate anche in altri campi, come quello militare o dell’esplorazione dello spazio. Costruire una strada alternativa al petrolio e al gas è una novità, un cambio radicale di paradigma. Per i cinesi è una questione di autosufficienza. Vogliono essere indipendenti dall’esterno perché sono consapevoli che, fuori dai loro confini, le “turbolenze”, come le chiamano, aumenteranno. La scena internazionale è destinata a essere sempre più divisa, con più muri e meno comunicazione.

Lei dice che noi non capiamo la Cina. Cosa, esattamente, ci sfugge?
Facciamo l’errore di ragionare con i nostri schemi mentali. La Cina è altro da noi, diversa, non in positivo o negativo, è un dato di fatto. Se non proviamo a metterci nei loro panni, è impossibile capire. Inoltre, noto che abbiamo un’idea preconcetta del paese e cerchiamo conferme invece di aprirci per comprendere. Chi è venuto a trovarmi o ci è andato, poi mi ha detto che non è come pensava. Da qui, non possiamo immaginare un paese che si basa su categorie diverse dalle nostre.
Tornando all’ambiente, un paese che è cambiato così velocemente, che rapporto ha con la conservazione della natura?
La Cina la sta riscoprendo adesso, dopo aver distrutto tutto. Le priorità, negli anni Ottanta e Novanta, erano altre, non si pensava alle conseguenze dello sviluppo. Da paese rurale, analfabeta, in via di sviluppo, dove un terzo della popolazione moriva di fame, il dragone è diventato la seconda potenza mondiale, capace di fare concorrenza agli Usa. Oggi i cinesi vivono soprattutto in città. La classe media negli anni Settanta non esisteva. In vent’anni è successo quello che da noi è accaduto in 150, 200 anni. Adesso che ci si rende conto che le città sono invivibili, c’è una riscoperta della natura. A Pechino ci sono alberi dappertutto, non per ragioni estetiche, ma pratiche: servono a ridurre l’inquinamento.
I cinesi sono più capaci di noi di accettare e volere il cambiamento?
Hanno dimostrato di essere molto più adattabili di noi. Pensate a cos’ha visto un cinese nato negli anni Cinquanta, a quante volte ha dovuto cambiare abitudini per stare al passo con gli stravolgimenti del paese. I cinesi avevano fame di diventare la seconda potenza mondiale e oggi sono orgogliosi di quello che hanno ottenuto, in poco tempo: 45 anni. Vedremo come andrà con le nuove generazioni. Stanno emergendo problemi di cui scrivo nel libro, come il fatto che vivere nelle grandi città sia diventato costosissimo e molti, soprattutto giovani, non se lo possono permettere.

È interessante che questo abbia portato a una tendenza di ritorno alla campagna, alle aree marginali…
Sì, alcuni giovani, dopo aver studiato nelle grandi città, come Pechino e Shanghai, preferiscono tornare nei luoghi d’origine e applicare quello che hanno imparato in ambito rurale. È un fenomeno caldeggiato dal governo, perché uno dei grossi problemi che deve affrontare oggi sono le disuguaglianze, e quelle maggiori sono tra città e campagna.
La Cina è attenta a ciò che succede all’interno dei propri confini. Non ha ambizioni imperialiste?
Ha creato un modello alternativo al nostro, che funziona per loro, ma sa che non sarebbe esportabile e adattabile ad altri contesti. La Cina ha consapevolezza della propria diversità. L’ambizione è semmai avere influenza geopolitica. Il multilateralismo cinese è diverso da quello occidentale, che vede alleanze tra simili: l’Occidente con altre democrazie, come se ci fossero paesi di serie A e altri di B. La Cina non considera il sistema politico degli altri paesi, fa affari con tutti. Fa paura perché è molto chiara sul fatto che pensa a sé stessa. Quando si muove fuori dai propri confini è evidente che lo fa per i propri fini.
Cosa ci possiamo aspettare dalla Cop30?
La Cina vedrà rafforzata la sua leadership nella transizione energetica. Si presenterà come alfiere di questa trasformazione soprattutto per i paesi in via di sviluppo. Si intensificherà il traffico sulla “Via della Seta green”, attraverso cui il dragone esporta pannelli solari, auto elettriche, turbine eoliche a prezzi accessibili, tali da rendere possibile la transizione ecologica anche nei paesi in via di sviluppo.
In apertura, Pechino, foto di zhang kaiyv su Unsplash
Cosa fa VITA?
Da 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci.