Innovazione

«Come la finanza a impatto può sostenere le popolazioni nelle crisi in Medio Oriente»

Myrna Atalla è stata la direttrice esecutiva di Alfanar Venture Philanthropy, la prima organizzazione di filantropia strategica nata nel mondo arabo. Sotto la sua guida, dal 2010 Alfanar ha promosso lo sviluppo di iniziative imprenditoriali focalizzate sull'istruzione infantile e l'emancipazione economica femminile. «La finanza crea indipendenza e rende le comunità capaci di innovare. I semplici progetti non bastano, c’è bisogno di un business plan per uscire dall’assistenzialismo»

di Anna Spena

Myrna Atalla ha un percorso accademico d’eccellenza: una laurea in relazioni internazionali alla Brown University e un doppio Master in Public Administration presso la Columbia University e la London School of Economics. Tra il 2004 e il 2008, ha gestito a Beirut i partenariati per il rafforzamento della società civile presso il National Democratic Institute for International Affairs. È stata direttrice esecutiva di Alfanar Venture Philanthropy, la prima organizzazione di filantropia strategica nata nel mondo arabo, fondata nel 2004. Sotto la guida di Myrna Atalla, l’organizzazione ha ampliato il suo raggio d’azione dall’Egitto al Libano, fino alla Giordania, affrontando crisi economiche, instabilità politica e disastri umanitari. Atalla sottolinea che la venture philanthropy introduce un cambiamento di paradigma. Mentre la filantropia tradizionale spesso si concentra sul sollievo immediato, Alfanar punta a costruire istituzioni resilienti. «Non si tratta solo di dare soldi», spiega Atalla, «si tratta di investire nel potenziale di un’organizzazione per renderla autosufficiente». Sotto la sua guida, dal 2010 Alfanar ha promosso lo sviluppo di iniziative imprenditoriali focalizzate sull’istruzione infantile e l’emancipazione economica femminile. Atalla ha esteso il raggio d’azione dell’organizzazione dall’Egitto verso Libia e Libano, sostenendo finora 202 imprese sociali, erogando 8,6 milioni di sterline e coinvolgendo oltre 468mila persone.

VITA l’ha incontrata al Social Enterprise Open Camp, l’iniziativa internazionale che ha riunito tra Torino e le Langhe i protagonisti mondiali dell’imprenditoria sociale e della finanza a impatto. L’edizione 2025, intitolata “Togetherness-Cultivating Systemic Change”, è stata promossa dalla Fondazione Opes-Lcef in collaborazione con il Consorzio Nazionale Cgm.

«I miei genitori sono libanesi, fuggiti allo scoppio della guerra civile nel 1975», racconta Atalla. «Sono nata nel Michigan e cresciuta in Florida, ma sono stata educata a mantenere un legame fortissimo con le mie origini, nonostante fosse impossibile tornare in Libano durante il conflitto». Atalla è rientrata a Beirut solo nel 2010 per lavorare nello sviluppo, ma l’esperienza sul campo le ha lasciato una profonda amarezza: «Provavo frustrazione: gran parte del lavoro era finanziato da organizzazioni internazionali instabili, che cambiavano priorità in base ai flussi di denaro. Questa precarietà mi ha spinta a studiare, alla London School of Economics, l’intersezione tra impatto sociale e sostenibilità finanziaria».

Da quel momento, la sua missione è diventata una sola: «Rendere l’impatto sociale responsabile verso i beneficiari, lavoratori, clienti, cittadini, e non solo verso i donatori. La finanza crea indipendenza e rende le comunità capaci di innovare. Sul campo ci sono persone straordinarie, ma mancava un finanziamento strategico basato su un business plan anziché su un semplice “progetto”. Odio questa parola perché è temporanea; noi sosteniamo una visione attraverso il capitale e il supporto gestionale».

Il modello di Alfanar si basa su tre pilastri: finanziamenti flessibili e pluriennali per fornire sovvenzioni che permettano alle imprese sociali di pianificare a lungo termine; supporto gestionale intensivo, Alfanar non è un investitore passivo e lavora fianco a fianco con i fondatori per migliorare la governance, la gestione finanziaria e la misurazione dell’impatto e misurazione dell’impatto, ovvero utilizzare dati rigorosi per dimostrare che il modello funziona e può essere scalato.


Nonostante le difficoltà croniche del Medio Oriente, Atalla invita a non cedere al disincanto: «Non dobbiamo voltare le spalle dall’altra parte. La finanza d’impatto può creare “sacche di flessibilità” vitali nelle crisi. A Gaza, ad esempio, si potrebbero finanziare imprese capaci di trasformare le macerie in materiali edili, come già accaduto in passato. Si tratta di co-finanziare, ridurre il rischio e sostenere una transizione giusta».

C’è però un problema di allocazione delle risorse: oggi solo il 2% della finanza d’impatto mondiale raggiunge il Medio Oriente, a fronte di flussi molto più consistenti verso l’Africa. «Il Medio Oriente è percepito come “troppo politico” e complesso», spiega Atalla. «Tuttavia le cose stanno cambiando: i governi capiscono di non poter fare tutto da soli e gli imprenditori locali sono incredibilmente resilienti. È il momento di creare sinergie e joint venture tra questi mercati».

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