Giovani
Con i ragazzi bisogna “starci”, non chiuderli in un’etichetta
Fondazione Asilo Mariuccia, nel corso di un convegno all’Università Cattolica ha messo al centro dell’attenzione i Neet e le iniziative per contrastare isolamento e povertà educativa. Alla tavola rotonda hanno partecipato rappresentanti del mondo accademico, delle istituzioni e del Terzo settore. Se l’obiettivo è prevenire la violenza che nasce da disagio ed esclusione serve una nuova alleanza tra le diverse realtà educative: dalla famiglia alla scuola
I giovani in Italia sono ai minimi storici, in vent’anni il nostro Paese ha perso oltre 2 milioni di individui tra i 24 e i 35 anni. La presenza di questa fascia della popolazione si fa sempre più sottile, pari a circa il 10,6% della popolazione (secondo i dati Istat).
I campanelli d’allarme
Non solo, il peso occupazionale di questa fascia di popolazione è sceso al 17,8% (rapporto Cnel “Demografia e forza lavoro”). Se poi si guarda al fatto che secondo Eurostat in Italia il tasso di incidenza dei Neet (giovani tra i 15 e i 19 anni che non studiano o lavorano) è secondo solo a quello della Romania. Noi siamo al 15,2% contro il 19,4% rumeno e una media Ue che si attesta al’11%. I campanelli d’allarme che iniziano a suonare diventano davvero tanti.
Ed è proprio ai ragazzi, al loro disagio e alle strategie per contrastarlo che ha guardato la tavola rotonda organizzata da Fondazione Asilo Mariuccia in Università Cattolica con Altis “Con i giovani, contro la violenza. Prevenire il disagio e difendere le relazioni per una Lombardia Zero Neet”. Nei due panel rappresentanti delle istituzioni, del Terzo settore e del mondo accademico.
L’alleanza tra Terzo settore e Università
La rettrice dell’Università Cattolica, Elena Beccali nel suo intervento ha voluto sottolineare come il «cuore della nostra missione educativa si esprime nell’alimentare l’education power» e ha aggiunto che l’ateneo «si impegna, innanzitutto, a realizzare collaborazioni come quella con la Fondazione Asilo Mariuccia, affinché si delineino strategie di azione comuni. Credo sia questa la reale missione di un Ateneo, come il nostro, che vuole essere nella società e a servizio della società».

Dell’alleanza tra ateneo e fondazione ha parlato il direttore di Altis Matteo Pedrini, in un dialogo con Valentina Boccia, Dg di Fam. In particolare si è sottolineato come la partnership tra le due realtà «si svilupperà su due fronti: da un lato la formazione delle persone che operano nel Terzo settore, per contribuire alla crescita di figure manageriali sempre più competenti e consapevoli; dall’altro il contrasto al fenomeno dei Neet, con la creazione di un sistema di misurazione dell’impatto – in particolare per il progetto di Porto Valtravaglia – e con l’elaborazione di modelli innovativi a sostegno dello sviluppo del Terzo settore, soprattutto nell’ambito delle organizzazioni ibride con finalità commerciali ma orientate al valore sociale».
I Neet non sono tutti uguali
Da parte sua il presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone, ha ricordato una delle azioni in corso “Coltivare Inclusione” e dall’altro ha sottolineato come quella verso i Neet sia una delle sfide di mandato della stessa fondazione. «Non si diventa Neet da un giorno con l’altro. Lo raccontano bene i giovani che abbiamo conosciuto. Dapprima qualcosa si inceppa, poi quella crepa non si ripara, sembra rimanere lì inerme e invece sta generando una voragine, che poi ti trascina verso il basso: fallimenti, isolamento sociale, mancanza di autostima e quella che sembrava una collina diventa una montagna da superare senza attrezzatura tra l’altro».
«Chi sta vicino ai ragazzi deve saper cogliere i segnali che arrivano; per questo diciamo che la fioritura di un giovane è un processo collettivo», ha osservato.
Azzone ha inoltre sottolineato l’importanza del ruolo di Terzo settore, del mondo della scuola e di quello delle imprese. Azzone ha poi invitato a guardare alle tante differenze che esistono tra i giovani: i neet non sono tutti uguali «siamo chiamati a rispondere ai bisogni delle persone non di una categoria, per questo occorre cambiare la narrativa».
Occorre cambiare strategia
E di cambio di strategia e narrativa ha parlato l’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolè per il quale occorre puntare alla prevenzione partendo anche dall’evitare l’uso della stesso termine Neet «è una definizione in negativo perché dice quello che non sono i ragazzi».
Puntare quindi più che a una logica riparativa a una preventiva che è «una sfida che non riguarda solo la creazione di opportunità, ma anche la costruzione di quella coesione sociale imprescindibile perché ognuno si senta parte attiva di una comunità. È una sfida che riguarda tutti e tutte: dalle istituzioni al mondo educativo, dalle imprese alla società civile al Terzo settore, in una sinergia che non lasci indietro nessuno».
Alleanze educative e formazione professionale
Nel 2024, secondo uno studio di Assolombarda in Lombardia la quota di Neet è pari all’8,9%. Per Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia la cittadinanza consapevole è la chiave per contrastare il fenomeno «con percorsi formativi e lavorativi che, non solo rispondono all’emergenza sociale, ma rappresentano un vero investimento sul futuro, promuovendo l’autonomia e rafforzando il senso di appartenenza alla comunità».

All’evento in Università Cattolica ha partecipato anche Fabio Ciciliano, Commissario straordinario di governo per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori di alta vulnerabilità che ha sottolineato come «creare connessioni tra i Neet e il mondo dell’Università non è un ossimoro ma racconta quanto abbiamo fatto a Caivano in questi mesi. Sviluppare percorsi professionalizzanti che consentano di affacciarsi al mondo del lavoro non è solo un’opportunità per i Neet, ma lo è anche per i nostri territori. Perché a monte di queste percorso c’è lo studio della realtà sociale e culturale delle comunità». Ciciliano ha poi sottolineato che l’importanza di far crescere le collaborazioni con i centri di formazione che sono presenti nel nostro Paese e, ha aggiunto «in questa chiave risulta importantissimo il lavoro svolto dalla Fondazione Asilo Mariuccia».
Un impegno che parte da lontano
Da parte sua la presidente della Fondazione Emanuela Baio ha ricordato come da anni nei diversi progetti di Fam si stia lavorando per restituire «dignità, fiducia e autonomia lavorativa, partendo da ciò che spesso manca: il rispetto dell’identità di ciascuno. Siamo di fronte a una sfida tanto culturale quanto sociale: dimostrare che nessun ragazzo è irrecuperabile, se trova adulti capaci di crederci davvero».
Nel chiudere il primo panel la presidente ha voluto anche sottolineare l’impegno quotidiano degli operatori che aiutano i giovani a ritrovare fiducia, competenze e autonomia. Un impegno che verso i più fragili che trae ispirazione dalle stesse origini della fondazione che con Ersilia Bronzini Majno fin dal 1902 si era fatto carico delle persone più fragili, in quel caso le prostitute e le bambine abbandonate, che erano escluse dalla società.
Porto Valtravaglia un progetto verso il futuro
Baio ha ricordato le iniziative in corso a Porto Valtravaglia (Va) dove vengono accolti minori stranieri non accompagnati – Msna e ragazzi del circuito penale. Tra i progetti ricordati: Coltivare Inclusione, dedicato al florovivaismo per ragazzi italiani e stranieri del territorio con difficoltà scolastiche o sociali, e IntegrAzione, laboratori di carpenteria navale sul Lago Maggiore dove 30 Msna hanno appreso competenze tecniche e relazionali. Ad oggi oltre 500 ragazzi sono stati formati attraverso i laboratori di educazione al lavoro.
Il nuovo progetto “Un Porto Nuovo” prevede la ristrutturazione del polo educativo di Porto Valtravaglia: grazie a un finanziamento di 3 milioni di euro (Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, insieme alla Presidenza del Consiglio dei ministri), sarà possibile triplicare la capacità recettiva del centro con l’apertura di due nuove comunità; cinque laboratori di educazione al lavoro (florovivaismo, carpenteria navale, ciclomeccanica, cucina, barberia); un polo sportivo e un centro diurno, accogliendo ogni giorno fino a 90 giovani in percorsi di formazione e autonomia lavorativa. «Accompagnare un giovane nel suo percorso di rinascita significa offrirgli non solo un aiuto, ma un senso di appartenenza», ha sottolineato Baio.
Esperienze e riflessioni
Alla seconda parte della tavola rotonda, moderata dal sociologo dell’Università Cattolica, Luca Pesenti hanno partecipato il demografo Alessandro Rosina , Roberta Ghidelli dell’Ufficio servizio sociale per i minorenni di Brescia, Matteo Lancini, presidente del Minotauro, e due operatori di Fam: Emidio Musacchio, responsabile dell’area servizi socio educativi di Porto Valtravaglia e Sofia Leda Salati, coordinatrice del Centro antiviolenza e delle case rifugio.

Tutti gli interlocutori hanno raccontato, dal loro osservatorio, come la condizione giovanile in Italia oggi sia particolarmente complessa: i giovani sono una risorsa scarsa, che tendiamo a regalare all’estero (siamo il Paese europeo con il più alto tasso di spreco di capitale umano, viviamo un processo di “degiovanimento”, ha sottolineato Rosina) , ma sono anche fragili e facilmente demotivabili.
Non è mancato un riferimento all’emergenza educativa dovuto in particolare alla fragilità degli adulti, docenti compresi. Ghidelli in particolare, riferendosi ai giovani del circuito penale li ha definiti «la punta dell’iceberg del disagio degli adolescenti» e ha raccontato alcune delle strategie messe in campo come la trekking therapy o la giustizia riparativa di comunità.
Gli adulti imparino a “stare” con i giovani
Da parte sua Musacchio ha portato le esperienze in corso con i msna a Porto Valtravaglia sottolineando l’importanza della presenza educativa nel corso dei progetti di avviamento al lavoro. Mentre Salati ha invitato a non dimenticare gli effetti della violenza assistita da parte di molti minori figli delle donne vittime di violenza.
In tutte le testimonianza il leit motiv è stato che con i giovani occorre “starci”, «noi adulti dobbiamo imparare a saper stare nel dolore e nelle emozioni scomode» ha ricordato Lancini.
In apertura photo by Rich Smith on Unsplash – nel testo foto da ufficio stampa
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