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Con Riccardo Bonacina a riscoprire le origini (e le ragioni) di VITA

Domani sarà trascorso un anno dalla morte del fondatore di questo giornale. Fra le varie iniziative per ricordarlo, anche la diffusione in chiaro del podcast "Da quale vita nasce VITA", che realizzammo alcuni mesi fa, da una serie di conversazioni propedeutiche alla scrittura di un libro sui 30 anni del giornale. Ascolta

di Giampaolo Cerri

C’è la start-up di un giornale e che giornale. C’è l’idea, un po’ matta, di costruire una testata informativa, addirittura settimanale, che non fosse “su” qualcosa ma “con” qualcosa: la società civile organizzata.

C’è la nascita di VITA, questo giornale, e forse l’idea tanto matta non era, se dopo 31 anni siamo ancora qui.

Chi non c’è più è proprio l’uomo che quell’impresa titanica l’aveva intrapresa – non sembri esagerato l’aggettivo, ché a metà degli anni ’90 i due più grandi quotidiani di carta stavano intorno al milione di copie cadauno. Riccardo Bonacina manca solo da un anno domani, ma manca da molto di più, se solo si potesse stabilire una scala quantitativa.

Cinque episodi per capire gli inizi di VITA

In questo anniversario, per ricordarlo, il direttore Stefano Arduini ha deciso di aprire il podcast che, lo scorso anno, avevamo riservato ai soli abbonati e abbonate di VITA, perché ci sembrava un tributo necessario a chi innanzitutto aveva creduto e credeva nel giornale cui Riccardo aveva consacrato tre decenni di lavoro, intelligenza e cuore.

Cinque episodi, oltre due ore e mezzo di conversazioni tratti da un materiale molto più ampio, quello che doveva servire alla redazione di un libro sui 30 anni del giornale.

Conversazioni che facevamo via Meet, per registrare ma anche per evitare il rumore della redazione e quindi concentrarci sul nostro dialogo. E la foto che scegliamo per aprire questo articolo è proprio uno screenshot tratto da quelle chiacchierate, uno scatto di Riccardo che s’avvicina allo schermo per leggere bene un certo documento. È una foto imperfetta, ovviamente, ma l’ho voluta scegliere perché dice bene del clima di quelle conversazioni.

C’eravamo dati il giovedì, primo pomeriggio, come appuntamento, bloccando il Calendar per molti mesi, in modo da non cadere nei rinvii, nei salti, negli accantonamenti, nei “c’è tempo”. Pareva un presentimento di quello che sarebbe accaduto, la notte di un anno fa (e quell’avviso suona ancora, ogni giovedì: non ho avuto cuore di cancellarlo).

In questi cinque episodi c’è molto dell’inizio, a passo di danza, di VITA. C’è il logoramento per l’esperienza, breve e di successo in Rai, col Coraggio di vivere, trasmissione autenticamente di rottura per il tema trattato, il sociale, la modalità di racconto, il coinvolgimento delle associazioni come metodo, il coraggio di andare fuori dai canoni estetici televisivi dell’epoca, come la scelta di argomenti e degli interlocutori. Tutto troppo innovativo per la Rai dell’epoca – e chissà quanto lo sarebbe per quella odierna – tutta ossessionata dagli share, dalla concorrenza della tv commerciale, oggetto quotidiano di scontro politico. C’è l’entusiasmo, travolgente, degli inizi.

L’Espresso del sociale

Nelle conversazioni registrare, Bonacina ripercorre l’idea, ultra garibaldina, condivisa con un po’ di grandi associazioni nazionali, di fare l’Espresso del sociale, un giornale cioè che incidesse nell’agenda politica, capace di destare le persone, di fare un racconto, proprio e originale, della realtà italiana e dei suoi bisogni, senza ricadere nei tic solipsistici della stampa tradizionale.

Un giornale che vuole, anzi, marcare una distanza, che polemizza, che si pone come alterità assoluta a un certo modo di informare. O di non farlo.

Nei cinque episodi, Bonacina ripercorre la complessa e paziente cucitura, la fase del fundraising, quella dell’ingaggio degli sponsor associativi, istituzionali, politici, e di arruolamento dei compagni di viaggio.

Un racconto poco celebrativo, vuoi per il tempo passato che ha posto la giusta distanza fra la fase epica e il faticoso svolgimento successivo, vuoi per il privilegio di guardare, dai suoi 70 anni, la scarmigliata irruenza di sé 40enne: «Ma tu senti che cazzone ero!», mi dice, leggendomi un’intervista concessa al Corriere della Sera all’indomani della sua uscita dalla Rai.

Conversazioni per un libro mai nato

Un racconto che, come scrivemmo all’epoca, non era nato per essere un podcast ma come conversazione propedeutica alla stesura di un libro, quindi senza partiture, spesso senza rete, con qualche impropero di troppo, come si conviene a due vecchi amici e colleghi, che ragionano senza assillo alcuno, anzi col piacere di farlo.

Un racconto che però offre una documentazione, sintetica e affidabile, delle molte buone ragioni che c’erano per imbarcarsi, tre decenni orsono, nell’assoluta “matteria” di fondare un giornale. Ragioni ancora assolutamente buone per continuare a farlo.

Buon ascolto.

In questo anniversario, per ricordare o scoprire la personalità di Riccardo Bonacina, si può leggere il libro degli editoriali selezionati dall’amico fraterno e collega Giuseppe Frangi, già direttore di VITA. Il libro si intitla Le meta è partire, edito da La Merdiana nelle collana Passioni.
Qui tutte le informazioni.

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