Immigrazione
Cpr, buco nero per i diritti umani e per le casse dello Stato
Presentato il secondo rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di permanenza per i rimpatri “Cpr d’Italia: istituzioni totali”. La capienza teorica complessiva è pari a 1.238, la capienza disponibile, invece, si arresta a 672 posti, ma le presenze effettive sono solo 546. «I cpr», spiegano i rappresentanti del Tai, «sono un'aberrazione strutturale e criminalizzano le persone di origine straniera: alcuni vengono rinchiusi senza un ordine di allontanamento, ma solo in quanto richiedenti asilo»
di Anna Spena
A Caltanissetta, le stanze, da sei a otto posti, sono senza zanzariere, e le pareti delle celle di cemento. E di cemento sono anche i letti di Trapani. A Torino, invece, la spazzatura rimane a terra. E i sacchi di plastica che dovrebbero contenerla sono utilizzati come tende improvvisate per provare a creare un po’ di privacy, ma anche usate come fili per stendere i panni.
Il rapporto “Cpr d’Italia: istituzioni totali”, il secondo curato dal Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai), è un viaggio desolante dentro i Centri di permanenza per i rimpatri: da Bari Caltanissetta, da Milano a Roma, da Trapani a Torino. Il rapporto è stato presentato oggi a Roma (Sala Caduti di Nassirya, Piazza Madama), da Veronica Scarrozza (Recosol); Gianfranco Schiavone (Ics, Asgi); Fabrizio Coresi (ActionAid); Lucia Borruso (Medici Senza Frontiere); Sara Consolato (Refugees Welcome Italia); Teresa Menchetti (Forum per cambiare l’ordine delle cose) e Filippo Miraglia (Arci), in rappresentanza di alcune realtà che aderiscono alla rete.
Lo ricorda bene Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione dell’Arci: «Questo strumento», dice riferendosi ai Cpr, «serve solo a criminalizzare le persone di origine straniera, serve solo a criminalizzare tutta l’immigrazione». E infatti già nel primo rapporto di monitoraggio sui cpr, pubblicato nel 2024, il Tai aveva ricostruito con rigore la natura illegittima, inefficace e profondamente disumana della detenzione amministrativa e dei Cpr. «I cpr», spiegano dal Tai, «non rappresentano una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni, ma sono un’aberrazione strutturale».
Nel corso del 2025 le delegazioni del Tai hanno effettuato visite in dieci Cpr sul territorio nazionale, rispetto agli otto monitorati nell’anno precedente: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Tutti i Cpr, tranne Torino e Milano, si trovano in aree isolate, non collegate, nascoste agli occhi dell’opinione pubblica.
Cpr, disumani e inutili
La storiella che continuamente viene propinata dal governo, quella dei cpr, e del loro ampliamento, come risposta necessaria a esigenze di “efficienza” e “gestione dei flussi”, non tiene. Basta guardare ai numeri: a fronte di una capienza teorica complessiva pari a 1.238 posti, la capienza effettivamente disponibile si arresta a 672 posti, circa la metà di quanto formalmente previsto. «Ciò significa», come si legge nel rapporto, «che oltre il 45% dei posti risulta di fatto inutilizzabile, non per mancanza di risorse, ma per l’inagibilità di intere aree, dovuta a degrado, carenze manutentive e danni conseguenti a rivolte e proteste delle persone trattenute che vivono in condizioni degradate».
Ma «ancora più significativo», continua il rapporto, «è il dato relativo alle presenze effettive, pari a 546 persone, ben al di sotto non solo della capienza teorica, ma anche di quella effettiva. Il sistema opera quindi stabilmente al di sotto delle proprie possibilità operative, evidenziando un doppio livello di inefficienza: da un lato, l’incapacità di mantenere agibili le strutture esistenti; dall’altro, l’impossibilità di utilizzare pienamente i posti che gli stessi enti gestori dichiarano di poter garantire».
In questo quadro quindi, l’insistenza su nuovi investimenti per la realizzazione o l’ampliamento dei Cpr (da ultimo, l’annuncio della programmata apertura di un Cpr a Trento), appare non solo ingiustificata, ma contraddittoria rispetto ai dati disponibili.
Il fallimento sistemico
I centri sono un fallimento sistemico. «Sono opachi», spiega Gianfranco Schiavone dell’Asgi, «c’è una difficoltà estrema nel reperire dati ufficiali e ostacoli fisici e burocratici per chi tenta di monitorare le condizioni interne. Sono inutili: perché rendono la detenzione una misura punitiva fine a se stessa piuttosto che uno strumento amministrativo efficace. Sono degradati: non si tratta di singoli centri “gestiti male”, ma di una violazione costante dei diritti umani e delle normative vigenti, rendendo la struttura del cpr non riformabile». I cpr esistono per «criminalizzare i migranti e sovrapporre nell’immaginario collettivo la figura del migrante, anche del richiedente asilo, a quella del criminale, pur trattandosi di detenzione amministrativa». Lo straniero quindi diventa un soggetto da allontanare o recludere a prescindere dal comportamento individuale. Infatti «vengono rinchiuse persone senza un ordine di allontanamento, ma solo in quanto richiedenti asilo», dice Fabrizio Coresi esperto di migrazioni dell’ong ActionAid. E ricorda che «il sistema raggiunge solo il 10% dei risultati attesi».
«Il ricorso alla detenzione», viene spiegato nel rapporto, «non incide sul numero di rimpatri effettuati, ma aumenta solo i costi economici ed umani della politica di rimpatrio. Nel periodo tra 2014 e 2024, a fronte di un costante aumento della capacità del sistema detentivo e dei termini massimi di detenzione, l’incidenza dei rimpatri effettuati è in costante diminuzione ed ha toccato il minimo storico nel 2024, quando solo il 41,8% delle persone in ingresso in un centro di detenzione è stato rimpatriato. Se si considera invece l’incidenza dei rimpatri effettuati a partire da un centro di detenzione sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati, solo in rarissime occasioni la percentuale ha superato il 10% attestandosi, per il periodo 2011-2024, su una media del 9,9%. Nel 2024 il dato registrato è del 10,4%, in calo rispetto all’anno precedente (10,5%). Si conferma così un investimento sempre maggiore in una politica inumana e iniqua: una misura discriminatoria fondata sulla segregazione e sul trattenimento di persone private della libertà personale per una mera irregolarità amministrativa, in assenza di qualunque reato».
Foto Enrico Pretto/LaPresse
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