Adolescenti

Crans-Montana: quando l’emergenza svela la crisi educativa degli adulti

Cinque domande e cinque risposte che interrogano in profondità il mondo adulto, in particolare chi opera nei contesti educativi, sociali e formativi. Un contributo che non cerca colpevoli ma rilegge la tragedia come una frattura educativa. Il pedagogista Alessandro Prisciandaro: «La pedagogia non chiede eroismi ai minori, chiede responsabilità strutturale agli adulti»

di Alessandro Prisciandaro

Flowers and messages have been placed in tribute to the young members of FC Lutry who died in Crans-Montana following the fire at the "Le Constellation" bar, at the football stadium in Lutry, Switzerland, Saturday, Jan. 10, 2026

Quello che è accaduto a Crans-Montana non è solo un fatto di cronaca nera, né può essere liquidato come una tragica fatalità. È un evento che interroga in profondità il mondo adulto e, in particolare, chi opera nei contesti educativi, sociali e formativi. Questo contributo non cerca colpevoli, ma prova a leggere la tragedia come una frattura educativa, un punto di rottura che rende visibile ciò che normalmente resta sullo sfondo: il modo in cui la società adulta prepara – o non prepara – le nuove generazioni ad abitare la realtà, il rischio, la responsabilità. Le domande che seguono nascono dal confronto aperto tra educatori, pedagogisti, genitori e cittadini. Sono domande scomode, spesso emotivamente cariche, ma necessarie.

1. I ragazzi che fanno i video

 Vado fuori di testa davanti ai commenti sul fatto che i ragazzi facevano video, non oso immaginare cosa provino i genitori dei ragazzi coinvolti. Educhiamo le nuove generazioni a non pensare solo al profitto, anche sulla pelle dei ragazzini, ad essere onesti nel caso in cui si rivesta un ruolo pubblico con poteri decisionali, a non praticare l’omertà come stile di vita, a non essere corrotti e collusi, etc. Questo è più importante ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Non siamo dinanzi ad una fatalità ma ad una morte annunciata ed evitabile, le cui responsabilità sono degli adulti. PS: Senza quei video la verità forse sarebbe stata insabbiata o comunque più difficile da ricostruire. Irene

La tua reazione è comprensibile e, da un punto di vista pedagogico, profondamente fondata. Qui non siamo di fronte a una “fatalità”, ma a ciò che in educazione definiamo fallimento adulto sistemico. Hai ragione a spostare il focus: il nodo non è cosa hanno fatto o non fatto i ragazzi, ma che mondo educativo noi adulti abbiamo consegnato loro. Un mondo in cui il profitto prevale sulla sicurezza, l’omertà sulla responsabilità, la delega sulla cura, l’irresponsabilità sull’etica pubblica. Educare non significa solo insegnare regole di comportamento individuale, ma trasmettere modelli di cittadinanza. Se gli adulti che gestiscono spazi, eventi, ruoli decisionali agiscono senza responsabilità, senza trasparenza, senza rispetto della vita, il messaggio educativo che passa è devastante: la legge è negoziabile, la sicurezza è opzionale, la vita vale meno del guadagno.

Quanto ai video: è un punto scomodo, ma reale. Dal punto di vista pedagogico e civico, quei video non sono voyeurismo, ma atti di testimonianza involontaria. Senza di essi, il rischio di una narrazione edulcorata, minimizzata o distorta sarebbe stato altissimo. La verità, oggi, passa spesso dagli occhi dei più giovani perché gli adulti hanno smesso di guardare davvero. Anche una sola vittima sarebbe stata già troppo, perché quando una morte è evitabile non è una tragedia: è una responsabilità mancata. Qui l’educazione chiama gli adulti a rispondere. Non a giustificarsi. Non a spostare il problema sui ragazzi. Ma ad assumersi il peso delle proprie scelte.

2. Il silenzio della scuola

Io dico solo una cosa…  a parte il minuto di silenzio chiesto dal ministero, a scuola non c’è stata nemmeno una parola. Dovrebbero parlare sia di quello che è successo, sia di come comportarsi in certe occasioni. Michela

Il silenzio della scuola, in casi come questo, non è neutralità: è un’occasione educativa persa. La scuola non può limitarsi ai programmi quando la realtà irrompe con questa forza. Eventi come questo devono essere nominati, elaborati, pensati, perché i ragazzi li hanno già visti, commentati, interiorizzati e spesso senza avere gli strumenti per comprenderli. Parlarne a scuola significa aiutare a leggere i fatti e non subirli; costruire educazione al rischio e all’emergenza, non in modo ansiogeno ma consapevole; riflettere su responsabilità, regole, sicurezza, decisioni collettive; restituire agli adulti un ruolo educativo credibile, che non scappa davanti alla complessità, senza obbligatoriamente pensare che sia sempre necessario l’intervento di uno psicologo che  renderebbe l’evento clinico, lo approccerebbe con modalità terapeutiche, renderebbe i ragazzi dei malati bisognosi di cure terapeutiche. L’evento deve invece essere inquadrato in un evento umano da risolvere in gruppo. Quando la scuola tace, non ottempera alla sua funzione base, educare. I ragazzi apprendono comunque: ma lo fanno dal caos dei social, dalle semplificazioni, dalla rabbia o dalla rimozione. Educare non è proteggere dal dolore evitando le parole. Educare è dare parole al dolore, per trasformarlo in pensiero, responsabilità e cittadinanza. Su questo, la scuola non può chiamarsi fuori.

Educare non è proteggere dal dolore evitando le parole. Educare è dare parole al dolore, per trasformarlo in pensiero, responsabilità e cittadinanza. Su questo, la scuola non può chiamarsi fuori

3. Una generazione carente nel problem solving

A questa generazione manca la capacità di problem solving. E le manca a causa nostra. Noi genitori ci siamo preoccupati di risolvere i problemi al posto dei nostri figli, sin dai primi passi, in nome di un benessere immediato. Faccio un esempio banale: se al bambino cade il colore mentre sta disegnando, noi lo raccogliamo ancora prima che lui ce lo chieda, piuttosto che lasciarlo agire. Il mio è un pensiero che abbraccia tutte le criticità di questa generazione e non vuole soffermarsi sull’evento specifico. Manuela

È un nodo che come professionisti dell’educazione stiamo osservando da anni: la progressiva delega del problema all’adulto, a partire dalle esperienze più semplici e quotidiane. L’esempio che fai è tutt’altro che banale. Raccogliere il colore prima che il bambino provi a farlo da solo è un gesto affettuoso, ma se ripetuto nel tempo diventa un apprendimento implicito: qualcuno interverrà sempre al posto mio. Così si costruisce, senza volerlo, un benessere immediato che però indebolisce la competenza a lungo termine. Il problem solving non si insegna con le parole, ma con micro-occasioni di autonomia: lasciare che il bambino tenti; tollerare la frustrazione; accettare tempi più lenti; permettere l’errore come parte del processo. Quando queste esperienze mancano, nell’adolescenza e poi nell’età adulta emerge la difficoltà che descrivi: di fronte a una situazione imprevista non si attiva l’azione, ma l’attesa. Non perché manchi intelligenza, ma perché non è stato allenato l’agire. La buona notizia, pedagogicamente parlando, è che non si tratta di qualcosa di irreversibile: si può ricostruire il problem solving restituendo ai ragazzi spazi di decisione, di rischio controllato, di responsabilità reale. Educare è anche avere il coraggio di fare un passo indietro, per permettere ai figli di farne uno avanti.

Il problem solving non si insegna con le parole, ma con micro-occasioni di autonomia

4. Hai voglia la pedagogia… ma se mancano gli estintori!

Come si fa a reagire se mancano uscite di sicurezza ed estintori? Ci sono tante cose su cui riflettere e discutere… ma io sono fermamente convinta che in un locale in primis ci deve essere sorveglianza continua da parte degli organizzatori, dei camerieri, dei buttafuori, dei titolari… insomma di chi ha la responsabilità di accogliere persone (maggiorenni e minorenni). Perché purtroppo i ragazzi spesso attendono l’iniziativa dell’adulto. Teresa

Il tuo intervento coglie un punto essenziale, che va oltre l’accertamento delle responsabilità tecniche o giuridiche. Un luogo che accoglie giovani – soprattutto quando vi sono anche minorenni – non è mai uno spazio neutro. È, di fatto, un contesto educativo implicito, nel quale gli adulti presenti assumono un ruolo di custodia, di mediazione del rischio e di tutela. Quando questa funzione viene meno, non si verifica solo un errore operativo, ma un fallimento pedagogico. Ciò che colpisce, come giustamente sottolinei, non è solo l’evento improvviso dell’incendio, ma la catena di omissioni. Se mancano uscite di sicurezza ed estintori, non si può reagire correttamente: punto. In una gestione immediata del pericolo, l’azione non nasce dal coraggio individuale, ma dalle condizioni oggettive che rendono possibile l’azione. In pedagogia diciamo che l’ambiente è un “mediatore educativo”: se l’ambiente non offre vie di fuga, non educa alla fuga; se non offre strumenti, non educa all’azione; se non è pensato per la sicurezza, produce blocco e disorientamento. Pretendere lucidità, problem solving o prontezza in assenza di condizioni minime è una pretesa adulta impropria.

Quanto al secondo punto, è vero: molti ragazzi attendono l’iniziativa dell’adulto. Ma questo non nasce “oggi” o in quel momento: è l’esito di anni in cui l’adulto ha deciso, prevenuto, controllato, risolto al posto loro. In emergenza, questa dipendenza diventa paralisi. Il nodo pedagogico, quindi, è doppio. Prima dell’emergenza, gli adulti avevano il dovere di garantire sicurezza, prevenzione, strutture adeguate. Durante l’emergenza, se l’adulto non c’è o non guida, il vuoto educativo diventa evidente. La conclusione è chiara: non si può chiedere ai ragazzi ciò che gli adulti non hanno reso possibile, né sul piano strutturale né su quello educativo. La responsabilità resta adulta, sempre.

Un luogo che accoglie giovani – soprattutto quando vi sono anche minorenni – non è mai uno spazio neutro. È, di fatto, un contesto educativo implicito

Sappiamo che la sicurezza non nasce nel momento dell’emergenza, ma prima, nella cultura della prevenzione, nella capacità degli adulti di pensare per i più giovani, di anticipare ciò che loro non possono ancora prevedere. I ragazzi osservano, apprendono, si affidano. Quando gli adulti smettono di vigilare, trasmettono l’idea che il rischio sia normale, che nessuno stia tenendo il quadro complessivo. Che modello educativo passa quando chi dovrebbe proteggere è distratto, impreparato o delega al caso? Non possiamo fermarci alla parola “disgrazia”. Dal punto di vista pedagogico, è necessario riconoscere che educare significa anche garantire contesti sicuri, dove la festa non diventi esposizione al pericolo e dove l’adulto non abdichi al proprio ruolo. Solo assumendo fino in fondo questa responsabilità educativa collettiva potremo trasformare una tragedia in una lezione che non venga dimenticata.

5. Gli adulti non possono permettersi il freezing

Quando io avevo 15 anni non avevo il cellulare, ma onestamente non so se io a quell’età avrei avuto una reazione diversa dal blocco e smarrimento. Gli adulti però non possono permettersi smarrimenti, devono sapere cosa fare e applicare le procedure: gli adulti devono fare gli adulti, senza pretendere che i ragazzi siano adulti. Leggo che i ragazzi non hanno fatto questo e quell’altro… Ma di fronte ad adulti che non hanno fatto niente, guardiamo quello che non hanno fatto i ragazzi? Per me è questo il problema. Elena

Va detto con forza: non esiste epoca in cui a 15 anni si è immuni dal blocco. Cambiano infatti gli strumenti, ma non la struttura emotiva dell’adolescenza. Hai ragione: il freezing, lo smarrimento, la sospensione dell’azione non dipendono dal cellulare. Il cellulare può documentare il blocco, ma non lo genera. A 15 anni il cervello è ancora in costruzione, soprattutto nelle aree che regolano valutazione del rischio, decisione rapida, controllo dell’impulso. Questo valeva ieri come oggi. Il punto vero, come dici tu, è un altro ed è non negoziabile: agli adulti non è concesso bloccarsi. Gli adulti devono conoscere le procedure; devono averle predisposte prima; devono saper guidare, indirizzare, contenere; devono assumere il comando quando il caos esplode. Pretendere che i ragazzi “sappiano cosa fare” mentre gli adulti non hanno fatto nulla prima è un ribaltamento perverso delle responsabilità. La tua frase è centrale: gli adulti devono fare gli adulti, senza pretendere che i ragazzi siano adulti. La pedagogia non chiede eroismi ai minori, chiede responsabilità strutturale agli adulti. E la domanda che poni è quella giusta, quella che smaschera il problema sociale: di fronte ad adulti che non hanno fatto niente, guardiamo quello che hanno fatto o non fatto i ragazzi? Se guardiamo i ragazzi, stiamo spostando lo sguardo. Se guardiamo gli adulti, stiamo assumendo responsabilità.

Gli adulti devono fare gli adulti, senza pretendere che i ragazzi siano adulti. La pedagogia non chiede eroismi ai minori, chiede responsabilità strutturale agli adulti

Conclusioni aperte

Nel loro insieme, queste riflessioni delineano una cornice chiara: la tragedia di Crans-Montana non parla di giovani incapaci, ma di una responsabilità adulta che si è progressivamente ritirata. Il blocco dei ragazzi, l’attesa dell’iniziativa adulta, la difficoltà nel problem solving, l’omologazione al gruppo e la cattiva gestione dell’emergenza non sono anomalie individuali, ma esiti di apprendimenti impliciti costruiti nel tempo. Sono il risultato di contesti che hanno promesso protezione senza allenare all’autonomia, controllo senza responsabilità, sicurezza formale senza cultura della prevenzione.

La lezione pedagogica che emerge è esigente ma inevitabile: educare significa costruire contesti sicuri prima dell’emergenza, allenare alla realtà e al rischio in modo progressivo, e soprattutto non abdicare mai alla funzione adulta. Solo assumendo questa responsabilità collettiva – nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, nelle istituzioni – il dolore può trasformarsi in consapevolezza e la memoria in un impegno educativo che non si limiti al lutto, ma generi cambiamento.

Alessandro Prisciandaro è pedagogista e presidente nazionale Apei. In apertura, foto di Cyril Zingaro/Keystone via AP

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